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SIMONE TARANA

  • Chinesiologo
  • Massoterapista
  • Studente di Osteopatia

L’OSTEOPATIA ASSOCIATA ALLO SPORT

Che cos’è l’Osteopatia

L’Osteopatia è un sistema consolidato di assistenza alla salute che si basa sul contatto manuale per la valutazione, l’anamnesi ed il trattamento della persona; per sua natura essa definisce le relazioni esistenti tra l’equilibrio funzionale dell’insieme delle strutture del corpo e la salute generale del soggetto.

Si tratta di una terapia manuale, complementare alla medicina classica, incentrata sulla salute della persona piuttosto che sulla malattia; si avvale di un approccio causale e non sintomatico (spesso infatti la causa del dolore trova la sua locazione lontano dalla zona dolorosa), ricercando le alterazioni funzionali o disfunzioni del corpo che portano al manifestarsi di segni e sintomi che possono poi sfociare in dolori di vario genere.

L’Osteopatia, o Medicina Osteopatica, è nata alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti d’America e si è diffusa nei primi anni del Novecento in Europa, in particolare in Francia e Inghilterra, dove è da tempo una medicina affermata.

Quali sportivi possono beneficiarne?

Il trattamento osteopatico viene praticato su atleti di discipline molto diverse fra loro, sia amatori che professionisti, spesso anche attraverso il supporto di alcune Federazioni.

L’osteopatia, avendo come obiettivo il ripristino del buono stato di salute, viene utilizzata non solo da calciatori, ma anche da nuotatori, pallavolisti, golfisti, ecc.

Sempre più spesso sentiamo dire che squadre professionistiche blasonate delle varie discipline (senza citarne i nomi) hanno nel proprio staff un Osteopata o ne hanno uno che collabora esternamente al bisogno, visionando gli atleti.

L’importanza del rapporto con l’osteopata, per lo sportivo, è quindi ciclico e fondamentale, perché ogni sport mette sotto stress il fisico provocando nel corso del tempo piccole o grandi modificazioni che, nella dinamica, alterano il sistema provocando problemi di varia natura, i quali possono essere sia asintomatici sia sfociare in dolori riferiti.

Obbiettivi del trattamento sportivo

Esistono molti studi scientifici e molte ricerche che confermano come una regolare e volontaria attività del sistema muscolo-scheletrico, in forma di esercizio dinamico, sia di grande aiuto alla salute per ognuno di noi, anche a livello psico-fisico.

L’esercizio fisico, inteso non solo come sport a livello agonistico ma anche come attività fisica amatoriale o ludica, ha un ruolo importante nell’approccio osteopatico e sulla salute e benessere dello sportivo.

In particolare grazie ai suoi effetti positivi, l’attività fisica è in grado di rafforzare il sistema muscolo-scheletrico, cardiovascolare e respiratorio, mantenendo un alto livello di salute, nonché segue uno dei più importanti principi osteopatici: “Il corpo è capace di autoguarigione”

Tuttavia è opportuno considerare che un’attività fisica esagerata, aumenta il rischio di infortunio e induce a sollecitazioni eccessive, arrivando a quello che si definisce “over training” o “sovrallenamento” (uno squilibrio tra allenamento e capacità di recupero). Occorre pensare che l’atleta, durante l’allenamento, replica ciclicamente lo stesso movimento ed un’esecuzione errata può creare uno squilibrio fisico diventando col tempo disfunzione, che si può tramutare in possibile deterioramento dell’apparato muscolo-scheletrico con rischio di dolore o ancor peggio possibilità di infortunio.

In generale lo sportivo si rivolge alle cure osteopatiche per richiede solitamente:

  • come prevenire incidenti, lesioni muscolari ed articolari;
  • come migliorare le prestazioni fisiche;
  • come preparare al meglio le gare;
  • come diminuire i tempi di recupero post-infortuni;

L’osteopata in quest’ottica si propone quindi l’obiettivo e la priorità di mantenere e ricercare il pieno benessere psicofisico dell’atleta professionista e non, per metterlo nelle condizioni migliori di affrontare la performance.  

Modalità d’intervento Osteopatico

Il trattamento manipolativo osteopatico aiuta a ripristinare, attraverso le diverse tecniche praticate, la massima mobilità dell’apparato muscolo-scheletrico, riducendo il dolore muscolare.

L’osteopatia può di fatto affrontare sia le cause traumatologiche riequilibrando il sistema per un recupero migliore e più veloce, sia lavorando in prevenzione per rendere il più possibile funzionale il sistema; un soggetto funzionalmente sano sarà dunque meno soggetto ad infortuni e più prestante. 

I punti chiave su cui l’osteopata si basa nell’affrontare il problema sono:

  • anamnesi e valutazione;
  • ricerca della disfunzione;
  • trattamento tramite tecniche osteopatiche;
  • rivalutazione.

L’osteopatia perciò valuta il soggetto nel suo complesso, individuando cause, sintomi di disfunzioni e disturbi che possono essere la causa di infortuni o impedimenti, nel migliorare le proprie funzionalità, intervenendo su di essi in modo da ristabilire armonia ed equilibrio.

Esso si avvale di una valutazione generale delle condizioni fisiche prendendo in esame l’apparato scheletrico e muscolare, l’aspetto neurologico e cardio-vascolare.

IVAN ZAULI

  • Allenatore UEFA B
  • Docente Settore Tecnico – Tecnica Calcistica
  • Fondatore La Strada dei Campioni

IL TRATTAMENTO PALLA

Introduzione
Scendiamo in campo per iniziare ad apprendere correttamente i gesti tecnici partendo dal mattone fondante “il trattamento palla”, come pre-requisito tecnico coordinativo propedeutico a tutti i gesti tecnici che andremo a scoprire nei prossimi articoli.

Notoriamente, la formazione dei giovani calciatori si basa innanzitutto sull’apprendimento dei gesti tecnici; l’impegno degli allenatori, non privo di difficoltà, consiste proprio nell’individuazione e nell’utilizzazione di diverse strategie metodologico-didattiche finalizzate all’acquisizione significativa di conoscenze e competenze tecniche, che possono essere efficacemente utilizzate in complesse situazioni di gioco, laddove, l’interazione fra più fattori renderà più difficile la riproposizione dei gesti appresi.

Avviamo questa serie di articoli, trattando l’elemento fondamentale dal punto di vista tecnico-coordinativo, il trattamento palla, che, per la sua singolare valenza formativa, costituisce il punto di partenza per l’affinamento della sensibilità tattile di ciascun giocatore.
Tratteremo, dunque, una serie di esercizi volti a sviluppare quella maestria e confidenza con la palla (feeling) che permette infinitesimali spostamenti della stessa, attraverso un contatto ininterrotto delle diverse parti anatomiche del piede, in specie, della pianta del piede, ovvero con la suola della calzatura con la palla.

Prerequisito fondamentale
Il trattamento palla costituisce, come anticipato in precedenza, il pre-requisito fondamentale, dal punto di vista tecnico-coordinativo, per poter apprendere efficacemente tutte le abilità tecniche che si andranno ad allenare successivamente.
Questa tipologia di lavoro ha una valenza doppia, nel senso che, oltre che migliorare il rapporto piede-palla, con tutte le sue superfici (esterno, interno, collo, collo/esterno, tallone, parte anteriore della suola, parte posteriore della suola, punta, tacco), consente di migliorare tutte le capacità coordinative (come la ritmicità dei piedi, l’agilità, la flessibilità e la mobilità delle articolazioni, coordinazione generale, coordinazione specifica, bilateralità) che vengono, generalmente, sviluppate a secco, oppure integrate prima a secco, poi con la palla.
Personalmente, penso che queste capacità coordinative possono essere sviluppate, esclusivamente, con l’utilizzo della palla. Naturalmente, è necessario avere un “sapere esperto” in modo di associare ogni esercizio con la palla ad una o più capacità coordinative.

Il trattamento palla andrebbe allenato ad ogni singola sessione per 10 minuti, in tutto il percorso formativo del settore giovanile, dai 5 anni ai 16 anni, per acquisire la stessa sensibilità e percezione che hanno i giocatori da pallacanestro attraverso infiniti contatti della palla con le mani.
Questo tipo di lavoro diventa indispensabile per apprendere, successivamente, tutte le tecniche per il ricevere e il calciare, grazie alla mobilità e flessibilità tibio-tarsica e delle articolazioni ginocchio-coxso femorale che permetteranno, poi al giocatore, di poter ricevere la palla con vari angoli di controllo, e a calciare con tutte le superfici, avendo una caviglia particolarmente mobile.

Esercizi
Di seguito, analizzeremo alcuni esercizi sul trattamento della palla svolti sul posto, ovvero il primo step di un lavoro che dovrà poi portare i ragazzi ad effettuare questi esercizi in movimento lungo il campo.

Setting di apprendimento: su un riferimento fisso (un cinesino)

  1. Strappo a V – pianta interno piede
    • fase iniziale: pallone a destra o sinistra del cinesino. Richiamare la palla con la pianta del piede vicino al riferimento, e spingerla con l’interno del piede dalla parte opposta allo stesso. Ripetere con l’altro piede.
    • progressione
    I° step: pianta del piede di appoggio statica sul terreno.
    II° step: pianta del piede di appoggio che effettua un saltello durante il richiamo della palla.
    Manterremo la stessa progressione negli altri esercizi.
  2. Strappo pianta-parte interna del piede, dietro la gamba di appoggio a V (movimento Cruyff)
    • fase iniziale: pallone a destra o sinistra del cinesino. Richiamare la palla con la pianta del piede lontano al riferimento, e spingerla con la parte interna del piede dietro la gamba di appoggio dalla parte opposta. Ripetere con l’altro piede.
  3. Uncino e apertura interno piede a V:
    • fase iniziale: pallone a destra o sinistra del cinesino. Richiamare la palla con la pianta del piede lontano al riferimento con la parte anteriore della pianta, e spingerla con l’interno del piede opposto, dall’altro lato del riferimento. Ripetere con l’altro piede.
  4. Combinazione strappo pianta interno a V – movimento Cruyf a V – uncino e apertura interno piede a V:
    • fase iniziale: pallone a destra o sinistra del cinesino. Richiamare la palla con la pianta del piede vicino al riferimento, e spingerla, con la parte interna dello stesso, dall’altro lato del riferimento; richiamare la palla con lo stesso piede di partenza, con la pianta, facendola passare dietro la gamba di appoggio, con la parte interna, per poi continuare il movimento, arretrando la palla con il piede lontano al riferimento – con la parte anteriore della pianta – per spostarla poi, con l’interno del piede opposto, dall’altro lato. Ripetere con l’altro piede.

Conclusioni

Questi esercizi di trattamento della palla preparano ai cambi di direzione 45°, attraverso la guida della palla; inoltre, sono propedeutici e possono essere effettuati in fase iniziale, come riscaldamento, quando si vuole allenare la ricezione di interno piede a 45° e la trasmissione di interno piede, essendo fondamentali per la biomeccanica del ricevere e calciare.
Naturalmente, questi esercizi possono essere eseguire anche con un angolo maggiore, ovvero 60°- 90°.

LA STRADA DEI CAMPIONI

GIANLUCA STESINA

  • Medico Chirurgo specialista in Medicina dello Sport
  • Medico Sociale Albania – Nazionale

ALIMENTAZIONE IN QUESTO PERIODO DI STOP FORZATO

In questo periodo di stop forzato dall’attività sportiva, l’alimentazione assume un ruolo importante, quasi come durante il periodo agonisticio.

Cosa dobbiamo chiedere ad  una corretta dieta in questo periodo?

  1. di evitare un aumento ponderale, cioè di non prendere peso perché questo rallenterebbe il recupero di una buona condizione atletica alla ripresa degli allenamenti
  2. non perdere massa muscolare ed andare incontro ad una ipotrofia muscolare  

Inoltre, aspetto non secondario, una alimentazione equilibrata permette di apportare al nostro organismo un corretto quantitativo di nutrienti e di vitamine utili per non indebolire il sistema immunitario.

È quindi fondamentale in questi giorni in cui si allenano molto meno, che i calciatori stiano attenti a non aumentare di peso; infatti bisogna ricordare che passando da 15-18 ore di allenamento a media-alta intensità a settimana a poche ore di esercizi a casa si assiste ad un netto calo del consumo energetico: per cui un minor consumo energetico implica un minor apporto di calorie con gli alimenti. Se non ci si adegua  velocemente a questa variazione  si assiste ad un aumento ponderale,  soprattutto a carico della massa grassa.

Per evitare questo fenomeno i calciatori devono assolutamente diminuire i carboidrati, mantenendo, invece, una quantita’ corretta di proteine, utili per la costruzione e il mantenimento delle fibre muscolari.

Si calcola che nel periodo agonistico, gli atleti devono introdurre una quantità di carboidrati di circa 5-7 grammi /kg che è la quantità ideale per sopperire al dispendio energetico richiesto dal regolare programma di allenamenti e partite tipico del periodo agonistico. Per dare una regola pratica in questo periodo di detraining forzato i calciatori devono dimezzare l’introito di carboidrati passando a 2-4 grammi/Kg.

In pratica se prima introducevano 100 grammi di pasta a pranzo quotidianamente, adesso o dimezzano il dosaggio giornaliero (soluzione preferibile) o introducono lo stesso quantitativo di pasta o riso solo a giorni alterni, spesso discorso vale per pane o altre fonti di carboidrati.

Inoltre devono essere aboliti o molto limitati i dolci e le bevande zuccherine quali i succhi di frutta o le bibite gasate e soprattutto le bevande alcoliche quale vino e birra che forniscono un elevato quantitativo di zuccheri semplici, che non spesi immediatamente si depositano sotto forma di tessuto adiposo.

In pratica possiamo dire che in questo periodo gli atleti dovrebbero privilegiare diete più ricche di proteine, anche in considerazione del fatto che gli esercizi che possono essere svolti a casa stimolano meno la componete aerobica e sono più indirizzati a mantenere un buon tono muscolare.

Si ricorda inoltre però che le diete iperproteiche, quali possono essere la dieta a zona o la dieta chetogenica (dove l’introito di carboidrati è bassissimo) dovrebbero sempre essere svolte solo sotto controllo medico e mai come fai da te ed effettuate solo per un periodo limitato di tempo.

Risulta invece importante l’introduzione di almeno quattro-cinque porzioni di frutta e verdura al giorno non solo per ottenere un corretto apporto calorico ma anche perché frutta e verdura sono la principale fonte di vitamine. Le più importanti sono la vitamina C ed E che sono potenti antiossidanti utili anche per mantenere integre le difese immunitarie.

Una dieta ben equilibrata, soddisfa in questo periodo di riduzione dell’attività tutte le richieste funzionali dei calciatori e quindi almeno fino alla ripresa del periodo agonistico possono essere abbandonati quasi tutti gli integratori alimentari assunti nel periodo agonistico.

In conclusione: è importante seguire queste poche e semplici regole per farsi trovare alla ripresa degli allenamenti in perfetta forma e con un corretto rapporto massa magra e massa grassa per poter recuperare più velocemente una normale condizione atletica.

ROBERTO AVANZA

  • Allenatore UEFA B
  • Allenatore Calcio Ghedi – Eccellenza

L’ALLENATORE COME 12ESIMO UOMO IN CAMPO

Ad ogni allenatore che si rispetti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di porsi questa domanda dopo il fatidico triplice fischio finale: “Avrei potuto fare di più? Ho fatto tutto il possibile?”

Domande del tutto legittime, che spesso insorgono dopo un risultato o una prestazione negativa, perché spesso dopo una vittoria non si va alla ricerca dei propri errori, abbagliati dall’euforia del bottino pieno, si abbandona la strada del miglioramento per prendere quella dell’esaltazione. Questa credo sia una delle più distorte convinzioni dell’allenatore.

Questo si verifica nel mondo dilettantistico, mondo in cui gli strumenti per analizzare una partita sono molto limitati. I più fortunati, e direi anche i più organizzati, registrano la gara e possono riguardare il filmato studiando le situazioni che si sono verificate, ottenendo informazioni importanti.

Il mondo dei professionisti viaggia naturalmente in un’altra dimensione fatta di match analysis, gps, staff numerosi e molto qualificati, cura maniacale dei dettagli ed una predisposizione maggiore da parte dei giocatori, che sono necessariamente molto preparati dal punto di vista tattico, ma necessitano comunque di essere stimolati sotto il profilo dell’attenzione e della motivazione.

Nonostante questo resto convinto che tatticamente ciò che non si allena si perde, dalla Serie A alla Terza categoria. Migliorare la tattica significa agire sulle capacità decisionali, e nessun giocatore di nessun livello può esimersi da questo allenamento se vuole sviluppare una buona performance.

Allora in che modo un allenatore può incidere nei 90 minuti, sapendo comunque che non sarà lui a scendere in campo, considerando che i giocatori non si possono imbrigliare in tatticismi esagerati?  Il calcio non è la Playstation e noi non abbiamo in mano un joypad.

Affrontiamo il contesto dilettantistico, dove un allenatore ha a disposizione 2-3 allenamenti settimanali, approcciando giocatori che vengono al campo dopo una lunga giornata di lavoro e a cui non si può privare la componente ludica durante gli allenamenti.

Considerate queste importanti premesse, ritengo sia assolutamente possibile per un allenatore poter incidere durante i 90 minuti. Spesso questa possibilità è sotto i nostri occhi, ma non sappiamo o non riusciamo a coglierla. Proverò a spiegare nelle prossime righe in che modo, a mio avviso, possiamo agire.

Questa opportunità di incidere si costruisce durante la settimana, analizzando quante più situazioni di gioco possibili durante gli allenamenti e affidando ai giocatori riferimenti e compiti ben precisi. Pochi, ma precisi, cercando di convincerli a fare anche qualcosa di diverso rispetto a quello a cui sono abituati a fare, ma funzionale al nostro modo di vedere il calcio e soprattutto funzionale al bene della squadra. Se il giocatore non è convinto di quello che fa, difficilmente riusciremo ad ottenere un risultato apprezzabile.

Il nostro compito è entrare nella testa del calciatore. L’abbiamo convinto veramente? Attraverso il nostro lavoro abbiamo davvero inciso sulle sue scelte di gioco future? Il campo ce lo dirà. Senza mentire mai.
Naturalmente questo processo non dura una settimana, ma dura mesi, dal primo giorno di ritiro, dove dovremmo abbandonare l’idea di privilegiare l’aspetto fisico, rispetto a quello tattico e di organizzazione. Il calcio è un gioco, si gioca non si corre.

Una volta che la squadra ha sviluppato un piano tattico preciso e condiviso, ha interiorizzato situazioni di gioco, in modo tale da permettergli di andare in campo più preparata possibile, l’allenatore ha raggiunto uno dei principali obiettivi. Poi arriva la partita e si può continuare ad incidere.

L’aspetto di vitale importanza nel lavoro dell’allenatore nei 90 minuti è quello di prestare attenzione alle zone di campo dove non c’è il pallone. Lì si l’allenatore ha veramente la possibilità di incidere in maniera determinante, anche perchè nella zona della palla il giocatore ha una soglia di attenzione molto elevata nei confronti del gioco, ed è praticamente impossibile modificarne il comportamento. Bisogna rispettare l’autonomia del calciatore nella scelta di gioco. Il nostro lavoro in tal senso l’abbiamo già fatto in settimana, cercando di indirizzare ed organizzare le sue intenzioni attraverso la proposta del nostro modello di gioco.

Qui l’allenatore dovrà dare tutto se stesso, ad esempio richiamando i difensori alle marcature preventive in fase offensiva, preparando il posizionamento degli attaccanti in fase difensiva se si trova ormai compromessa la loro possibilità di contendere il pallone, e successivamente a richiamare tutte quelle situazioni di gioco che sono state precedentemente preparate e che magari un giocatore in uno stato di fatica, può perdere di vista, allora sì che noi allenatori possiamo diventare determinanti ed essere un vero e proprio 12esimo uomo in campo.

Questo comporta grande impegno e fatica, perché quando finiscono i 90 minuti spesso e volentieri si è anche più stanchi dei giocatori, ma secondo il mio punto di vista, se pretendiamo il 100% da loro, abbiamo il dovere di darlo noi per primi, durante tutti gli allenamenti, durante la preparazione alle partite, cercando di mettergli in mano più carte possibili da giocare, come la conoscenza dell’avversario. Dobbiamo “giocare” anche noi i 90 minuti come fossimo parte attiva della partita, perché in fondo lo siamo molto di più di quello che possiamo immaginare. Questo atteggiamento è molto più importante di un cambio di modulo o di una sostituzione che qualche volta ci possono aiutare a risolvere i problemi, ma non possono essere la regola per riuscire a risultare efficaci durante il match.

Questo è un approccio che permette di vivere la domenica sera in maniera “serena”, sia in caso di vittoria, che in caso di sconfitta, ma consapevoli di aver dato il 100%, senza rimpianti, se non sugli errori che sono stati commessi, ma quelli fanno parte della nostra natura, bisogna “solo” cercare di limitarne il numero.

ENRICO ZUCCHI

  • Presidente AC Crema 1908

QUALE FUTURO PER IL MONDO DEI DILETTANTI NEL DOPO VIRUS?

Lo studio operato dalla Lega Nazionale Dilettanti, in tema di sostenibilità nel mondo del calcio dilettantistico è impietoso, ma molto chiaro.
Ad oggi l’intero mondo del calcio è “affetto dal virus”, immobilizzato a casa, come larga parte della popolazione italiana e rimane quasi inerte.

Per ciò che concerne le nostre attività, sono state bloccate immediatamente alle prime avvisaglie di pericolo, in completa tutela dei nostri tesserati, anche con la chiusura del centro sportivo, tra le numerose critiche di chi oggi, invece, ci loda per ciò. Stiamo offrendo ai giocatori dell’agonistica la possibilità di allenarsi “da remoto”, con collegamenti video tramite apposite piattaforme, con i propri tecnici e preparatori, per mantenerli in forma, ma anche per rendere meno pesante psicologicamente la reclusione forzata, alla quale non sono abituati.

Per quanto riguarda tecnici ed educatori, stiamo approntando un sistema di e-learning, che possa coadiuvare la loro formazione, che contiamo di attivare molto presto.
Ci stiamo anche interessando, tramite un istituto assicurativo di primaria importanza, per attivare delle polizze che tutelino tutti i nostri tesserati in caso fossero colpiti dal Coronavirus, a totale copertura delle spese sostenute.

In questo clima di grande incertezza, ci stiamo altresì interfacciando con l’AIC, nella figura del responsabile delle relazioni istituzionali, Fabio Appetiti, oltre a tenerci informati sugli indirizzi della Lega di D, tramite l’Avv. Luigi Barbiero.

Continuiamo a seguire la nostra vocazione per il sociale, per quanto possibile ed abbiamo risposto prontamente alla richiesta del Comune di Crema, di interessarci del trasporto quotidiano dello staff medico arrivato da Cuba (al quale abbiamo fornito anche vestiario pesante), con i nostri pulmini, guidati dagli autisti che, normalmente, trasportano i ragazzi.

Gli scenari, d’altra parte, non sono per nulla rosei per ciò che concerne il futuro e ovviamente l’AC Crema 1908 non si differenzia da tutti gli altri.
Il tema è molto semplice, nell’ambito di un sistema economico che vivrà una profonda crisi, che sfocerà, con tutta probabilità, in recessione, le preoccupazioni di noi imprenditori saranno ben altre, che investire nell’effimero mondo del calcio con sponsorizzazioni dettate spesso più dell’amicizia, che da reali ritorni economici o d’immagine.

In un siffatto scenario, pare logico pensare che chi ci ha sostenuti con generosità sinora, metta in fila le priorità, tutelando in primis l’azienda, i dipendenti, la ripresa di quanto bruscamente interrotto dagli eventi e solo in ultima analisi, la possibilità di continuare ad aiutare la promozione dello sport.

Questa piaga che ci sta attanagliando, è destinata a mutare in maniera profonda e radicale il mondo del calcio dilettantistico, in misura tale che, nei calcoli del centro elaborazione dati della LND e del centro studi della Federcalcio, circa 200.000 ragazzi potrebbero trovarsi in condizione di non avere più un vettore per la pratica del gioco del calcio, con tutto ciò che ne potrebbe derivare a livello sociale, sanitario e di gravame sulle istituzioni.

Ciononostante, il Mondo è destinato ad andare avanti e la mia personale vision, sempre proiettata in avanti e mai focalizzata sul presente, mi impone di avere un atteggiamento positivo e propositivo e di ricercare tutta quella serie di opportunità, che andranno a crescere una volta sgomberate le macerie lasciate da questa immane calamità: ci rimboccheremo le maniche e, come sempre, ce la faremo!

FABIO PATUZZI

  • Allenatore Portiere Dilettante e Settore Giovanile
  • Allenatore Portieri AC Calvina Sport 1946 – Serie D
  • Allenatore UEFA C

IL RUOLO DEL PORTIERE E IL TEMPO IMPREVEDIBILE DELLA QUARANTENA

Oggi viviamo in un tempo sospeso, incerto, in una realtà inaspettata che ci spaventa, ci stupisce e intimorisce; stiamo vivendo in una dimensione spazio-temporale che ci impone di riprogrammare le nostre abitudini, rivedere le nostre scelte e priorità e al tempo stesso ci disorienta in quanto esce dalla nostra normalità quotidiana.

C’è un’inquietante casualità in tutto questo.

Oggi come non mai ci sentiamo tutti un po’ portieri, estremi difensori delle nostre vite, attenti baluardi della nostra salute.

… Nella telecronaca della partita, si è giunti alla fine del secondo tempo. Il portiere è stato inoperoso senza subire un tiro in porta, proprio come voleva. Appena prima del triplice fischio, tuttavia, viene sorpreso tutto d’un tratto da un tiro improvviso, inaspettato e scagliato verso la sua porta. Un tiro talmente violento e insidioso che gli spalanca le mani e lo fa urlare in preda allo sconforto …

Per quel portiere, proprio come per noi oggi il tempo si è come fermato, ha deciso di rallentare; questa paradossale realtà ci impone di prestare attenzione ad ogni singolo aspetto e dettaglio.

Il portiere è l’emblema perfetto dell’imprevedibilità; ogni partita, ogni situazione, ogni momento e ogni singola azione non è mai uguale, sempre diversa difronte alla quale ti impone di reagire e cercare delle soluzioni.

Come portieri, noi oggi, dobbiamo avere la forza di rialzarci.

… L’avversario esulta fiero per il gol fatto. Ha colto, tutta la squadra e il portiere avversario, di sorpresa, lasciando tutti increduli e afflitti; fino a pochi minuti fa, era una situazione davvero inimmaginabile. Ora il punteggio è in parità, ma la partita non è ancora finita, c’è ancora la possibilità di portare a casa un buon risultato. Ed ecco il portiere, che dopo un breve momento di sconforto si rialza con decisione, si piega sulle sue gambe stanche per raccogliere quella maledetta palla finita in rete e con grinta la rilancia verso il centro del campo. E’ deciso più che mai a portare a casa questa partita e con urla incita, spronando i compagni …

Sicuramente nessuno sportivo si confronta tanto spesso con l’arbitrarietà del proprio destino quanto il portiere, spesso uomo solo ed estremamente esposto al pericolo.

Una deviazione, un rimbalzo sbagliato, un colpo di vento, una lettura errata di una situazione, e rischia di vanificare tutto quello che di buono è stato creato.

Noi oggi, come il portiere, non possiamo correre, non possiamo inseguire la palla o giocare, per dimenticarci di tutto ciò che stiamo vivendo, ma dobbiamo essere bravi ad aspettare, rimanendo esposti, con molto tempo davanti a noi per riflettere.

Un goal, dopotutto, segnato da una meteora di cuoio impazzita, non frantuma la nostra filosofia di vita che è e resta quella di parare.

IVAN ZAULI

  • Allenatore UEFA B
  • Docente Settore Tecnico – Tecnica Calcistica
  • Fondatore La Strada dei Campioni

L’IMPORTANZA DELLE ABILITA’ TECNICHE NEL SETTORE GIOVANILE

Il talento è quella capacità delle persone per la quale le “cose gli vengono facili”, ma anche chi ha capacità di apprendimento e che la sa mantenere: parte del talento è quindi la capacità di imparare.

Le migliori prestazioni e le vittorie delle più grandi squadre di tutti i tempi non sono, esclusivamente, dovute al loro collettivo, alla preparazione atletica e, neppure, ad una buona impostazione tattica, ma sempre più spesso alla classe e qualità tecnica dei loro singoli giocatori.

Un esempio tangibile è il Real Madrid, vincitore della UEFA Champions League consecutive negli ultimi 3 anni.
Eppure, anche se è vero che un campione può emergere grazie al suo talento donatogli da Madre Natura, è altresì vero che il talento va accompagnato con un lavoro mirato e costante nel tempo.
L’esempio del fuoriclasse della Juve, Cristiano Ronaldo è il miglior spot di come il talento venga preservato con il lavoro quotidiano e la cura del dettaglio, sotto ogni punta di vista, tecnico, fisico, mentale, alimentare.

Molti ragazzi che iniziano a giocare a calcio, con un talento nella norma, non sviluppano quelle abilità tecniche necessarie per divertirsi nel gioco.
Questo perché l’allenamento quotidiano è sempre più proiettato ad un approccio globale e sempre meno sullo sviluppo delle competenze tecniche individuali a 360°, soprattutto nell’età dell’oro – 6/12 anni – dove, in questa fase, si creano gli automatismi tecnici, attraverso la ripetizione costante nel tempo.

Sono del parere, e la mia esperienza nel campo ultraventennale me lo dimostra, che gli allenatori, soprattutto nell’attività di base – età di massimo apprendimento delle abilità tecniche – debbano “svestire” i panni dell’allenatore per diventare un MAESTRO dimostratore di tecniche calcistiche.
L’allenatore/maestro di tecnica dovrebbe, lui per primo essere in grado di saper fare, in modo che i ragazzi possano imparare efficacemente attraverso l’imitazione (modeling).

Migliore sarà il modello imitativo, superiore sarà la risposta esecutiva da parte dei giocatori, cioè i ragazzi che non possiedono un grande talento naturale, non potranno mai acquisire una buona tecnica, se non supportati adeguatamente da un allenatore-maestro che insegni loro tutti i virtuosismi e le tecniche dei grandi giocatori.
Senza queste abilità tecniche di base, infatti, il giocatore non ha la possibilità di esprimersi, così come non ha il miglior musicista senza il suo strumento, o un carpentiere senza i suoi arnesi di lavoro.

L’obiettivo è formare calciatori tecnicamente indipendenti e non dipendenti da noi allenatori, in modo che, attraverso un approccio didattico-creativo, incentrato sullo sviluppo delle competenze tecniche, il giocatore possa esprimersi in maniera autonoma e scegliere la soluzione tecnica per lui più efficace durante il gioco. Ciò significa lasciarli liberi di sbagliare e non essere “telecomandato” da noi allenatori come se fossero i protagonisti dei giochi della Playstation: ricordiamoci che il miglioramento passa anche e soprattutto attraverso gli errori.

Questo approccio consente, al giocatore, di migliorare la propria creatività, la fiducia in sé stesso, l’autostima, il senso di responsabilità che si rifletteranno, nel tempo, anche al di fuori dal campo di calcio.
Lo sviluppo tecnico – in un percorso formativo dai 6 ai 16 anni + adulti – deve avere una sua gradualità, finalizzata al raggiungimento di innumerevoli piccoli traguardi per ogni fascia di età. Tale gradualità avviene tramite l’affinamento valido e costante delle competenze tecniche, per sviluppare doti offensive che permettano, poi, nel gioco, di aprire varchi e di andare a rete con eleganti azioni individuali e di gruppo, anche quando si è pressati dalla difesa avversaria.

Dopotutto, è questo ciò che gli spettatori sperano di vedere in una partita: non vengono allo stadio per vedere i giocatori tirare calci ad un pallone e correre, qua e là, per il campo di gioco, anche se con grande impegno.
I giovani, quindi, non smettono di giocare per pigrizia e inerzia, ma perché non riscontrano quei miglioramenti tanto desiderati e scopriranno altre cose, altri sport senz’altro più divertenti che correre dietro un avversario sul terreno di gioco senza imparare nulla di nuovo.

Il loro successo nel calcio dipenderà soprattutto dalla gioia e dal divertimento che potranno trarne: è il divertimento, insieme al successo di imparare cose nuove, che ci spinge a praticare uno sport. Nelle altre discipline sportive una particolare tecnica viene ripetuta innumerevoli volte in sede di allenamento; al contrario, la media dei giovani calciatori si reca ad allenarsi soltanto dalle 2 alle 4 volte, al massimo, alla settimana (ammesso che il campo non sia impraticabile) entrando in contatto con la palla soltanto per pochi minuti alla settimana.

Per migliorare questa carenza, prima regola fondamentale è quella di insegnare ad usare la palla in assenza di avversari, attraverso un lavoro sul TRATTAMENTO PALLA in assenza di avversari, in modo di interiorizzare tutti quei pre-requisiti tecnici coordinativi che saranno fondamentali nel gioco.
Chiunque affermi che il calcio è uno sport semplice, dovrebbe riflettere sull’importanza e su quante gestualità tecniche occorrono, durante la partita, nelle svariate situazioni di gioco.

Oggi, il calcio è sempre più veloce, dinamico e fisico e le squadre sono sempre più preparate tatticamente e c’è sempre più densità durante il gioco. Ecco, perché, avere giocatori tecnicamente abili a districarsi in spazi stretti attraverso virtuosismi tecnici, diventa fondamentale per conquistare spazi volti ad eseguire giocate poi efficaci per la squadra. È indubbiamente facile passare la palla ad un compagno in posizione poco avanzata, o mandare semplicemente il pallone in avanti confidando nella fortuna, ma il pubblico non va allo stadio soltanto per assistere a questo tipo di gioco.
Il calcio, si sa, è un gioco di squadra, tuttavia, la coesione del collettivo dipende prevalentemente dalle capacità dei singoli membri.

Sin da bambini tutti i grandi campioni hanno sfruttato le loro qualità innate per vincere un duello, altri invece, anche dopo 20 anni di attività, sono ancora a corto di tali doti.
Ecco, perché, l’apprendimento di tutte le abilità tecniche fin dai 6 anni risulterà fondamentale per dare a tutti i giocatori un bagaglio tecnico-motorio che consenta loro di divertirsi, di provare soddisfazione durante il gioco e di tornare ogni volta all’allenamento di imparare cose nuove.

In passato, quando la strada rappresentava ancora il primo terreno di gioco per i ragazzi, regnava un maggiore equilibrio fra il gioco di attacco e di difesa e tutte le abilità tecniche e le strategie per 1vs1 venivano apprese attraverso mini-partitine con gli amici di strada.
Ora, che il calcio viene giocato ad un livello professionistico che richiede un intenso allenamento, la condizione fisica e la preparazione tattica del giocatore hanno acquisito una maggiore importanza. Ciò non ha necessariamente un’influenza negativa sul calcio, a condizione che le qualità atletiche e tattiche si vadano ad unire con un eccellente bagaglio tecnico.

Davanti alle prodezze di un fuori classe il calcio si trasforma in uno sport avvincente, fantasioso artistico e creativo; tuttavia, non sempre il calcio viene vissuto con passione ed entusiasmo, questo perché, a volte, durante l’insegnamento viene data priorità alla teoria a discapito della spontaneità.
Innumerevoli sono gli esempi di giocatori che nel loro percorso non hanno, o quasi, praticato finte, cambi di direzione, arresti e ripartenze, dribbling dorsale per mascherare le loro intenzioni.

Sebbene il calcio sia uno sport in grado di offrire, ad una persona ricca di idee, fantasia e creatività, tante opportunità di divertimento, sia a chi lo pratica che a chi lo guarda, inibire l’iniziativa, la spontaneità e la creatività, con un solido bagaglio di tecniche, porta alla standardizzazione del calcio.

Per cercare di ottenere i MIGLIORI risultati nel MINOR tempo possibile, fin dalla tenera età, i bambini dovranno concentrarsi su 4 aree didattiche fondamentali:

  1. acquisire un perfetto e dinamico controllo del pallone (trattamento palla) lo si fa attraverso un contatto continuo piede-palla con tutte le superfici, in modo da interiorizzare tutti quei pre-requisiti tecnici-motori-coordinativi propedeutici a finte, cambi direzione, arresti e ripartenze, dribbling frontale e dribbling dorsale, ricezione-trasmissione, radente e aerea; questo lavoro migliora la bilateralità, la flessibilità e l’elasticità articolare e la coordinazione.
  2. vincere il confronto diretto con l’avversario (cambi di direzione, finte, arresti e ripartenze, dribbling frontale e dribbling dorsale), ovvero sviluppare tutte quelle gestualità tecniche che poi in partita serviranno per aprire varchi per vincere duelli e conquistare spazio, attraverso un apprendimento analitico delle varie gestualità sopracitate.
  3. superare l’avversario da soli o con l’aiuto di compagni di squadra: allenati i punti 1 e 2, è il momento di trasferire determinate abilità tecniche all’interno dei giochi di applicazione con pressione totale, attraverso duelli di 1vs1 e 2vs2.
  4. creare il maggior numero possibile di opportunità di andare a rete: significa allenare in ogni seduta il tiro in porta, associandolo ai gesti tecnici allenati in precedenza.

LA STRADA DEI CAMPIONI

SILVIA LORENZI

  • Laurea in Fisioterapia
  • Laurea in Scienze Motorie dello Sport
  • Titolare SL Fisio Lab

LCA E RIENTRO IN CAMPO

La rottura del LCA è uno degli infortuni più limitanti nella carriera di un calciatore. Quattro soggetti su cinque ritornano alla pratica sportiva dopo l’intervento, ma solo il 65% torna al livello atletico precedente ed è ancora inferiore la percentuale di coloro che riescono a sostenere competizioni dello stesso livello precedente la lesione, ossia 55% (Arden et al, 2014). Oltre a questo, l’elevato rischio di recidiva: numerosi coloro che dopo la rottura del LCA si sono infortunati nuovamente allo stesso ginocchio (citandone l’ultimo, Pavoletti).

Quindi, come comportarsi quando un nostro atleta inizia questo percorso, per assicurargli il miglior recupero sia dal punto di vista strettamente fisiologico che per quanto concerne un rientro sicuro in campo? Quando si parla di tempi di recupero e di ritorno all’attività sportiva, in effetti, si tocca un tema molto caldo tra staff sanitario (medico, fisioterapista, preparatore atletico), allenatore (e società sportiva) e paziente.

Parliamo innanzitutto di tempi di recupero. In Italia si parla di 6 mesi per il ritorno in campo postoperatorio. In letteratura, Barber et al. stimano un tempo di recupero tra i 3 ed i 15 mesi. Trovo interessante però anche lo studio di Nagelli et al, che ci dimostra che un ginocchio operato torna ad essere in condizione dopo 2 anni, sia dal punto di vista biologico che biomeccanico.

Nella mia esperienza, i tempi riabilitativi sono sempre molto soggettivi. Molte sono le variabili che influenzano questa stima, per esempio se pensiamo alla tecnica chirurgica utilizzata, ed oltre questo, al fatto che altre strutture sono spesso coinvolte (spesso menischi).

Da qui inizio il percorso terapeutico, essenzialmente in un team multidisciplinare: poco conta il mio apporto se rimane fine a se stesso. Fondamentale è la prima analisi con il chirurgo ortopedico che ha seguito l’intervento: delucidazioni sull’intervento stesso e valutazioni ortopediche programmate sono essenziali per la programmazione del percorso terapeutico.

Percorso che ha come obiettivo il recupero totale dell’articolarità, del tono-trofismo muscolare, della propriocettività, del corretto schema motorio della corsa e della flessibilità muscolare generale unita ad una buona condizione dell’apparato cardiocircolatorio, della struttura muscolare del tronco e anche degli arti superiori. Ecco un altro motivo per cui il fisioterapista non può lavorare in autonomia, ma necessita di figure come il preparatore atletico (che seguirà poi il ragazzo via via verso il ritorno completo in campo) e di un personal trainer nelle fasi di recupero muscolare.

Quello che però nella mia pratica risulta essere sempre più chiaro per garantire un ritorno in campo più sicuro, è che la decisione finale si dovrebbe basare anche sui risultati di determinati criteri di performance, piuttosto che basarsi solo su un determinato periodo di tempo o su una serie di test clinici standard.

Alcuni importanti studi per esempio, propongono test di forza su QF, test di balzi su una gamba (single leg hop test, triple hop test, triple crossover hop test) e test di agilità. Gli studi in merito di Grindem et al (2016) e Witrouw et al (2016) dimostrano in effetti come dopo almeno 9 mesi dall’intervento chirurgico e dopo aver passato una batteria di test di performance si riduca l’incidenza di re-infortunio di circa 4 volte.

Risulta quindi necessaria una valutazione ad hoc di ogni singolo atleta, eseguita da un team che studi il caso soggettivo, valutando passo passo la progressione del recupero e studiando insieme i criteri di performance da proporre alla fine del percorso intrapreso.

ALESSANDRO RECENTI

  • Allenatore UEFA B

ANALISI TATTICA FC INTERNAZIONALE 2019/20

Scritto con la collaborazione di Stefano Mazzoleni (Videoanalista)

1. Disposizione in campo
La squadra di Conte si dispone in campo con l’1-3-1-4-2 con un regista davanti alla difesa, due mezzali di corsa con ottimi inserimenti, due esterni in grado di coprire l’intera fascia e quindi dotate di ottime doti atletiche, una punta centrale, Lukaku, vero punto di riferimento avanzato e Lautaro Martinez ad agire alle sue spalle.

2. Costruzione del gioco

Quando la costruzione del gioco avviene palla a terra, dai piedi del portiere Handanovic i due difensori laterali si allargano sul lato corto dell’area di rigore, il difensore centrale si posiziona frontalmente al portiere mentre il regista Brozovic si fa trovare in zona luce per ricevere palla e conseguentemente sviluppare l’azione. In questa fase i due esterni sono alti e larghi e non partecipano alla fase di costruzione. Le due mezzali si posizionano, invece, negli half space.

3. Sviluppo della manovra e finalizzazione

In fase di sviluppo della manovra si creano delle catene laterali tra la mezzala e l’esterno dove quando l’ala si alza per allungare la squadra avversaria, la mezzala di parte si allarga per dare ampiezza alla manovra. L’esterno avversario, quindi, deve fare la scelta se stare basso in marcatura dell’esterno oppure alzarsi in pressione sulla mezzala. Viceversa, se l’esterno si propone incontro a ricevere palla nei piedi è la mezzala ad attaccare la profondità esterna così da riproporre sempre la stessa scelta al terzino avversario. In questa situazione, centralmente, un attaccante si propone incontro all’esterno mentre l’altro attacca la profondità nello spazio lasciato libero dal movimento del compagno di reparto.

Un’altra soluzione molto utilizzata in fase di sviluppo della manovra è quella del cambio gioco con conseguente ricerca dell’1vs1 esterno per poi andare al cross. In questa situazione l’area è attaccata dai due attaccanti, dall’esterno opposto e da almeno una delle due mezzali che si propongono a rimorchio.

Quando lo sviluppo del gioco avviene centralmente si ricerca sempre Lukaku, bravissimo nel coprire palla e scaricare verso un compagno il quale, cerca la conclusione a rete, il cambio gioco verso l’esterno opposto oppure l’imbucata centrale verso la seconda punta che attacca la profondità.

In generale, i due attaccanti stanno sempre molto vicini tra di loro e la loro combinazione nello stretto è un’arma importante per la squadra di Conte.

4. Fase di non possesso
In fase di non possesso la squadra passa ad il modulo 1-5-3-2 con tutti gli effettivi che si abbassano sotto la linea della palla in particolare con i due sterni che si abbassano sulla linea dei 3 difensori. Quando la squadra avversaria costruisce la propria azione con il regista è Brozovic che esce in pressione su quest’ultimo. Quando l’avversario sviluppa sull’esterno, la scelta di Conte, come si vede anche dall’immagine sopra, è di far uscire le mezzali sui terzini avversari mantenendo, così, gli esterni bassi a marcatura degli esterni offensivi avversari ed i difensori centrali a protezione dell’area di rigore.

5. Linea difensiva
La linea difensiva rimane corta e stretta alzandosi prontamente quando il centrocampo si alza in marcatura. In situazione di “palla scoperta” i difensori scappano con largo anticipo impedendo così agli attaccanti avversari di attaccare la profondità. A palla “coperta”, invece, il difensore centrale non si alza in marcatura sulla punta che viene incontro fino a sopra la metà campo ma, insieme, ai due difensori laterali preferiscono mantenere la linea difensiva creando densità nella propria metà campo Diversamente, nel caso in cui sia scoperta una zona laterale, è il difensore centrale ad uscire prontamente sull’esterno avversario con il resto del reparto difensivo che effettua una scalata verso la zona palla, il regista non si abbassa nella linea dei difensori ma è l’esterno opposto che si accentra a coprire la zona del secondo palo.

Fase di Possesso palla del 3-5-2 vs il 4-3-3 in campo diviso in zone

Si divide il campo regolamentare in zone:

ZONA CENTRALE 1: dove i tre difensori più il portiere dovranno costruire il gioco contro i 3 attaccanti avversari, sfruttando la superiorità numerica con il play o da uno delle due mezze ali scese in rotazione

ZONA LATERALE 1: dove il difensore di destra o di sinistra in base all’uscita della palla dovrà smarcarsi per ricevere palla e giocare per il quinto in zona 2 o verticalizzare per la punta che è venuta corta a ricevere. In questo caso solo uno dei tre attaccanti avversari potrà uscire a contrastare il difensore di riferimento.

ZONA 2: dove inizialmente si posizionano i 5 di centrocampo del 3-5-2 contro i 3 centrocampisti del 4-3-3. Dopo la costruzione da parte dei tre difensori + il portiere l’uscita dovrà essere eseguita per il quinto che parte largo ed alto sulla linea di centrocampo per poi, dopo un contro-movimento, ricevere palla dal difensore di parte. Con la palla in possesso del quinto la mezzala di parte dovrà posizionarsi con il corpo aperto per ricevere palla e:
– chiudere l’1-2 con il quinto che nel frattempo ha attaccato la zona laterale 3
– eseguire un cambio di gioco per il quinto opposto
– giocare per la punta che è venuta corta e dovrà giocare a specchio per la stessa mezzala
– eseguire passaggio filtrante per la punta che si è inserita in zona centrale 3
– eseguire passaggio a scarico che potrà cambiare gioco per il quinto opposto o per la mezzala opposta

La ricezione laterale del quinto di centrocampo con palla proveniente dalla costruzione, quindi dalla zona 1, potrà essere contrastata, in maniera alternata, sia dalla mezzala avversaria che dal terzino avversario (considerando l’eventuale avversario che utilizzerà il 4-3-3 come sistema di gioco in che modo affronta il quinto di centrocampo nella propria metà campo o nella metà campo avversaria)

ZONA LATERALE 3: dove il quinto di centrocampo si può inserire dopo aver fraseggiato con la mezzala di parte e ricevere il passaggio di chiusura oppure la mezzala di parte della palla si può inserire se il quinto sul primo controllo palla è entrato dentro il campo dando cosà inizio ad una rotazione esterna da parte dei tre centrocampisti. In questa zona il quinto, o la mezzala, potranno essere contrastati dal terzino avversario, dalla mezzala avversaria o dal play avversario (in base a chi abitualmente esce in chiusura laterale da parte della squadra avversaria)

ZONA CENTRALE 3: dove inizialmente si posizioneranno i due attaccanti contro i due difensori centrali avversari. In questa zona si potranno inserire per poter attaccare i palloni provenienti dalla zona laterale 3 sia la mezzala opposta che il quinto opposto. L’inserimento dovrà però prevedere equilibrio a centrocampo (in zona 2) dove il play e la mezzala che non è andata ad attaccare lo spazio staranno sulla stessa linea posizionandosi in copertura preventiva con i tre difensori centrali che, si erano alzati dopo che la palla dalla zona due è uscita in zona 3.

ANDREA LAUDINI

  • Presidente FC Castiglione

IL FUTURO DEI CLUB

La situazione contingente, a cui siamo costretti, lascia certamente campo a valutazioni e considerazioni sul mondo Calcio.

Arrivo da un’esperienza di 12 anni in questo ambiente, ovvero dalla prima volta che ho accompagnato il mio primogenito al campo perché cominciasse il suo percorso sportivo, insieme al suo è iniziato anche il mio: prima come dirigente, poi come consigliere ed infine nel ruolo che ricopro oggi ovvero quello di presidente.

Ho capito da subito, per inclinazione personale, l’importanza della comunicazione e della condivisione del lavoro che si svolge all’interno dei centri sportivi. Ho imparato quanto sia importante la valorizzazione di tutto ciò che può far sentire l’utente partecipe di un progetto e parte di una comunità facendo leva sul senso di appartenenza affinché si crei un gruppo ben identificato in cui riconoscersi. Questa azione, come è logico, consegna grandi responsabilità ai dirigenti del Club perché più ci si espone come modello, più si diventa un esempio che viene seguito dai proseliti siano essi atleti, dirigenti o allenatori.

Questo ideale modello di Club ha bisogno di finalità ben chiare a cui tendere raggiungibili attraverso la visione specifica a lungo termine dei sui gestori. Diventerebbe quindi miope pensare che il mero aspetto economico sia l’unica arma in grado di svellere qualsiasi tipo di problema e di formare gruppi solidi capaci di crescere e fiorire col passare del tempo.

È altresì chiaro che la gestione finanziaria sia uno dei capisaldi di qualsiasi progetto di sviluppo, ma non l’unico. Il compito di un Club, a mio parere, è quello di creare ambienti sani di crescita educativa e sportiva. Ci vengono, ogni stagione, affidate intere annate di piccoli uomini con poco più di sei anni che, nella quasi totalità dei casi, vengo seguiti in tutto il loro percorso evolutivo. Una società sportiva deve essere in grado di seguire tale percorso con adeguati programmi tecnici, ma contemporaneamente deve riuscire a fornire modelli comportamentali ed educativi atti a formare individui che trovino nello sport un esempio di vita sociale forte con principi saldi e strutturati.

Diventa quindi fondamentale saper indirizzare gli investimenti in modo strategico ed incline alla propria visione del progetto finale. Concentrare tutte le risorse nelle prime squadre porta rare gioie sterili, utili a riempire le bacheche di ritagli di giornale e a creare bolle d’aria di tali proporzioni da diventare difficili da gestire. Il solo successo sportivo, finalizzato alla scalata di classifiche e categorie, lascia il vuoto alla prima sofferenza economica. Aver investito il patrimonio della società ed averlo sperperato senza vittoria, provoca un contraccolpo nell’ambiente devastante, toglie l’interesse e sposta l’attenzione di ragazzi e famiglie verso Club più virtuosi. Lascia terreni aridi ed in breve tempo deserti e dimenticati, il nostro calcio è pieno di esempi del genere.

In quest’ottica ritengo necessario valutare il progetto che si ha in mente prima di prendere qualsiasi tipo di strada. Abbiamo spesso in gestione discreti patrimoni da investire derivanti dalle iscrizioni degli atleti e dalla partecipazione di aziende pubbliche e private, è qui che dobbiamo fermarci e programmare. L’ambiente sportivo può diventare un punto di ritrovo non solo per gli iscritti, ma anche per le loro famiglie se la nostra offerta diventa appetibile. In questo può aiutare, ad esempio, il potenziamento dei punti ristoro, ove sia possibile, in grado di diventare centro d’aggregazione controllato e sano oltre che un introito per la società. Parallelamente a questo è necessario chiedersi cosa noi possiamo offrire alla nostra comunità al di fuori dell’ambito meramente sportivo e cercare di attirare con iniziative di vario genere i ragazzi all’interno degli spazi di lavoro.

L’offerta tecnica deve andare di pari passo con il supporto educativo/sociale. Immaginiamo due forze che esercitano una pressione sull’individuo da due poli opposti: se le forze sono equipotenti daranno vita ad una crescita dell’atleta verticale e continua. Se una delle due prevale la crescita prenderà traiettorie oblique ed instabili con scompensi dall’una o dall’altra parte. In parole povere fare solo del sociale camuffato da allenamento non forma atleti capaci e per converso allenare solamente non forma la persona.

L’opposizione potrebbe gridare “…ma il nostro ruolo è allenare al gioco del calcio” e probabilmente è difficile negarlo, ma la società d’oggi e le famiglie moderne sono costrette ad amministrare velocità di calcolo esponenziali che lasciano poco tempo alla formazione dell’individuo che immancabilmente si rifugia nel mondo virtuale dei Social e della conoscenza usa e getta. Per questa ragione anche un ambiente sportivo deve essere in grado di promuovere valori di livello e deve necessariamente fornire modelli comportamentali ed educativi di spessore. Spesso l’influenza di un ambiente sano, in cui il ragazzo concentra le sue aspettative e le sue ambizioni, è maggiore di quella esercitata da altre istituzioni.

Ecco perché credo fortemente nella creazione e nella gestione di ambienti forti ben identificati ed identificabili in cui riconoscersi ed in cui crescere. In quest’ottica diventa fondamentale comunicare e coinvolgere investendo negli strumenti adatti a tale scopo, produrre immagini e contenuti oltre che un sistema di infrastrutture capace di fare sentire la presenza del “marchio” societario nell’ambiente sociale che ci circonda.

È fondamentale attorniarsi di figure che credano nel progetto e che abbiano competenze specifiche nel settore a cui vengono assegnate e non solamente di chi si è sentito dire che sia in grado o all’altezza di svolgere certi compiti. Il settore tecnico in primis deve comunicare ordine e disciplina e deve essere messo nell’assoluta possibilità di svolgere le proprie mansioni con serenità, bisogna investire nella formazione dei giovani che si avvicinano al settore tecnico e nell’aggiornamento di chi vi opera già.

La responsabilità del Presidente non è quindi quella di vincere, ma di dare vita ad ambienti formativi vincenti, che possano affondare le loro radici nel territorio per fare arrivare ai rami più lontani la linfa necessaria allo sviluppo del fusto e della chioma. Solo in questo modo le scuole calcio possono definirsi tali ed essere condotte sulla strada della sostenibilità, crescere nel numero e nella qualità dell’offerta diventando sempre più performanti ed arrivando in fine a foraggiare le fila delle prime squadre limitando il salasso della costruzione delle stesse. Si creano sistemi di crescita organica in grado di rigenerarsi di anno in anno, di ciclo in ciclo. Probabilmente non avremo nell’immediato vasi ricolmi di fiori ammalianti recisi e per ciò di breve durata, ma campi coltivati con pazienza capaci di portarci piantagioni fiorenti ed imperiture.

Soprattutto oggi il ruolo delle società di calcio sarà fondamentale nella gestione del rientro alla normalità passata l’emergenza dovuta al COVID-19, la voglia di ricominciare e di tornare ad essere coinvolti sarà massima e noi avremo il compito di accogliere ed accompagnare i nostri ragazzi verso una nuova rinascita.

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