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SIMONE BRAGANTINI

  • Allenatore UEFA A
  • Allenatore ACF Brescia Calcio Femminile – Serie C

IL CALCIO E’ UNO SOLO

Quando mi chiedono le differenze tra calcio maschile e femminile rispondo che “il calcio è uno solo”: è indispensabile per ogni staff tecnico modificare la propria metodologia in funzione delle caratteristiche e qualità delle proprie giocatrici o giocatori.

Ecco, è fondamentale rispettare “la natura”, poiché una donna e un uomo hanno differenze nella struttura e nella composizione corporea quindi questi fattori si devono tener conto nella programmazione quotidiana degli allenamenti. Diventa di significativa importanza sapere valutare il carico interno ed esterno, creando allenamenti atti al miglioramento del livello prestativo dei propri atleti. Sicuramente è importante sapere la differenza tra una performance femminile e maschile anche per “leggere” i risultati di eventuali test da campo: ad esempio, abbiamo utilizzato ad inizio della stagione tramite il protocollo Billat il Test per calcolare la VAM (Massima Velocità Aerobica), parametro utilizzato per monitorare e gestire le proposte durante la stagione.

Logicamente, quando ho iniziato nel femminile, arrivando da diciassette stagioni di calcio maschile ho voluto studiare e documentarmi, per capire ed analizzare le differenze fisiche e psicologiche.
Alcuni spunti sono abbastanza intuitivi, ma vale la pena evidenziarli: la forza della donna rispetto all’uomo è inferiore – ma solamente di circa un 15-20% -, ma per quanto riguarda la componente coordinativa (che riveste un ruolo decisivo), la donna risulta essere molto più abile.
Un aspetto fondamentale da sapere è l’infortunio all’articolazione del ginocchio, la rottura del LCA (legamento crociato anteriore), nelle calciatrici ha una probabilità molto superiore rispetto ai calciatori: probabilmente questo aspetto è causato dalla conformazione del bacino nelle donne e il diverso angolo Q al ginocchio. Nella mia esperienza non ho mai avuto un calciatore infortunato al LCA, mentre in tre stagioni nel femminile ho avuto già 3 casi, purtroppo.

Sotto l’aspetto psicologico e caratteriale la donna possiede delle caratteristiche differenti rispetto all’uomo: hanno sicuramente una maggiore capacità di sacrificio, sanno sopportare la sofferenza, si adattano più facilmente, fanno molta autocritica e possiedono un forte senso di responsabilità. Di contro, talvolta accentuano i sensi di colpa e rimarcano con troppa enfasi i propri sbagli e fallimenti ma possiedono la capacità innata di voler migliorare e di perseverare per arrivare al proprio obbiettivo: una qualità imprescindibile per ogni sportivo vincente.
Dal punto di vista tecnico e tattico ho potuto assodare la costante voglia delle ragazze di perfezionare le proprie abilità: difficilmente ho visto ragazze arrendersi alle difficoltà, non le ho mai sentite dire “questo non riesco a farlo”, ma spesso ti chiedono “Mister cosa posso fare per riuscirci?”. Ho notato, con molto piacere, la loro curiosità nell’analizzare i vari aspetti tattici del gioco, e spesso fanno domande per aumentare la loro conoscenza.
Hanno un senso d’appartenenza molto forte, in questa stagione qui al Brescia Calcio Femminile sono tangibili i legami di unione che si sono creati all’interno della squadra, ognuna è sempre disponibile per la compagna e per il bene comune.

Tornando al mio pensiero in cui “il calcio è uno solo”, tengo a precisare che i principi di gioco rimangono gli stessi sia nel maschile sia nel femminile, poi dipende da ogni allenatore come e quali voler far propri ed applicarli.
Io ho i miei principi, e su quelli baso e fondo il lavoro settimanale, coadiuvato dallo staff tecnico composto dal preparatore atletico Emiliano Giuffrida e dal preparatore dei portieri Giampaolo Valnegri.

Il primo cardine per eseguire un gioco propositivo e proattivo è quello di avere calciatrici “pensanti”, abili a risolvere efficacemente le varie situazioni di gioco. Quindi con l’aiuto dello staff tecnico proponiamo sempre allenamenti differenti tra di loro, esercitazioni simili ma allo stesso tempo mai uguali. Perché questo? Semplice: le partite di calcio sono simili ma mai uguali tra di loro, quindi l’allenamento deve proporre sempre “novità”. A volte basta cambiare qualche piccola regola nelle varie esercitazioni per avere sempre una richiesta cognitiva medio-alta, che permetterà alle ragazze di essere più ricettive e migliorare il proprio livello d’attenzione. Trovo poco produttivo schematizzare il gioco del calcio, quindi ho deciso di proporre sedute d’allenamento sempre differenti, eliminando il più possibile la ripetitività dello stesso esercizio. Ovviamente i principi ed i concetti su cui lavoriamo vengono ripetuti e riproposti, ma cercando sempre di variare la proposta. Mentre rimaniamo abbastanza costanti per quanto riguarda la programmazione settimanale, eseguiamo 3 allenamenti collettivi e 2 individuali.

Ogni allenamento inizia sempre con esercizi di prevenzione, posturali e di mobilità generale: confrontandoci con i nostri fisioterapisti Giulia Zanola e Stefano Ferrari, determiniamo se qualche calciatrice ha bisogno di un lavoro mirato e specifico.
Poi inseriamo sempre la palla per terminare la fase di riscaldamento: tendenzialmente proponiamo Rondos oppure sequenze di passaggi specifici.
Le esercitazioni, focalizzate al miglioramento metabolico (possono essere proposte sia con palla oppure a secco), sono alternate nel corso delle settimane e fondamentalmente ci focalizziamo su questi aspetti: forza, potenza aerobica e RSA (Repeated Sprint Ability).
Proponiamo come mezzi esercitativi possessi palla, SSG (Small Sided Games), partite a tema, interval training, navette, fartlek.
Dal punto di vista della programmazione settimanale, da un paio di anni ho deciso di allenarsi il giorno dopo la partita (nel nostro caso il lunedì) e considerare il martedì giorno di riposo o di allenamento individuale, con lavoro posturale preventivo. Questa pianificazione serve per avere un equilibrio tra chi ha giocato e chi no, in considerazione soprattutto dei DOMS (Delayed Onset Muscle Soreness, che in italiano significa “indolenzimenti muscolari a insorgenza ritardata”).

Durante ogni allenamento chiediamo massima intensità e spirito di partecipazione: di media ogni seduta dura circa 1 ora e 50 minuti per gli allenamenti collettivi, mentre per quelli individuali le ragazze hanno dei programmi di circa 1 ora. Ogni ragazza viene monitorata giornalmente tramite un’applicazione attraverso la quale devono indicare dei valori rispetto ad alcuni parametri, tra cui la qualità del sonno oppure il dolore muscolare. Utilizziamo il metodo della scala di Borg per determinare il carico soggettivo di ogni calciatrice e ricavarne così il carico dell’allenamento individuale e collettivo.

La nostra settimana tipo è così strutturata:

  • Domenica – Partita.
  • Lunedì – Allenamento collettivo: focus miglioramento tattico e tecnico individuale e/o di reparto, considerando gli aspetti da migliorare rispetto alla partita del giorno prima. È un allenamento “differenziato” soprattutto per l’aspetto atletico: si creano due gruppi, chi ha giocato sopra i 60 minuti farà un lavoro più aerobico mentre tutte le altre eseguiranno un lavoro di potenza. Normalmente le varie esercitazioni tecniche sono eseguite da tutte, la divisone è strettamente legata alle proposte atletiche. I mezzi che proponiamo sono possessi palla strutturati, Small Sided Games, partite a tema con portine, esercizi a secco possono essere Fartlek o Navette.
  • Martedì – Allenamento individuale: ogni ragazza ha una serie di esercizi posturali mirati alle proprie esigenze da svolgere in autonomia a casa o in palestra.
  • Mercoledì – Allenamento collettivo: l’attenzione è posta sulla tattica collettiva, considerando anche la prossima avversaria ci soffermiamo maggiormente  su aspetti offensivi o difensivi. È la giornata in cui sotto l’aspetto atletico tendiamo a lavorare la potenza aerobica o anaerobica. Come mezzi utilizziamo esercitazioni situazionali, partite a tema, possessi palla strutturati, Interval Training, Navette, Circuiti integrati. L’inizio della seduta è comunemente impostato con un circuito funzionale preventivo per poi inserire un Rondos/gioco di posizione mirato ai principi e concetti che vogliamo sviluppare nel resto della seduta.
  • Giovedì – Allenamento individuale: ogni ragazza ha una seduta d’allenamento specifica per migliorare le proprie capacità condizionali. Diciamo che possiamo dividere la squadra in due macro gruppi, chi lavora su esercizi di forza e chi sul potenziamento aerobico. Svolgono sempre la seduta in maniera autonoma.
  • Venerdì – Allenamento collettivo: sotto il profilo atletico proponiamo esercizi di rapidità e velocità. Il focus tattico-strategico è rivolto alla prossima gara, curiamo il nostro inizio azione, lo sviluppo della manovra, la fase conclusiva. Inserendo anche l’aspetto difensivo, come e dove andiamo a recuperare palla, scaglionamento difensivo collettivo. Anche in questo caso l’obiettivo è basato sui principi che vogliamo sviluppare in funzione della gara. Ci focalizziamo anche sui piazzati, difensivi ed offensivi. I mezzi utilizzati sono per lo più situazionali e sempre partite a tema, sia con porte regolari sia con porte di 1mt.
  • Sabato libero.

LUCA RAMPINI

  • Allenatore UEFA C
  • Responsabile Attività di Base F.C. Franciacorta
  • Allenatore U15 Regionale èlite F.C. Franciacorta

L’IMPORTANZA DELL’ALLENAMENTO DELLE TRANSIZIONI NELLA ATTIVITA’ DI BASE: COME GESTIRE E SFRUTTARE LE IMPREVEDIBILITA’ DELLE SITUAZIONI DI GIOCO

Durante il percorso pluriennale nell’attività di base, uno degli aspetti fondamentali è costituito sicuramente dallo sviluppo armonico delle capacità coordinative. Ciò determina, conseguentemente, un miglioramento delle abilità tecniche e tattiche individuali. Per chiarire il concetto possiamo fare degli esempi concreti:

  • Sviluppando la capacità di coordinazione oculo-podalica / oculo-manuale possiamo insegnare al bambino come colpire / afferrare la palla (aspetto tecnico) e dove calciarla / lanciarla (aspetto tattico);
  • Migliorando la differenziazione cinestesica è possibile determinare un incremento della sensibilità (il trattamento palla – aspetto tecnico) e quindi la scelta della forza da imprimere per effettuare un calcio corto-lungo / teso-a giro… (aspetto tattico);
  • Lavorando sulla capacità di ritmo possiamo intenderla sia come frequenza di tocco-palla (aspetto tecnico) oppure come ritmo di spostamento per eseguire un determinato movimento (aspetto tattico).

Oggigiorno, pertanto, ogni istruttore deve saper perfettamente quali siano gli obiettivi delle proposte preparate per il proprio gruppo ma, soprattutto, deve sapersi adattare e trasformare le stesse per mettere i ragazzi nelle migliori condizioni possibili. Il calcio moderno è caratterizzato, ad alti livelli, da elevata intensità per buona parte del match: il gioco è molto veloce, vi sono continui ribaltamenti di fronte. In altri termini, chi è in grado di gestire / sfruttare al meglio le transizioni di gioco, riesce a controllare la partita. Per definizione, la transizione è “una fase importante del nostro calcio che rappresenta il momento in cui si perde o si riconquista una palla. Pertanto, oltre alla fase offensiva e difensiva, quindi di possesso o non possesso palla, esiste una terza fase, cosiddetta di transizione, che identifica il momento della riconquista (transizione positiva) o della perdita della palla (transizione negativa)”.

La domanda che sorge spontanea è, quindi, la seguente: come possiamo allenare queste situazioni di gioco particolari?

Rimanendo nell’attività di base, ad esempio categoria esordienti 1° anno, si devono tener presenti i seguenti parametri (alcuni più generali, altri specifici per la categoria):

  • Livello di partenza dei ragazzi (i già citati prerequisiti);
  • Dimensioni del campo di gioco;
  • Modalità di gioco;
  • Spazi e tempi di lavoro;
  • Rapporto istruttore / n° giocatori.

Tenendo conto di questi aspetti, dobbiamo strutturare delle esercitazioni che stimolino la percezione e presa di decisione in tempi brevi e spazi ristretti. Nel concreto, le attività devono richiedere ai nostri ragazzi più compiti in successione in situazioni di gioco (che partono da duelli semplici, per poi svilupparsi in attività con più giocatori in campo), in modo da “stressarli” dal punto di vista cognitivo, attentivo e motorio.

Congiuntamente agli elementi sopracitati, per costruire progressioni didattiche adeguate possiamo avvalerci di alcune linee guida:

  • Numero ridotto di giocatori, concentrandoci inizialmente su duelli in tutte le modalità;
  • Variabilità dei punti di partenza delle situazioni di gioco;
  • Geo-referenziare le proposte, in modo che i nostri atleti percepiscano in quale zona di campo si trovino e quindi indurre determinati tipi di comportamenti;
  • Stimolare l’aspetto competitivo, sia per i difensori che per gli attaccanti;
  • Inserire percorsi coordinativi in determinati momenti del lavoro, in modo da soddisfare la richiesta multilaterale propria di queste fasce d’età;
  • Mantenere l’intensità alta con una comunicazione adeguata.

Sorge spontaneamente un dubbio più che lecito: sfruttare sempre tempi e spazi ridotti? 

La risposta è negativa, in quanto è corretto creare un giusto equilibrio, una corretta modulazione dei seguenti parametri: il modello di riferimento è quello della gara, quindi è consigliabile tener in considerazione il modello prestativo della categoria. In definitiva, questi consigli non costituiscono una ricetta di lavoro, bensì, uno spunto di riflessione e di analisi conseguente ad anni di confronto con numerosi colleghi. Questo tipo di attività, che nella letteratura scientifica è altresì chiamato “agility method”, riesce sicuramente a rispecchiare i cambiamenti attuali del gioco del calcio e permette agli istruttori di formare, insieme a tutti gli altri elementi del percorso pluriennale, adeguatamente i nostri piccoli atleti.

SARA VARONE

  • Psicologa dello Sport
  • Mental Trainer

PICCOLE STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA MENTALE PER ALLENATORI AL COVID-19

Stiamo vivendo un momento, o meglio un periodo, che, oltre ad essere di grande emergenza sanitaria, sta avendo e avrà sempre più un forte impatto dal punto di vista relazionale e psicologico su tutta la società. Ma in tutto ciò, cosa stanno vivendo atleti e allenatori che sono costretti a subire un improvviso e lungo (non si sa quanto) stop forzato?

Ecco alcune riflessioni su ciò che gli allenatori di calcio, così come di qualsiasi altro sport, potrebbero stare vivendo!

Innanzitutto mi sento di essere vicina, come ex allenatrice, come ex atleta, e come attuale psicologa dello sport al senso di grande frustrazione e di tristezza che i protagonisti dei vari mondi sportivi stanno vivendo: l’impossibilità di perseguire gli obiettivi prefissati, e di condividere allenamenti e partite con la propria squadra, è qualcosa che difficilmente può essere compreso da chi non ha mai respirato e vissuto pienamente il mondo dello sport.

Gli allenatori vivono di programmazione, di relazioni, di emozioni, di obiettivi raggiunti e di quelli ancora da raggiungere: togliere loro la possibilità di guardare al futuro in quest’ottica non fa che catapultarli in possibili ansie e preoccupazioni rispetto al proseguo della stagione sportiva, sia in termini di gare che in termini di ritorno del gruppo-squadra sul campo.

È comprensibile, hanno vissuto mesi e anni strutturando e perseguendo obiettivi, magari avevano da poco iniziato ad allenare una nuova squadra e stavano iniziando proprio ora a percepire il senso di fiducia reciproca tra lo staff e gli atleti. Ed ecco lo STOP arrivare come un grosso infortunio, o forse peggio.

Oltre a ciò, chi sceglie la strada dell’insegnamento sportivo opta per una professione da cui ricava divertimento e soddisfazione, aspetti fondamentali per il mantenimento di un buon equilibrio psicofisico.

Ecco, quindi, che all’improvviso ci si trova in una situazione che può far sentire insabbiati, bloccati, impauriti all’idea di perdere quanto costruito finora, sia tecnicamente che umanamente.

Come sopravvivere a tutto ciò?

1. Trasforma lo STOP in STAD-BY: le parole sono importanti e tu che sei allenatore lo sai benissimo! Utilizza il tempo a disposizione per studiare, ripassare, pensare e creare nuovi allenamenti. Pensa al tempo che hai oggi e organizzalo in modo da sfruttarne le possibilità, coltiva le tue passioni per stare bene oggi ed in funzione del ritorno sul campo.

2. Fai il punto della situazione e rivedi le priorità: fai un bilancio della stagione sportiva dall’inizio allo stand-by, com’è stata? Cosa potresti migliorare? Quando tornerai sul campo come potrai ri-costruire un clima sereno e di fiducia coinvolgendo gli atleti nella definizione di nuovi obiettivi condivisi?

3. Accetta il cambiamento: ogni crisi rappresenta una fine ed un nuovo inizio. Accettare il cambiamento significa, ad esempio, adattarsi mantenendo i contatti con gli allievi inviando loro allenamenti online, filmati da visionare e commentare, e tanto altro! Accetta che qualcuno potrebbe non tornare in campo, accetta che questa emergenza cambierà loro e te, pertanto come scegli di evolvere?

4. Prendi consapevolezza che stare insieme, condividere esperienze sportive e non, sono e saranno grandi bisogni che ognuno, allenatori, dirigenti e atleti sentiranno di voler soddisfare sempre più quando questa emergenza terminerà. Tu, che guidi un gruppo fatto di amicizie ed obiettivi, sarai chiamato a coinvolgere tutti nella soddisfazione di questo bisogno. Il tempo di oggi è quindi prezioso per recuperare energie da mettere in campo tra qualche tempo! Ricorda che non sei solo, la tua rete di colleghi continua ad esistere ed esistono professionisti in grado di aiutarti se dovessi sentire di fare fatica. In bocca al lupo!

PAOLO BALBI

  • Addetto Stampa A.C. Asola

ALLENATORI SOTTO LA LENTE

L’allenatore perfetto?

Rimanendo in zona, è quello proverbialmente scolpito nella pietra dagli storici scalpellini di Rezzato.

Fa molto piacere che per il proprio Almanacco, l’Associazione Allenatori di Calcio di una sezione importante come quella di Brescia, abbia invitato l’A.C. Asola a dare un contributo tramite il suo addetto stampa; questo conferma il buon lavoro della società e la validità nel tempo delle sue scelte.

Per l’occasione, e per sincera cortesia nei confronti di chi mi ospita, scelgo di mettere sotto la lente proprio la figura dell’allenatore, come elemento di una società.
Naturalmente niente di tecnico, ci mancherebbe!
Solo qualche spunto di discussione – che è sempre utile – perché non vorrei proprio cadere nell’errore inverso del tecnico riciclato come dirigente e poi ancora, citando, noi ricordiamo sempre che “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”.


Dirigenti e allenatori? Due universi paralleli: c’è naturalmente nel mezzo una zona di contatto, ma i salti da una categoria all’altra sono rappresentati dalle mosche bianche, quando va bene, e dalle pecore nere, il più delle volte; scusate la scelta dei colori, ma zanzare azzurre, oltre a non rendere l’idea, è troppo futurista, suona male!
Sono sempre fatti salvi i rapporti personali, che possono essere ottimali.
Un profano delle vicende di una società sportiva tende ad accomunare la presenza degli allenatori a quella dei dirigenti, non considerando che, mentre è facile che questi ultimi prestino la propria attività senza cambiare maglia per periodi lunghissimi, per una vita, i tecnici sono spesso condizionati da molti fattori, quali la potenzialità di una squadra o l’attrattiva di quelli che impropriamente chiamiamo rimborsi spese (leggi retribuzioni), che li fanno rimanere ai margini del dilettantismo.
Quale dirigente si aspetta un rimborso spese, scordando che la gratificazione del dilettante sta proprio nel dilettarsi dello svolgimento stesso di un’attività?

Fatte queste premesse, si può anche passare a qualche considerazione sulle qualità che noi cerchiamo in un allenatore.
Io sono da sempre un convinto sostenitore della formazione continua e sono certo dell’importanza di una laurea in Scienze Motorie o dell’opportunità dei vari “patentini” federali: certamente averli conseguiti certifica la frequenza ad un corso che qualcosa dovrebbe per forza aver trasmesso all’allievo, ma se non fosse per i regolamenti, potrebbero avere un peso molto relativo.
Questa mia affermazione offre il fianco a inutili rimostranze e quindi è bene fare un paio di precisazioni terra terra: l’allenatore Tizio è “bravo” e sarà migliore dopo aver frequentato un corso, mentre l’allenatore Caio, che non l’ha frequentato, potrebbe essere “più bravo” anche dell’allenatore Tizio patentato.
A favore dei titoli sta il fatto che indubbiamente possono aumentare la professionalità del tecnico, come del dirigente, senza mai scordare che professionalità è una caratteristica che si può trovare o meno nel dilettantismo, quanto nel professionismo, ma, come nella vita, così è nel calcio: non ci sono eccezioni e l’allenatore fondamentalmente non vale per gli attestati, ma per le proprie qualità personali.

Conto parecchio sulla mia più che ventennale esperienza – e, perché no? anche sui corsi che ho frequentato e sulla formazione che ho avuto – e sul fatto di aver scelto di fare il dirigente, occupandomi negli anni di ogni categoria, dalla Scuola Calcio alla prima squadra, non considerando mai come una promozione il passaggio ad una fascia di età superiore, o una retrocessione il percorso inverso, e credo che il mio punto di vista, indubbiamente privilegiato per aver lavorato a stretto contatto con un centinaio abbondante di allenatori nelle più diverse circostanze, sia condiviso da non pochi addetti ai lavori.

Ad Asola reputiamo che i nostri allenatori abbiano fatto bene il proprio lavoro quando vediamo che un gruppo di Pulcini nel corso degli anni arriva a disputare almeno un buon campionato Allievi, con poche defezioni e qualche innesto.
E’ un gruppo che ha vinto dei campionati? Molto bene, li abbiamo festeggiati insieme.
Non ne ha vinti? Poco male, abbiamo donato a quei bambini/ragazzi la soddisfazione della continuità e per la loro permanenza ringraziamo famiglie e tecnici.
Ogni volta che verifichiamo il percorso formativo di un gruppo così, constatiamo che le qualità dei tecnici che hanno permesso tutto questo non sono rappresentate da “patentini”, né dalla loro abilità informatica, né dall’essersi votati ad uno qualsiasi dei tantissimi metodi che qualche loro ex collega mette sul mercato, ma sono le loro doti personali di trasparenza, facilità di comunicazione, etica, equilibrio, uniti naturalmente ad un bagaglio professionale sufficiente.

Da tutto questo discende che l’allenatore che ci piace è quello che ai bambini/ragazzi sembra – sottolineo “sembra” – un po’ maestro/professore e un po’ padre/nonno, che ai genitori dei bambini/ragazzi sembra – sottolineo sempre “sembra” – un po’ educatore e un po’ animatore e che a noi si mostri consapevole di avere la sua panchina per mettere in pratica al meglio le direttive della società, che gli ha dato una rosa di bambini/ragazzi solo in affido temporaneo, nei limiti che la società stessa pone.
Ci piacciono gli allenatori che sentono spirito di appartenenza e fanno proprie le esigenze della società, comprendendone i problemi, che collaborano senza entrare in competizione tra loro, senza invidie, e trovano soddisfazione nei successi dei colleghi: tutte cose che non si possono simulare, farlo sarebbero fin troppo evidente agli occhi di chi ha alle spalle molti anni di situazioni e persone.

A tale proposito qualche consiglio: quando vi presentate ad un colloquio preliminare con un dirigente per farvi conoscere, non cercate di dimostrarvi diversi da come siete, sprechereste tempo ed energie, e tenete sempre presente che un discorso lineare in buon italiano può sempre più di schemi, metodi, effetti speciali e luccicanti presentazioni con il PC, infarciti di parole straniere, che tanto piacciono ad alcuni e tanto annoiano noi.

PAOLO QUARTUCCIO

  • Allenatore UEFA A
  • Allenatore A.S.D. Atletico Castegnato – Promozione

PROPOSTE NEL CALCIO GIOVANILE E ADULTI

Voglio ringraziare questa splendida iniziativa per avermi dato la possibilità di riportare la mia esperienza in campo e di farmi conoscere a voi lettori.
Nel calcio sappiamo tutti che nessuno ha una ricetta vincente per poter preparare una squadra, tanti hanno avuto successo e risultati seguendo un metodo, altri con lo stesso metodo non ci sono riusciti.
Quindi non ho la ricetta magica ma voglio solo riportare la mia esperienza sul campo da quando ho deciso di intraprendere questo percorso di allenatore.
Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo, ho accettato con entusiasmo e la prima cosa che mi è venuta in mente come argomento da trattare è stato proprio le proposte da portare in campo sia con i ragazzi del settore giovanile sia con gli adulti delle prime squadre.
Personalmente dedico molto tempo a preparare una seduta di allenamento, ragiono giornalmente in base allo “stato” della squadra e di quella che è stata la domenica, e tenendo conto che chi allena i dilettanti deve fare i conti con giocatori che si allenano di sera dopo una giornata di lavoro e vari problemi quotidiani…
La fase di attivazione mi porta via molto tempo, perché cerco qualcosa che possa tenerli subito attivi, non noioso quindi, non ripetitivo per non creare routine.
La parte tecnica analitica tendo a svolgerla principalmente ad inizio stagione, proponendo semplicemente della trasmissione nei quadrati o rombi ricercando controllo orientato e passaggio usando entrambi i piedi.
Dopo propongo subito qualcosa che si avvicini alla partita, quindi in situazione con avversario. Parlando di attivazione non vado a ricercare contrasti ma chi non è in possesso palla lavora su linee di passaggio e intercetto, chi invece è in possesso per iniziare lavora con l’obbligo di due tocchi, non può giocare di prima, quindi sarà concentrato a fare il primo controllo orientato verso la giocata da fare. Qui abbiamo a disposizione tante varianti, dai tocchi alle dimensioni del campo al numero di passaggi da effettuare, ecc. …
È un’attivazione completa dove alla tecnica si aggiunge la componente di tattica sia individuale che di squadra.
Discorso che si può tranquillamente portare ai giovani del settore giovanili, dove la parte analitica deve avere, a mio modesto parere, una parte importante durante la stagione, la palla deve essere al centro della seduta sempre in maniera continuativa in modo che venga toccata il maggior numero di volte possibile per giocatore.
Cerchiamo sempre di proporre comunque esercitazioni dove la parte del divertimento sia sempre presente e obiettivi precisi.
Spero di trovarvi presto in campo.
Buon calcio a tutti!

LUIGI FEBBRARI

  • Preparatore Atletico Professionista
  • Fondatore A.I.P.A.C.
  • Preparatore Atletico Albania – Nazionale

IL RECUPERO

Questo momento storico che ci vede protagonisti insoliti di un evento che si può definire “UN FENOMENO SURREALE “con cadute disastrose sulla salute in primis e sulla quotidianità in futuro al punto di dover cambiare presumibilmente il nostro stile di vita.

Anche il calcio, fenomeno culturale di risonanza mediatica altissima, non solo nel nostro paese, ha dovuto prendere le misure a questo terribile evento.

Che piaccia o no anche il calciatore è un atleta di alto livello che come tale deve essere considerato alla stregua di una macchina di formula uno per la quale non si possono avere le attenzioni riservate ad una utilitaria.

Dopo i giusti e reiterati inviti resi poi per certi versi obbligatori di astenersi da attività debitamente segnalate è toccato anche ai clubs calcistici di sospendere le attività di riferimento obbligando di conseguenza anche i calciatori ad effettuare un periodo di inattività che dovrà essere gestito con attenzione seppur nella precarietà.

Allenarsi senza poter usufruire dei mezzi di allenamento specifici per lo sport praticato, è sicuramente un deterrente perché vengono a mancare, di conseguenza, quegli stimoli che sollecitano “I FATTORI D’ESECUZIONE” vale a dire: la Coordinazione Specifica, cioè le componenti TECNICO-TATTICHE-FISICHE che sono inscindibili per loro natura e integrate.

Questa pausa non può essere paragonata ai periodi di transizione del fine campionato o della pausa invernale perché in questo caso i calciatori sviluppano un dettagliato lavoro programmato da seguire nei luoghi più adeguati con mezzi di allenamento consoni al piano specifico di lavoro.

Per questo si possono verificare situazione paradossali dove il calciatore deve trovare il modo di allenarsi in una situazione di precarietà assoluta magari in un appartamento seppur ampio e comodo dove realizzare le indicazioni dello staff.

Nel contesto delle situazioni ambientali in cui avviene il “DEALLENAMENTO FORZATO” mancano gli strumenti idonei per conciliare al meglio il FERMO e l’estrema necessità di mantenere vivi i fattori d’esecuzione sopra citati.

Chi ha la possibilità di usufruire di un giardino privato avrà il vantaggio di sviluppare al meglio i programmi dello staff con un indice di correlazione più adeguato alla gara.

Per chi è costretto in un appartamento sarà assolutamente indispensabile fornirsi di un TREADMILL dove poter sviluppare i tipi di corsa che il preparatore avrà sicuramente predisposto nonché lavori di forza con piccoli attrezzi facilmente reperibili e la fantasia nello sfruttare con efficacia le infrastrutture dell’appartamento (scale, step, ecc…).   

Per chi è del mestiere potrebbe essere considerato comunque “UN TAPERING” forzato però perché è parzialmente programmabile e non sotto controllo del preparatore che per questo perde l’effetto dei suoi obiettivi principali quali appunto “L’ELIMINAZIONE DELLA FATICA ACCUMULATA NEL PERIODO DI ALLENAMENTO INTENSIVO” ciò nonostante, anche se nella precarietà, si potrebbe  seguire, per quanto, possibile le indicazioni del TAPERING dove  sarebbe opportuno a mio parere usare alte intensità in un momento favorevole, perché manca lo stress della competizione, per sostenere i complessi sistemi di erogazione metabolici enzimatici ed ormonali.

Mi spiacerebbe certo leggere interviste del tipo “Lo sforzo massimo che ho fatto in un periodo di transizione è stato quello di alzare una lattina di birra”.

Mentre altro è sentirsi dire che “Mi sono allenato a casa salendo le scale a velocità diverse con i cestini delle bottiglie piene d’acqua con carichi variabili”.

AMEN

MASSIMILIANO DAGRADA

  • Allenatore Calcio a 5
  • Allenatore UEFA C
  • Docente Settore Tecnico Calcio a 5
  • Coordinatore Scuola Calcio a 5 Centro Sportivo San Carlo (MI)

IL PERCHE’ DEL CALCIO A 5 GIOVANILE

Ancora oggi, nel nostro Paese, sentiamo spesso parlare del calcio a 5 (o, per meglio dire, futsal) come del fratello “minore” del calcio a 11. In realtà si tratta effettivamente di due sport diversi, ognuno con la propria identità che, inizialmente, hanno alcuni aspetti in comune, poi imboccano strade diverse.

L’aspetto che riveste importanza fondamentale è che il calcio a 5 può essere strettamente funzionale, propedeutico, a livello giovanile, al calcio a 11; questo perché permette al bambino un migliore dominio della palla (non dimentichiamoci in ciò l’importanza del pallone a rimbalzo controllato), si lavora su distanze minime che condizionano favorevolmente l’esecuzione del gesto tecnico e soprattutto perché obbliga il giovane calciatore a pensare e decidere velocemente, migliorando così la sua capacità di adattamento al gioco. In tal modo quando il piccolo atleta passa al calcio le dimensioni del campo si fanno maggiori e per lui sarà molto più semplice trovare soluzioni adatte, poiché, conseguentemente alle dimensioni del campo, aumenta anche il tempo di analisi della situazione, scelta ed esecuzione del giocatore.

“Per troppo tempo, per programmare l’attività calcistica dei giovani, gli allenatori hanno avuto come riferimento il modello di prestazione degli atleti adulti e fino a poco tempo fa, in alcune regioni, i calciatori in erba venivano catapultati direttamente nel calcio 11 VS 11. Di conseguenza, i giocatori più piccoli, dai Primi Calci agli Esordienti, si son trovati, per molti anni, a disputare partite in condizioni difficili o comunque non adatte alle caratteristiche fisiche, mentali, emozionali e relazionali tipiche di questa fascia d’età” (Bonaccorso S. “Allenatori e Insegnanti” 2002).

In Brasile, la patria del futsal (ovvero “futbol sala”), e in tutti i Paesi Latini, i più grandi campioni che hanno fatto le fortune delle migliori squadre europee e delle rispettive Nazionali hanno mosso i primi passi nel futsal per poi affermarsi nel calcio a 11. Così parla un fuoriclasse quale Messi della sua esperienza nel calcio a 5 “Quando ero giovane, in Argentina, giocavo a futsal per strada e con i Newell’s Old Boys. Era un vero e proprio divertimento che mi ha aiutato moltissimo.” Gli fa eco Cristiano Ronaldo: “Il campo piccolo in cui giocavo mi ha aiutato nelle mie abilità con i piedi, la natura del gioco mi ha reso molto libero quando giocavo. Se non fosse stato per il futsal io non sarei il giocatore che sono oggi.”

In Brasile tutte le società di calcio professionistiche alternano, nei propri settori giovanili, l’attività di calcio a 5 e quella di calcio a 11: tutto ciò avviene, fino all’età di quindici anni, con lo scopo di migliorare la conoscenza tecnica e tattica dei propri atleti.

Nella tabella seguente possiamo vedere il programma di allenamento settimanale del Settore Giovanile del Cruzeiro, nota squadra brasiliana.

La filosofia brasiliana considera il calcio a 5 maggiormente motivante rispetto al calcio a 11, poiché all’interno di una squadra composta solamente da cinque elementi, il singolo incide maggiormente, si assume una quantità maggiore di responsabilità e si sente, di conseguenza, più importante; il giocatore, inoltre, ripetendo con maggior frequenza i gesti tecnici è più soggetto al miglioramento.

È quindi indubbio che una partita di calcio a 5 permetta ai componenti le due squadre di essere più partecipi al gioco, avendo la possibilità di toccare più volte la palla, di attaccare e difendere con maggior continuità poiché vi sono più capovolgimenti di fronte, di effettuare un maggior numero di passaggi e di realizzare un numero elevato di dribbling; la stessa cosa accadrà per il portiere che sarà spesso impegnato.

Nel calcio a 11 attuale, infine, assume sempre più importanza il pensare e agire rapidamente, cosa questa che lo avvicina in maniera evidente al calcio a 5; infatti, un requisito fondamentale che deve possedere un giocatore di calcio a 5 è la capacità di esprimere un gesto tecnico in velocità. Il giocatore si trova dunque nelle condizioni di partecipare attivamente alle tre fasi di gioco tipiche del calcio: fase di possesso palla, con frequentissime situazioni di uno contro uno in diverse posizioni del campo, fase di non possesso palla, con molteplici opportunità di sperimentare ed acquisire i fondamentali tecnici difensivi e fase di transizione, che deve essere “eseguita” nel minor tempo possibile. Questo permette al giocatore in età evolutiva di implementare le proprie capacità coordinative, orientamento spazio-temporale per esempio, abilità tecniche in tutte le diverse espressioni, abilità tattiche individuali.

Le dinamiche di gioco del calcio a 5 fanno in modo che i giocatori partecipino con uguale intensità sia alla fase di possesso che a quella di non possesso, occupando diverse posizioni in campo. Di conseguenza viene sollecitata in modo spontaneo una formazione tecnico-tattica ampia, che servirà da base per il futuro e che consentirà di non avviare quei processi di specializzazione del ruolo che nelle prime fasce d’età potrebbero rivelarsi non positivi.

Illustri tecnici sostengono che la struttura di base per insegnare il gioco del calcio, nella fase di possesso, sia il 5vs5 (4vs4 di movimento più portieri) poiché il possessore di palla, attraverso il movimento corretto dei compagni, ha la possibilità di avere gli appoggi giusti per sviluppare il gioco (a sostegno, in ampiezza, in profondità).

In conclusione mi sento quindi di affermare che, per il giovane calciatore, l’affiancare allenamenti di futsal ad allenamenti tradizionali di calcio non può che avere piacevoli risvolti positivi.

ELIO TOSONI

  • Allenatore UEFA C
  • Responsabile Attività di Base A.S.D. La Sportiva Calcio
  • Allenatore Pulcini A.S.D. La Sportiva Calcio
  • Allenatore Primi Calci A.S.D. La Sportiva Calcio

SAPER GUARDARE PER SAPER VEDERE

Il giocatore “intelligente” deve essere preparato ed allenato fin dalle categorie giovanili ad osservare e leggere la situazione per poter scegliere ed eseguire in modo veloce ed efficace.

PERCEZIONE E ATTENZIONE in riferimento ai processi cognitivi.

  • La percezione è il processo attraverso cui il sistema nervoso centrale acquisisce le informazioni dagli organi di senso e ci consente di cogliere la realtà circostante. È attraverso la percezione che le sensazioni e le informazioni provenienti dal modo esterno vengono elaborate e riconosciute dal cervello.
  • Il sistema cerebrale costruisce la nostra esperienza sin dalla tenera età dalle informazioni che riceve dagli organi di senso e dalle risposte che invia a livello motorio in un circolo continuo di stimolo-risposta in adattamento all’ambiente Possiamo definire lo sviluppo del cervello quindi come sviluppo cerebrale-esperienza-dipendente
  • Il quadro che il cervello costruisce, però, è molto soggettivo, cioè tutti possiamo osservare la stessa scena, ma sicuramente ognuno potrà porre la propria attenzione su elementi differenti come avviene per esempio in una partita di calcio. È quindi grazie all’attenzione che il cervello riesce a selezionare le informazioni necessarie allo svolgimento delle attività cognitive o motorie in atto. L’ attenzione selettiva può essere definita l’abilità di selezionare le informazioni che vengono dall’esterno e la più importante operazione cognitiva che il giocatore mette in atto.

PERCEZIONE E ATTENZIONE nelle strategie di visione in rapporto al livello prestativo dei giocatori.

  • La capacità di percezione e attenzione visivo-spaziale e l’integrazione con le conoscenze già acquisite possono differenziare il livello prestativo dei giocatori d’elite rispetto a quelli di minore livello e ai principianti. I giocatori più esperti adottano una strategia di visione più ampia, così da ottenere in breve tempo un maggior numero di informazioni utili dall’ambiente, rispetto ai non esperti
  • Infatti quando mettiamo a fuoco un particolare che entra nel nostro campo visivo si parla di movimento oculare di fissazione. Così quando esploriamo una situazione di gioco procediamo attraverso una sequenza di fissazioni, in ciascuna delle quali viene focalizzato un singolo particolare. Attraverso determinati studi si è visto che l’oggetto delle fissazioni è sostanzialmente diverso al variare del livello degli atleti e determina le informazioni utili che il giocatore riesce a cogliere dall’ambiente.
  • Anche il tempo e la frequenza di fissazioni dipendono dall’abilità dell’atleta: l’esperto usa un maggior numero di fissazioni ma di durata inferiore rispetto al principiante. Per esempio un giocatore esperto nello stesso tempo riesce ad osservare avversari e aree libere, mentre un principiante si concentra solo su chi è in possesso della palla o solo sulla palla stessa.
  • Un atleta evoluto sarà quindi in grado di valutare la situazione in un istante, pianificando in anticipo il gesto tecnico e la disposizione tattica, disponendo così di più tempo per acquisire ulteriori informazioni dall’ambiente di gioco.

Il “COSA” GUARDARE nella formazione del giocatore intelligente.

  • Se l’obiettivo è formare giocatori veloci, soprattutto in termini di pensiero, diventa determinante migliorare la capacità di selezionare “cosa e dove guardare” e riconoscere i segnali che permettono di reagire rapidamente o addirittura anticipare le situazioni. Infatti gli atleti durante il gioco devono riuscire ad “anticipare” gli eventi, proprio perché le loro scelte vengono compiute in spazi e tempi ridotti, sotto la pressione dell’avversario.
  • Per favorire questo adattamento, l’allenamento va organizzato intorno al processo di problem-solving e decision-making, creando esercitazioni dove i giocatori debbano affrontare una “sfida cognitiva”, con problemi da risolvere, decisioni da prendere, situazioni da percepire, dettagli da leggere.
  • A questo punto facilitare l’apprendimento significa saper scegliere dove indirizzare il focus attentivo del giocatore (cosa è meglio guardare) in modo che possa modificare autonomamente le proprie azioni, comprendendo cosa sta facendo, ampliando la propria capacità di scelta e migliorando la lettura delle situazioni.
  • La superiorità di un giocatore evoluto, rispetto a uno di minore livello, deriva dai primissimi istanti in cui percepisce la situazione, cioè in cui “guarda” e “vede” subito cosa è possibile fare, senza bisogno di analizzare tutto a livello razionale, ma esaminando solo le migliori possibilità a disposizione.
  • I giocatori con intelligenza di gioco superiore hanno accumulato più ore in esercitazioni di gioco non rigidamente guidate, e si affidano a un bagaglio di esperienze strutturate in allenamenti situazionali, prolungati e ripetuti, dove l’integrazione tra percezione, attenzione selettiva, lettura e valutazione immediata della soluzione dei problemi di natura tecnico-tattica è alla base dei comportamenti durante il gioco. Questo concetto è riassunto nella sigla P.A.D.E. (Percezione, Analisi, Decisione, Esecuzione).

Ricadute applicative per l’Attività di Base.

  • Questo processo di apprendimento dovrebbe essere proposto e allenato fin dalle prime fasce d’età, attraverso situazioni o giochi che stimolino il bambino ad apprendere autonomamente e quindi a prendere iniziativa. E’ importante che il giocatore cominci da giovane ad assumersi responsabilità per migliorare gli aspetti tecnici e tattici, con particolare attenzione agli sviluppi cognitivi (favorendo la comprensione e la lettura delle situazioni) e alla crescita della personalità, in termini di autostima, capacità di decisione e di scelta.
  • Seguendo questa linea metodologica e pedagogica l’apprendimento delle abilità di gioco si fonda su un’auto-organizzazione del giocatore che lo rende protagonista del suo percorso educativo. Il comportamento motorio funzionale a risolvere una determinata situazione emerge spontaneamente:
    • A) dall’interazione tra allievo-ambiente di gioco-compito da affrontare;
    • B) dal binomio percezione/analisi e decisione/azione;
    • C) dal supporto delle informazioni dell’allenatore rivolte all’allievo atte a fargli comprendere e raggiungere il compito attraverso continue prove ed errori (Pedagogia non lineare).

Seguono alcune proposte pratiche su situazioni di gioco semplici.

MASSIMILIANO SPINI

  • Dietista
  • Personal Nutrition Trainer

SUGGERIMENTI PRATICI PER UNA SANA ED EQUILIBRATA ALIMENTAZIONE DEL GIOVANE CALCIATORE (PARTE 3/3)

2.4 IL PASTO PRE PARTITA AL BAR
Mentre i giocatori professionisti consumano l’ultimo pasto (o gli ultimi pasti) tutti assieme, in genere in ristoranti di ottimo livello, molti di quelli delle serie inferiori mangiano sempre (o quasi) a casa loro, specie quando giocano vicino a dove abitano.
Talvolta capita che alcuni di loro debbano mangiare qualcosa (magari in piedi) ad un bar, quello di una stazione, quello di un grill o quello più vicino al campo di gioco.
Che cosa bisogna scegliere in questi casi?
Per prima cosa vale la pena che nel pasto precedente a quest’ultimo (in particolare nella prima colazione se la partita si gioca nel pomeriggio) si mangi con una certa abbondanza.
Poi tenendo conto di quanto è già stato detto, si può pensare di consigliare di consumare al bar una ridotta quantità di cibi, come ad esempio:

  • un panino, preferibilmente con bresaola o prosciutto crudo privato della parte grassa;
  • una fetta di crostata o di un dolce (ma senza panna o creme) con un tè.

2.5 IMMEDIATAMENTE PRIMA DELLA PARTITA
Un tempo si definiva “razione d’attesa” ciò che veniva assunto fra l’ultimo pasto principale (consumato almeno tre ore prima della partita) e l’inizio del match, in pratica nelle decine di minuti precedenti ad esso.
Oggi si tende a pensare che non serva nulla, se non acqua con zuccheri e sali (gli uni e gli altri sempre ben diluiti), in particolare dopo il riscaldamento e prima del fischio d’inizio; nel periodo invernale possono essere sufficienti alcuni sorsi, in quello estivo sarà bene berne almeno un paio di bicchieri.
Ci sono due eccezioni, l’una che riguarda i carboidrati per chi non ha mangiato nulla da almeno sei-sette ore; l’altra riguarda i liquidi quando si sa che ci si troverà a giocare in condizioni climatiche veramente difficili, quelle nelle quali si produrranno elevate quantità di sudore per via degli elevati valori di temperatura, di umidità e di irraggiamento solare.
Nel primo caso sarà utile che il giocatore assuma alimenti che abbiano contemporaneamente queste due caratteristiche: che siano di assimilazione rapida; e che non provochino variazioni brusche della glicemia.
Invece, se si sa che nel corso della partita si andrà incontro alla perdita di grandi quantità di sudore, ci si limita a ricordare come la perdita da parte del corpo di notevoli quantità di acqua (“disidratazione”) e di sali, determina una diminuzione dell’efficienza fisica, la possibilità di andare incontro a crampi e talvolta, anche ad un calo dell’efficienza del cervello come conseguenza di un aumento della temperatura del corpo.
Per evitare ciò, è utile che il giocatore faccia la pre-idratazione, e quindi che beva molto abbondantemente prima di entrare in campo, cioè dopo il riscaldamento e l’appello dei giocatori.

2.6 DURANTE LA PARTITA
Già da anni i giocatori bevono durante l’intervallo; più recentemente hanno iniziato a bere anche nel corso della partita (quando le situazioni climatiche lo richiedono).
Solo da pochi anni alcuni studiosi hanno cominciato a sostenere l’utilità di un apporto non soltanto idrico, ma anche energetico nel corso della partita.

2.7 L’IMPORTANZA DI BERE DURANTE LA PARTITA
Si è già detto di quanto possa essere dannosa la perdita di grandi quantità di acqua e di sali sotto forma di sudore ai fini dell’efficienza atletica.
Il giocatore dovrà quindi cercare di reintegrare una buona parte di tali perdite; oltre che bere prima dell’inizio della partita, insomma, è bene che egli:

  • beva abbondantemente nell’intervallo; l’acqua pura può non bastare: sarebbe bene che ad essa venissero aggiunti appositi sali che sono venduti in bustine; è bene che la temperatura dell’acqua o della bibita sia fresca, ma che non sia gelata; nel periodo invernale di solito è sufficiente assumere piccole quantità di tale bevanda, ma quando il clima determina una sudorazione molto abbondante, conviene invece berne alcuni bicchieri, cominciando immediatamente dopo la fine del primo tempo: il massaggiatore, in altre parole, dovrà preparare le borracce (o i bicchieri già pieni della bevanda apposita) e metterli a disposizione dei giocatori non appena l’arbitro ha fischiato l’inizio dell’intervallo;
  • se può, e se riesce, beva anche durante la partita, in particolare durante le pause determinate dagli infortuni, sia approfittando del fatto che in queste situazioni di solito il massaggiatore entra in campo portando una o più borracce, sia andando a prendersele alla panchina; ogni volta è bene bere alcuni sorsi, oppure, quando si suda in grande abbondanza, la quantità massima che può essere assunta ogni volta senza avere grossi disturbi;
  • valuti se è necessario fare la pre-idratazione; in certe condizioni ambientali infatti è possibile produrre per ogni minuto una quantità di sudore ben superiore alla quantità di acqua che può venir recuperata attraverso le bevande, ed è quindi possibile che già il primo tempo sia sufficiente a determinare un consistente grado di disidratazione.

2.8 DOPO LA PARTITA
Molti tendono a commettere alcuni errori per quello che riguarda l’alimentazione del dopo partita.
Negli ultimi anni (per fortuna) non si sente più dire, come invece accadeva qualche lustro fa, che per alcune ore dopo il termine dell’incontro non si deve né bere, né mangiare.
I sostenitori del digiuno affermavano che l’organismo era stanco per lo sforzo della partita e che si doveva aspettare che avesse in parte recuperato prima di sottoporlo ad un altro impegno come quello della digestione; il loro primo errore era quello di non capire che gli organi più interessati sono differenti (quelli dell’apparato locomotore da un lato, quelli dell’apparato digerente dall’altro) e che quindi non ha senso pensare che si verifichi una somma di fatiche; il secondo errore era quello di non rendersi conto del fatto che da alcune componenti dello sforzo della partita si recupera più in fretta proprio bevendo ed alimentandosi.
Se, comunque, è vero che ora non si dice più di non bere né mangiare per alcune ore, è vero anche che da parte di alcuni vengono raccomandate diete che lasciano pochissime scelte, che sono estremamente punitive e che non danno alcun vantaggio pratico al calciatore che le utilizza.

2.9 PERCHÉ PUO’ MANCARE L’APPETITO DOPO LA PARTITA (MA NON LA SETE…)
In ogni caso è vero che appena finita la partita (e a volte anche per alcune decine di minuti dopo il termine di essa), alcuni giocatori non hanno per niente appetito; infatti l’impegno per 90 minuti determina l’aumento nel sangue di catecolamine, di endorfine e di altri ormoni il cui effetto è appunto la scomparsa della fame.
Questo è un fattore che potrebbe essere considerato come un indice della stanchezza dell’organismo nella sua totalità e probabilmente non esiste alcuna ragione per non ascoltarlo; in altre parole, se non si ha voglia, non è il caso di sforzarsi di mangiare.
Semmai è importante bere e se si deve affrontare un’altra partita a due-tre giorni di distanza, è meglio optare per bevande che apportino anche alcune decine di grammi di zucchero.
Del resto quasi tutti i calciatori già al termine della partita hanno sete, in una misura che di solito aumenta in funzione del sudore prodotto, e quindi anche della temperatura dell’aria, dell’umidità e dell’irraggiamento solare.
È importante cominciare a bere da subito (meglio in quantitativi limitati ma frequenti), anche servendosi delle apposite bevande per sportivi, dal momento che il recupero dell’acqua richiede tempi lunghi (anche alcune ore nel caso che le perdite siano state superiori ai tre litri) e dal momento che l’individuo disidratato e carente di sali è più soggetto a disturbi di vario tipo.

3 LO SPUNTINO E LA CENA SUCCESSIVI ALLA PARTITA
Se la partita si conclude a metà pomeriggio, alcune decine di minuti dopo di essa si può fare uno spuntino a base di cibi solidi ad esempio (pane o fette biscottate con marmellata o miele; biscotti; torta tipo crostata di mele o di marmellata o altri dolci senza panna o creme; frutta fresca) con una bevanda (tè, frullato di frutta).
Quanto alla cena, l’obiettivo principale deve essere quello di consumare molti carboidrati, sono dunque da privilegiare i primi piatti, anche in quantità abbondante, a base di pasta o di riso, meglio se con poco condimento (i grassi fritti o cotti a lungo, in ogni caso, vanno sempre evitati).
Il secondo piatto (carne, pesce) può anche essere consumato in porzioni tradizionali, mentre la verdura cruda o cotta non dovrebbe mancare, così come può essere preso anche un dessert (gelato alla frutta, dolci senza panna o creme).
La sete dovrebbe venire calmata con acqua, o eventualmente con spremute di agrumi o con frullati di frutta; gli alcolici dovrebbero essere assolutamente eliminati.

Per ulteriori consigli o informazioni:
Tel: 3335992562
E-mail: info@maxspini.net
www.maxspini.net

MASSIMILIANO SPINI

  • Dietista
  • Personal Nutrition Trainer

SUGGERIMENTI PRATICI PER UNA SANA ED EQUILIBRATA ALIMENTAZIONE DEL GIOVANE CALCIATORE (PARTE 2/3)

2 L’ALIMENTAZIONE E LA PARTITA
La partita rappresenta il momento più importante per il calciatore, quello della verifica del suo valore.
Quindi, se per lui è sempre necessario seguire un’alimentazione adeguata allo sport che pratica ed alle proprie caratteristiche individuali, è senza dubbio fondamentale (per un maggior rendimento agonistico) scegliere correttamente i cibi e le bevande prima e durante la partita.
Anche il modo di nutrirsi dopo di essa può essere importante per presentarsi nelle migliori condizioni possibili ai successivi allenamenti ed eventualmente alla successiva partita, in particolare quando se ne deve giocare un’altra dopo soli tre giorni.

2.1 PRIMA DELLA PARTITA
Nell’alimentazione delle ore che precedono la partita, ancora oggi vengono commessi vari errori da parte dei calciatori, sia di quelli che giocano in serie A, sia di quelli che giocano nelle categorie inferiori o in quelle giovanili.
Alcuni di questi errori talvolta non pregiudicano la prestazione della partita soltanto perché i giocatori (soprattutto quelli giovani) godono di capacità digestive ben superiori alla norma; e quindi riescono a non avere disturbi anche se assumono cibi che già di per sé sono del tutto sconsigliabili o perché sono abbinati in maniera molto scorretta ad altri alimenti.
Altri errori alimentari invece non sono altrettanto veniali, dal momento che determinano di certo un peggioramento dell’efficienza, anche se magari il giocatore stesso non se ne rende conto.

2.2 QUANDO IL DIGIUNO È MOLTO PROLUNGATO
Certamente l’assunzione dei cibi e delle bevande non deve avere effetti negativi né sulle caratteristiche fisiche, né eventualmente su quelle psichiche del giocatore stesso.
Di queste ultime se ne parla raramente; anche se in realtà come conseguenza di una scorretta alimentazione si possono creare situazioni (ipoglicemia da digiuno; ipoglicemia reattiva) che possono determinare un significativo peggioramento delle prestazioni soprattutto se abbinate alle conseguenze dell’insorgere della fatica.
Se è vero che l’assunzione scorretta dei cibi può danneggiare, è anche vero che è importante che il giocatore non si presenti alla partita a digiuno da parecchie ore, per esempio dalla sera precedente se deve giocare al mattino.
Infatti una delle conseguenze del digiuno prolungato è “l’ipoglicemia”, vale a dire l’abbassamento del tasso di glucosio (zuccheri) nel sangue.

2.3 QUANDO LA DIGESTIONE È ANCORA IN CORSO
Come si è detto, si può commettere l’errore di far trascorrere troppo tempo senza alimentarsi, ma si può anche commettere l’errore contrario: quello di terminare di mangiare quando manca troppo poco tempo all’inizio della partita.
Se l’intervallo fra la fine del pasto e l’inizio del riscaldamento pre-partita è eccessivamente breve (o/e se si sono assunti cibi errati o anche mal combinati fra essi), mentre si è in campo si possono avere sia problemi più propriamente gastrici (pesantezza, acidità, nausea, vomito), sia problemi generali (giramenti di testa, perdita delle forze) per il fatto di non aver ancora digerito.
E’ consigliabile un intervallo fra fine del pasto e inizio della partita di almeno 2 ore.
C’è un influenza reciproca (assai nociva per la prestazione) fra digestione ed attività fisica quando esse si svolgono contemporaneamente: ciascuna delle due infatti influisce negativamente sull’altra.
Spesso anche il cervello risente negativamente del fatto che i cibi siano ancora sullo stomaco.

Quali sono dunque i nutrienti da escludere o da preferire nel pasto pre-partita?

Ecco alcuni suggerimenti.

  • POCHISSIMI GRASSI. La prima regola per avere una digestione più facile è quella di ridurre il contenuto di grassi nel pasto che precede l’incontro; soprattutto vanno evitati i grassi fritti e quelli cotti a lungo; vanno poi esclusi gli insaccati, le carni grasse e gli intingoli.
    Si deve cercare di eliminare le parti palesemente grasse delle carni e la pelle del pollo; non vanno prese le parti degli arrosti o dei roast-beef a diretto contatto con i grassi di cottura; vanno ridotti condimenti, i formaggi e il latte intero.
    L’unico grasso consentito è l’olio d’oliva extravergine, ma anch’esso in quantità ridotta (1-2 cucchiai da minestra).
    I grassi da un lato richiedono di per sé tempi lunghi per essere digeriti, da un altro allungano i tempi di digestione anche dei cibi con i quali vengono assunti.
  • POCHE PROTEINE. Nel pasto che precede la partita non è necessario consumare proteine; ci si può quindi astenere dai cibi che ne contengono in abbondanza, come le carni, le uova, i formaggi, il latte.
    Qualcuno però ne sente la necessità psicologica; in questi casi si può consigliare di prendere (come si è già accennato sopra) qualche fetta di bresaola o di prosciutto crudo privato assolutamente della parte bianca (ricchissima di grassi), oppure una porzione limitata di carne magrissima cotta senza grassi.
  • ABBONDANZA DI CARBOIDRATI COMPLESSI. I cibi ricchi di carboidrati sono di solito quelli più facilmente digeribili e sono altresì quelli che favoriscono l’aumento delle scorte del glicogeno nei muscoli e nel fegato.
    Vanno preferiti i carboidrati complessi, ossia gli amidi, quelli contenuti nella pasta, nel pane, nel riso.
    Ottima scelta dietetica è assumere i carboidrati complessi che derivano da farine integrali.
  • MAI TROPPI ZUCCHERI SEMPLICI. È il caso, invece, di limitare la quantità dei carboidrati semplici, cioè gli zuccheri, a partire dal saccarosio, ossia lo zucchero da cucina, e dal glucosio (detto anche destrosio).
    Quando si assumono vari grammi di questi zuccheri infatti, vi è dapprima un rapido elevarsi della glicemia (ovvero un’ “iperglicemia”); a ciò consegue un’immissione nel sangue di insulina (un ormone prodotto dal pancreas) in quantità molto superiori rispetto alla normalità.
    In questo modo la glicemia tende a tornare ai valori basali ma, se l’innalzamento del tasso di glucosio e, di conseguenza, quello dell’insulina è stato rapido e di notevole entità, può anche succedere che la glicemia scenda al di sotto dei valori normali.
    Si parla allora di “ipoglicemia reattiva”, cioè di un abbassamento della glicemia per una reazione all’eccessivo innalzamento di essa e, come si è detto all’inizio, l’ipoglicemia non consente di esprimersi al massimo dell’efficienza.
    Prima dell’incontro si deve quindi evitare d’assumere bevande o cibi ricchi di saccarosio (zucchero da cucina) come ad esempio bevande dolci e gasate (gazzosa, cola, succhi di frutta dolcificati).
    Anche alcuni cibi ricchi di amidi, in verità, tendono ad innalzare la glicemia (e di conseguenza l’insulinemia), però non in modo così brusco come fanno gli zuccheri semplici.
  • EVITARE GLI ABBINAMENTI SCORRETTI (RICORRENDO AL “MONOPIATTO”). Spesso si abbinano due cibi che, per il fatto di richiedere processi digestivi differenti, finiscono con il creare problemi. È per questa ragione che non è il caso di mangiare la frutta alla fine del pasto quando si vuole avere una digestione rapida.
    Anche l’abbinamento di un piatto ricco di amidi (pasta o riso) con un cibo proteico (bistecca o altri tipi di carne, uova e/o formaggi) richiede tempi di digestione più lunghi di quelli necessari per digerire soltanto l’uno o l’altro piatto.
    Altrettanto si può dire per l’abbinamento di due cibi proteici (carne e formaggio; carne e uova; uova e formaggio; latte e carne; latte e uova).
    Da parte di molti giocatori si sta ultimamente diffondendo l’abitudine di consumare (soprattutto nel pasto di mezzogiorno, specie se nel pomeriggio c’è allenamento) soltanto il “monopiatto”; esso è costituito soltanto da una razione abbondante di un primo piatto (o più raramente di un secondo), seguita o preceduta da un piatto di verdura cotta o preferibilmente cruda; in questo modo i tempi di digestione sono in genere assai più brevi di quelli che si hanno prendendo nello stesso pranzo tanto il primo quanto il secondo.
    A maggior ragione nel giorno della partita può essere vantaggioso far ricorso al monopiatto, ovviamente a quello costituito da pasta o da riso (oltre che da ortaggi).
  • EVITARE GLI ALCOLICI. C’è chi ritiene che un bicchiere di vino, un bicchierino di un amaro o uno di un superalcolico aiutino a digerire o a giocare meglio; ma l’alcool etilico deprime alcune funzioni inibitorie cerebrali e può dare una sensazione di euforia; ma l’una e l’altra non aiutano certo la prestazione del giocatore.
    L’assunzione di alcolici è assolutamente vietata nelle 24 ore che precedono la partita in quanto l’alcool crea un lavoro epatico (del fegato) non indifferente e questo potrebbe ridurre la performance.
    Fra l’altro, gli alcolici dovrebbero essere eliminati del tutto fin dalla sera precedente se si prevede che la partita si disputerà con temperatura e/o umidità elevate e con notevole irraggiamento solare.
    L’alcool etilico infatti causa un cattivo funzionamento dei centri del cervello grazie ai quali si verifica la corretta regolazione della temperatura corporea e ciò è sicuramente uno svantaggio quando esistono le condizioni ambientali peggiori ai fini dell’allontanamento del calore dal corpo.

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