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FABIO PATUZZI

  • Allenatore Portiere Dilettante e Settore Giovanile
  • Allenatore Portieri Brescia Calcio – Settore Giovanile
  • Allenatore UEFA C

ANCHE IL PORTIERE MARCA?

Il ruolo del numero uno è in continuo cambiamento. L’importanza di gestire gli spazi davanti a sé e di anticipare le mosse degli avversari. Con coraggio.

1 Portiere che rimane troppo vicino alla linea di porta.

Nel calcio, spesso e volentieri, si parla di princìpi di gioco, ovvero di quei comportamenti più o meno complessi che un singolo giocatore, un intero reparto o tutta la squadra, mettono in atto per rispondere e/o risolvere una determinata situazione. Sono riferiti alla tattica individuale e a quella collettiva; inoltre, si sotto-classificano in fase di possesso e di non possesso. In questo articolo, parlando del ruolo del portiere, analizzeremo e prenderemo in considerazione quelli di tattica individuale, in particolare modo in non possesso. I princìpi generali di tattica individuale in non possesso per i giocatori sono ben noti e sono:
 presa di posizione;
 marcamento;
 intercetto e anticipo;
 contrasto;
 difesa della porta.

Se osserviamo bene questi punti riferiti ai calciatori di movimento, possiamo notare delle analogie con le azioni che un portiere deve compiere durante la fase difensiva in partita per prepararsi al meglio all’intervento. Trasportando tali concetti avremo così:
 presa di posizione (concetto di “ultimo posizionamento”);
 marcatura dello spazio dietro le spalle della linea e marcatura di spazio / uomo su palla lontana;
 intercetto e anticipo (copertura del passaggio filtrante e uscite alte);
 contrasto (uscita bassa);
 difesa della porta.

La capacità di scelta

Incominciamo la nostra analisi dal concetto di tattica. “La tattica non è altro che scelta, è il saper scegliere. Quindi l’obiettivo, per aver una squadra forte tatticamente (e un portiere forte tatticamente) è quello di allenare i giocatori (portiere compreso) a saper scegliere e condividere quelle scelte” (D’Arrigo). Oggi come ben sappiamo, il ruolo del numero uno è notevolmente cambiato ed è in continua evoluzione; non si deve più limitare a difendere la porta (parare), che resta comunque la sua finalità primaria, ma deve aiutare i compagni e partecipare attivamente al gioco in quanto il portiere è il primo giocatore che fa tattica. È il responsabile primario di tutto il reparto difensivo e quindi deve possedere una certa abilità nelle “letture” in merito alle due fasi. In quella di possesso, ricordiamo che è il giocatore dal quale parte il processo di costruzione del gioco. In quella di non possesso, deve mettere in atto una serie di azioni preventive, guidando sia i compagni con richiami e indicazioni, sia prendendo parte in prima persona a quanto accade, anticipando e quindi risolvendo determinate situazioni offensive della squadra avversaria. Deve avere la capacità di osservare il gioco, consapevole della sua imprevedibilità. In pratica, le richieste sempre più insistenti ed esigenti degli allenatori che vogliono il portiere direttamente coinvolto nell’azione, lo portano ad avere un’importante capacità mentale, volta a prevedere eventi o mettere in atto una serie di strategie che mirano a limitare e/o risolvere quanto potrebbe succedere. Per fare tutto questo, il numero uno deve conoscere il gioco, “leggere le situazioni”, osservare, rielaborare e quindi agire. Per riuscirci deve considerare e focalizzare la sua attenzione soprattutto su:

  1. posizione e condizione del pallone;
  2. posizione di compagni e avversari;
  3. situazioni ambientali.
2 Portiere, con palla laterale che resta “alto”.

Per analizzare, spesso anche in frazioni di secondo, deve per prima cosa essere lui nella miglior condizione possibile per intervenire o dare indicazioni. Ecco allora che diventa fondamentale la sua personale presa di posizione in campo. L’evoluzione del gioco lo ha portato a posizionarsi alcuni metri in avanti rispetto al passato. Questo è frutto dello sviluppo della manovra; un cambiamento in un determinato settore del campo causa delle modificazioni in un altro lato del terreno di gioco. Ecco che l’estremo difensore non può e non deve restare nella medesima posizione, ma deve continuamente muoversi e stare in – quella che personalmente chiamo – funzione della palla. Significa avere un atteggiamento tattico volto a riconoscere il gioco e il suo sviluppo; per farlo in modo ottimale deve:

  1. interpretare le situazioni;
  2. elaborare soluzioni;
  3. realizzare (tecnica).

Chiaramente per lavorare bene fuori dai pali, il portiere deve uscire dalla sua zona di comfort che è l’area di rigore o, più precisamente, la sua posizione centrale. Ancora oggi, molto spesso, si vedono numeri uno che, su palla laterale, stanno ancora troppo centrali e bassi.

Chiaramente per raggiungere questi obiettivi deve uscire dalla sua zona di comfort che è l’area di rigore o, più precisamente, la sua posizione centrale. Ancora oggi, molto spesso, si vedono numeri uno che, su palla laterale, stanno ancora troppo centrali e non seguono l’azione (figura 1). Il portiere si deve muovere e posizionare in funzione della sfera e delle moltissime informazioni che il campo costantemente gli fornisce; su palla laterale, si può spostare lateralmente (figura 2) perché, così facendo, può “marcare” lo spazio dietro la linea difensiva attaccando in avanti o eventualmente, controllare un settore o un uomo con palla lontana (figura 3). Diventa così determinante quello che chiamo il concetto di ultimo posizionamento, ovvero l’ultima presa di posizione dalla quale può svolgere tutte le azioni e tutti gli interventi: attaccare in avanti, recuperare la porta, effettuare un intervento di difesa dello spazio o una difesa della porta. Per lavorare in questa maniera devono essere ben chiari i concetti di marcatura dello spazio e di marcatura dell’uomo. Nel primo caso intendiamo che il portiere deve controllare e gestire uno spazio preciso o meglio una zona in cui, in base alle sue valutazioni, potrebbe finire il pallone. Per capire dove potrebbe essere servito il pallone è necessario un continuo allenamento, l’esperienza è fondamentale, come le innumerevoli informazioni che il campo costantemente offre
(posizione e condizione del pallone, posizione e posture degli avversari e molto altro…). Questa lettura la possiamo e la dobbiamo allenare (figura 4). Per marcatura dell’uomo si concepisce, invece, una situazione in cui l’estremo difensore assume anche delle posizioni
“meno corrette” in quel preciso istante perché ha compreso che la palla sarà indirizzata a un determinato giocatore. In pratica, si muove e si sposta anticipando la soluzione degli
avversari (figure 5 e 6). In realtà, non è una vera e propria marcatura dell’uomo come quella di un difensore, ma poiché si lavora a zona, oltre a presidiare e difendere uno spazio, si marca anche l’uomo. Il portiere, controllando quello spazio, marca anche l’uomo anticipando le sue idee di gioco.

3 Portiere, con palla laterale che controlla lo spazio pronto a uscire.
4 Marcatura di uno spazio dietro la linea difensiva: lo attacca in avanti ed esce
in anticipo sul taglio dell’attaccante

I vantaggi

«Mister, se mi fanno gol in pallonetto?» «Be’, se te lo fanno, tu applaudi» (Cruijff). Per ogni portiere subire una rete in questo è un qualcosa di difficile da accettare, soprattutto se avviene da lontano in quanto ci si sente colpevoli. Ma pensiamoci bene: quanti sono i gol segnati in pallonetto? E soprattutto, quante sono le segnature subite da molto lontano? La figura 7 (tratta dal libro “Papere e miracoli. Allenare il portiere con il cervello” di Antonello Brambilla) mostra bene quali sono le percentuali di tiro e di realizzazione dalla distanza. Come possiamo notare, la percentuale è molto bassa; questo ci dovrebbe far riflettere anche per quanto riguarda la strutturazione dei nostri allenamenti e del tipo di atteggiamento che possiamo proporre al nostro numero uno. Attenzione poi a travisare la situazione: spesso si chiede al portiere di “stare alto”, ma appena si muove la palla, pur restando questa distante, retrocede e torna tra i pali, lasciando lo spazio davanti a sé scoperto. L’estremo difensore intelligente da un punto di vista tattico si muove in funzione della palla, della squadra e di quello che accade in quel preciso momento, attaccando in avanti o recuperando la porta. Senza alcuna paura! Logicamente, anche la squadra deve avere un atteggiamento di aggressione sui portatori di palla e sui riferimenti: altrimenti il numero uno rischia di farsi trovare troppo avanzato e/o vicino alla linea dei difensori. Inoltre, se i compagni non pressano o comunque non coprono le giocate avversarie, si rischia di avere una palla scoperta ed essere sorpresi da un “pallonetto”. Un numero uno che, oltre a parare, aiuta, è meglio di un portiere che sa soltanto opporsi ai tiri: significa avere un giocatore in più in entrambe le fasi. “Aiutare” non vuol dire agire solo attraverso le parate, ma anche attraverso le sue letture, anticipando gli attaccanti sprintando fuori dall’area con i piedi, gestendo i passaggi filtranti, uscendo in scivolata o di testa e andando a compiere delle azioni anche al limite. Per agire così, il numero uno deve cambiare un po’ la sua prospettiva e, come detto prima, la sua posizione. Servono poi caratteristiche tecniche e fisiche particolari quali: abilità e padronanza nel gioco podalico, velocità, forza, capacità attentive e di interpretazione del gioco, unite a un’alta dose di coraggio e personalità.
Chiudo con un’ultima considerazione. Se si decide, all’interno dello staff tecnico, di giocare in questo modo e avere un portiere con questo atteggiamento, è indispensabile allenare anche il recupero porta attraverso delle esercitazioni mirate.

5 Il portiere si muove in anticipo uscendo dalla “posizione ipoteticamente corretta”
per andare a marcare il taglio dell’attaccante esterno.
6 Esecuzione sul lato opposto del campo.
7 I gol da fuori area (Antonello Brambilla)

Fonte: Il Nuovo Calcio (maggio 2020)

SARA VARONE

  • Psicologa dello Sport
  • Mental Trainer

Quante volte ti è capitato di arrivare in partita ben allenato, fisicamente al top ma di non riuscire ad avere la prestazione che ti saresti aspettato?

Immagino sentissi le gambe pesanti, il fiato corto e magari anche un certo tremolio. Immagino che nonostante gli sforzi ci fosse qualcosa che ti distraeva, magari dei pensieri confusi e poco attinenti a ciò che stavi facendo oppure pensieri negativi e che forse questi si siano realizzati.

Niente paura, capita a molti atleti (di qualsiasi livello) di trovarsi in questa situazione.

Ma come uscirne?

Innanzitutto diamo un nome a ciò che hai sperimentato: si chiama ansia da prestazione. È uno stato emotivo fatto di apprensione, agitazione e di pensieri negativi rispetto alla prestazione che andrai ad eseguire. La possono sperimentare gli atleti prima di entrare in gara, gli studenti prima di un esame, i relatori prima di parlare al pubblico, insomma chiunque voglia fare un’ottima figura e teme di sbagliare qualcosa!

Hai letto bene, la convinzione nelle tue capacità è un ingrediente fondamentale per la buona riuscita della performance. Ciò non significa che chi pensa in modo irrealistico non avrà ansia anzi… Significa che il primo modo per rendere in partita come rendi in allenamento è diventare consapevole dei tuoi punti di forza e delle tue aree di miglioramento!

Prendi un foglio, dividilo in due e da un lato scrivi una lista delle cose in cui ti senti forte e capace, dall’altro un elenco delle cose su cui senti di avere potere di miglioramento. Bene, ora hai sott’occhio “i salvatori e i killer” delle tue prestazioni; ovviamente questo non basta a sconfiggere l’ansia ma è un primo passo fondamentale.

Ora facciamo insieme il secondo passo.

Come hai letto poco fa, l’ansia ha una componente mentale molto forte ma non solo. Corpo e mente sono un tutt’uno per cui oltre ad avere chiare le tue risorse e i tuoi limiti è necessario che tu sia consapevole anche del tuo corpo.

Segui questi semplici passi:

1. Chiudi gli occhi e immagina una competizione in cui hai sperimentato molta ansia. Prenditi tutto il tempo che ti serve per rivivere a pieno ogni sensazione di quel momento.

2. Apri gli occhi: com’era il tuo respiro? Che sensazioni fisiche e psicologiche hai avuto? Scrivi tutto su un foglio.

3. Ora appoggia la schiena allo schienale della sedia, rilassa la bocca, le spalle, l’addome e appoggia saldamente entrambi i piedi a terra. Chiudi gli occhi e ascoltati per qualche istante.

Ascolta il tuo respiro, dov’è? Com’è? Che sensazioni hai? Scrivile!

Abbiamo quasi terminato…

4. Chiudi nuovamente gli occhi e ripensa alla situazione numero 1 MA mantieni la postura del punto 3. Prenditi tutto il tempo necessario.

Noti dei cambiamenti? Che sensazioni hai? Scrivile!

Hai appena fatto uno dei tanti esercizi che aiutano nella gestione dell’ansia da prestazione. Magari non sei riuscito ad immaginare al meglio ma con un po’ di allenamento sarà più semplice! Ciò che si evidenzia con questo esercizio è che l’ansia è uno stato emotivo modificabile e controllabile, bisogna conoscere le tecniche per gestirla correttamente e, soprattutto, calarle in un percorso individualizzato e fatto di obiettivi adeguati.

Spero che questo piccolo esercizio ti sia stato utile, continua ad allenarti!

Facebook : Dott.ssa Sara Varone Psicologa e Mental Trainer

SILVIA LORENZI

  • Laurea in Fisioterapia
  • Laurea in Scienze Motorie dello Sport
  • Titolare SL Fisio Lab

DISTORSIONE ALLA CAVIGLIA: PREVENZIONE E TRATTAMENTO

Se c’è un infortunio tanto comune quanto temuto dagli sportivi, per le sue recidive e per i lunghi tempi di riabilitazione, quello è la distorsione alla caviglia.

Oggi parleremo di quali siano gli esercizi specifici per ridurre i tempi di recupero e prevenire questi eventi traumatici.

E’ stato dimostrato che il 73% delle distorsioni di caviglia si verifichino in articolazioni precedentemente interessate a questo tipo di trauma: gli individui con pregressa distorsione hanno una maggiore incidenza di recidive e/o instabilità cronica.

Ecco perché è necessario programmare un adeguato piano kinesioterapico mediante esercizi propriocettivi e di stabilizzazione muscolare. Ovviamente il trattamento deve iniziare quando l’articolazione non è più dolente.

Come comportarci allora quando un nostro atleta subisce questo tipo di infortunio?

Il primo obiettivo della terapia della fase acuta (prime 24-48 h) resta comunque il controllo del versamento articolare ottenibile attraverso l’applicazione del protocollo PRICE (Protection, Rest, Ice, Compression con bendaggio elasto-compressivo, Elevation), ovvero sfruttando l’azione antinfiammatoria della crioterapia e antiedemigena della elevazione e compressione dell’articolazione lesa. Consiglio sempre l’applicazione del classico ossido di zinco per aiutare il bendaggio nella sua azione antiedemigena.

Arriviamo poi a curare la distorsione alla caviglia con la propriocezione: la modalità in cui si esegue la ginnastica propriocettiva dipende dalla gravità del trauma e dal tempo intercorso tra l’infortunio e l’inizio della terapia.

Il mio consiglio è sempre quello di seguire le regole del buonsenso, procedendo gradualmente con esercizi via via più impegnativi.

Ma perché concentrarsi su questo tipo di terapia a discapito di altre? La fisiologia ci insegna che i recettori propriocettivi sono recettori nervosi estremamente specializzati presenti in numero elevato nelle strutture articolari, soprattutto su legamenti e capsula.

Il loro compito è quello di inviare continuamente informazioni sullo stato di stiramento dei tessuti per permettere al nostro sistema nervoso di reagire in modo adeguato ed estremamente rapido con contrazioni della muscolatura idonee a stabilizzare l’articolazione e quindi conservare i rapporti articolari stessi, anche in situazioni dinamiche particolarmente stressanti per la caviglia. Questi recettori forniscono anche informazioni al cervelletto, insieme ai recettori visivi, vestibolari e uditivi, necessarie per il mantenimento dell’equilibrio nello spazio.

Inizialmente, tendo quindi a proporre una rieducazione propriocettiva in scarico, per abituare il paziente a percepire le diverse caratteristiche del movimento indotto e renderlo nuovamente cosciente, dopo il trauma, delle sue possibilità di reazione motoria.

Successivamente, una volta recuperata un’equa e consapevole distribuzione del carico, propongo esercizi in carico via via maggiore sempre più dinamici, che prevedono il mantenimento dell’equilibrio in situazioni di instabilità crescente. Trovo molto interessante anche privare il paziente dell’aiuto dato dalla percezione visiva, a cui siamo costantemente legati ogni giorno nelle ADL, proponendo esercizi ad occhi chiusi, o alternando occhi aperti e chiusi, sequenze legate alla percezione di uno stimolo sonoro e/o luminoso e sequenze ad occhi aperti ma al buio.

Per concludere, vorrei ricordarvi di proporre questo tipo di esercitazioni non solo per recuperare un trauma, ma a scopo puramente preventivo vista l’alta incidenza di questo tipo di infortunio in campo. Troppo spesso infatti ci avviciniamo a queste metodologie di allenamento quando ormai il trauma si è verificato.

IVAN ZAULI

  • Allenatore UEFA B
  • Docente Settore Tecnico – Tecnica Calcistica
  • Fondatore La Strada dei Campioni

I CAMBI DI SENSO PER LA PROTEZIONE DELLA PALLA

Nel primo articolo, abbiamo visto l’importanza che riveste il trattamento della palla nella formazione del giovane calciatore nell’età evolutiva, sia dal punto di vista della conoscenza e della padronanza della palla che da quello dei pre-requisiti coordinativi fondamentali, durante il percorso di acquisizione di tutte le abilità tecniche che andremo a trattare in questa serie di articoli.

In questo secondo articolo porremmo l’attenzione sulla guida della palla attraverso l’utilizzo di cambi di senso finalizzati a proteggere la palla e a conquistare spazio durante il gioco dalla pressione di un avversario.

Andremo ad analizzare le gestualità più efficaci e più utilizzate dai grandi campioni durante le partite e ci concentreremo su 3 superfici anatomiche del piede:

  • L’interno piede
  • L’esterno piede
  • La pianta del piede

Prima di entrare nello specifico, vediamo come costruire un percorso formativo basato su 3 livelli di formazione:

  • I° livello di formazione: PRINCIPIANTE – scoperta e avviamento
  • II° livello di formazione: INTERMEDIO – perfezionamento e consolidamento
  • III° livello di formazione: AVANZATO – mantenimento e specializzazione in funzione del ruolo e delle zone specifiche di campo
                                                           1°LIVELLO DI FORMAZIONE
PRINCIPANTE – scoperta e avviamento
L’obiettivo prioritario di questo livello è quello di esercitare la sensibilità piede palla, per far si che i giocatori interiorizzano in maniera inconsapevole alcune gestualità che saranno poi funzionali in partita per la protezione della palla durante la conduzione, attraverso cambi di senso; il tutto attraverso esercizi analitici e giochi ludici con rilevanze tecniche. Si andranno a proporre diverse gestualità che avranno lo scopo di migliorare la sensibilità di tocco e la conoscenza delle varie superfici anatomiche di contatto piede palla. Queste proposte avranno una componente oltre che tecnica, anche coordinativa di lavoro sugli appoggi (avampiede), fondamentale per un giocatore, e la ritmicità dei piedi (footwark).
                                                       2° LIVELLO DI FORMAZIONE
INTERMEDIO – perfezionamento e consolidamento
Dopo aver creato i prerequisiti tecnici coordinativi per la protezione della palla, ora l’obiettivo sarà quello di rendere consapevoli i nostri ragazzi delle gestualità  più efficaci in partita per coprire la palla completamente con tutto il corpo ,a seconda da dove arriva la pressione del, o dei difensori  avversari  (laterale ,frontale, da dietro, che accompagna di fianco).Si porrà il focus attentivo  nell’esercitare la guida della palla con i gesti tecnici + funzionali nel gioco reale alla protezione palla attraverso cambi di senso . Si andranno, altresì, a codificare con PAROLE CHIAVE, TUTTI I GESTI TECNICI per facilitare in seguito le richieste del formatore, in modo che a seguito di una richiesta specifica di esecuzione di un gesto tecnico, il ragazzo lo associ immediatamente. Si svilupperà, quindi, una didattica che preveda gli esercizi analitici, il gioco tecnico in regime di velocità, per finire poi con giochi 1c1-1c2; in questo modo, i ragazzi avranno un feedback immediato vivendo in tempo reale i gesti allenati, riportati in situazioni reali di 1c1-1c2: cosi facendo, diventano consapevoli della funzionalità di determinati gesti tecnici in partita.
                                            3°LIVELLO DI FORMAZIONE
AVANZATO – mantenimento e specializzazione in funzione del ruolo e delle zone specifiche di campo
Giunti a questo livello i ragazzi hanno scoperto tutte le gestualità più efficaci per difendere la palla in guida attraversi cambi di senso. Ora dovremo consolidare e velocizzare tutti i gesti tecnici concatenandoli sempre con altri gesti tecnici (RICEZIONE RADENTE E AEREA, PASSAGGI CORTI E LUNGHI, TIRO IN PORTA), e lavorando quasi sempre con avversari passivi (ANALITICO), indi attivi (giochi di applicazione). Il lavoro sulla protezione della palla, attraverso i cambi di senso, andrà specializzato in funzione del ruolo, allenando nello specifico le gestualità più efficaci in base al ruolo ricoperto (ES. CENTROCAMPISTI CENTRALI, I TAGLI CON L’ESTERNOE L’INTERNO E L’UNCINO X IL CAMBIO DI SENSO E GLI ANGOLI DI DIREZIONE CON TAGLIO FUORI ESTERNO E INTERNO O UNCINATO-ATTACCANTI CENTRLI E DIFENSORI CENTRALI LA DIFESA PALLA DORSALE-GLI ESTERNI BASSI E ALTI MOLTO PIU SIMILI AI CENTROCAMPISTI CENTRALI, MA CON GESTUALITA’ DIVERSE ES. CAMBIO SENSO DI PIANTA E STRAPPO ESTERNO). Quindi la giusta protezione della palla in base al ruolo occupato, e il gesto tecnico + efficace, a seconda delle zone di campo specifiche.

Vediamo ora, nel dettaglio le 3 gestualità più utilizzate e più efficaci per la protezione della palla con cambi di senso e la progressione didattica per queste gestualità attraverso un lavoro analitico sulla ripetizione del gesto

  1. Taglio esterno
  2. Taglio interno
  3. Taglio a uncino (pianta del piede)
  1. TAGLIO ESTERNO

FASE INIZIALE: pallone e giocatore su una linea delimitata da 2 cinesini.  

I° STEP: Eseguire la conduzione con tocchi liberi a discrezione del giocatore fino al raggiungimento di un riferimento fisso frontale (cinesino, cono, asta, sagoma). Tagliare la palla con l’esterno del piede con un cambio di senso di 180° prima del riferimento fisso per poi accelerare e ritornare al punto di partenza. Focalizzare l’attenzione sullo slancio della gamba per il cambio di senso, sull’utilizzo degli arti superiore, che devono essere aperti, per proteggere la palla, e abbassare il centro di gravità verso la palla, il più possibile, in modo da essere veloci ed esplosivi per accelerare e ripartire in guida della palla.

II° STEP: ora la richiesta, da parte del formatore, sarà di arrivare con meno tocchi possibili al riferimento fisso, per poi eseguire il cambio di senso, con l’esterno del piede, e sempre con meno tocchi possibili, accelerare e tornare al punto di partenza (i giocatori più bravi dovrebbero riuscire a fare questo attraverso un autopassaggio verso il riferimento fisso, il cambio di senso e con un altro solo tocco, tornare al punto di partenza – totale 3 tocchi. In questo caso, dal punto di vista coordinativo, i ragazzi stanno lavorando sulla capacità di differenziazione).

III° STEP: ora andremo ad associare la guida della palla, il cambio di senso con l’esterno con un passaggio ed una ricezione (fusione sistemica di più gesti).

  1. TAGLIO INTERNO

FASE INIZIALE: pallone e giocatore su una linea delimitata da 2 cinesini. 

I° STEP: Eseguire la conduzione con tocchi liberi a discrezione del giocatore fino al raggiungimento di un riferimento fisso frontale (cinesino, cono, asta, sagoma). Tagliare la palla con l’interno del piede con un cambio di senso di 180° prima del riferimento fisso per poi accelerare e ritornare al punto di partenza. Focalizzare l’attenzione sullo slancio della gamba per il cambio di senso, sull’utilizzo degli arti superiore, che devono essere aperti, per proteggere la palla, e abbassare il centro di gravità verso la palla, il più possibile, in modo da essere veloci ed esplosivi per accelerare e ripartire in guida della palla.

II° STEP: ora la richiesta, da parte del formatore, sarà di arrivare con meno tocchi possibili al riferimento fisso, per poi eseguire il cambio di senso, con l’interno del piede, e sempre con meno tocchi possibili, accelerare e tornare al punto di partenza (i giocatori più bravi dovrebbero riuscire a fare questo attraverso un autopassaggio verso il riferimento fisso, il cambio di senso e con un altro solo tocco, tornare al punto di partenza – totale 3 tocchi. In questo caso, dal punto di vista coordinativo, i ragazzi stanno lavorando sulla capacità di differenziazione).

III° STEP: ora andremo ad associare la guida della palla, il cambio di senso con l’interno con un passaggio ed una ricezione (fusione sistemica di più gesti).

  1. TAGLIO AD UNCINO (PIANTA DEL PIEDE)

FASE INIZIALE: pallone e giocatore su una linea delimitata da 2 cinesini. 

I° STEP: Eseguire la conduzione con tocchi liberi a discrezione del giocatore fino al raggiungimento di un riferimento fisso frontale (cinesino, cono, asta, sagoma), eseguire il cambio di senso utilizzando la parte anteriore della pianta del piede (uncino) nella “testa” della palla, per poi accelerare e ritornare al punto di partenza. Focalizzare l’attenzione sullo slancio della gamba per il cambio di senso, sull’utilizzo degli arti superiore, che devono essere aperti, per proteggere la palla, e sulla superficie richiesta del piede che deve essere con il tallone portato verso l’alto e la parte anteriore della pianta che deve “accarezzare” la palla; abbassare il centro di gravità verso la stessa, il più possibile, in modo da essere veloci ed esplosivi per accelerare e ripartire in guida della palla

II° STEP: ora la richiesta, da parte del formatore, sarà di arrivare con meno tocchi possibili al riferimento fisso, per poi eseguire il cambio di senso, con la  parte  anteriore della pianta (uncino), e sempre con meno tocchi possibili, accelerare e tornare al punto di partenza (i giocatori più bravi dovrebbero riuscire a fare questo attraverso un autopassaggio verso il riferimento fisso, il cambio di senso e con un altro solo tocco, tornare al punto di partenza – totale 3 tocchi. In questo caso, dal punto di vista coordinativo, i ragazzi stanno lavorando sulla capacità di differenziazione).

III° STEP: ora andremo ad associare la guida della palla, il cambio di senso con la parte anteriore della pianta del piede (uncino) con un passaggio ed una ricezione (fusione sistemica di più gesti).

Conclusioni

Queste gestualità sui cambi di senso sono quelle più comuni e più utilizzatE dai giocatori durante il gioco; ecco il motivo, per cui fin dalla tenera età ( 5/6 anni),  andrebbero allenate con continuità nel tempo, in modo da creare quello che comunemente viene chiamato l’automatismo inconsapevole.

Tutto questo può avvenire solo attraverso la ripetizione continua e costante nel tempo. Dal punto di vista didattico è opportuno, soprattutto fino ai 10 anni, far ripetere ogni singola gestualità fino ad un massimo di 10-12 volte, lavorando prima solo con il piede abile, poi con il piede debole, riducendo le ripetizioni al 70%.

Questo perché è indispensabile rafforzare e potenziare l’autostima dei ragazzi in modo che abbiano successo in quello che fanno. La ripetizione continua con lo stesso arto permette al cervello di interiorizzare in un breve lasso di tempo e memorizzare il movimento per far si che nel tempo poi venga eseguito dai ragazzi in maniera spontanea e inconsapevole durante il gioco.

Naturalmente tutte queste gestualità viste dal punto di vista analitico, andrebbero poi portate immediatamente nella stessa sessione con dei giochi di applicazione di 1vs1, 1vs2 , 2vs2, in modo che i ragazzi possano sperimentare in forma libera tutto quello che hanno appreso dal punto di vista analitico e direttivo.

LA STRADA DEI CAMPIONI

PAOLO BALBI

  • Addetto Stampa A.C. Asola

IL BEL PAESE DOVE IL SÌ SUONA. A PEDATE.

(Io no spik inglish)

Rapito dalla lettura di Jorge Luis Borges e di Joseph Roth fin dagli anni ’70, di questo riconosco una certa parte di merito ai traduttori dei miei autori stranieri preferiti, ma considerando che nessun libro scritto da loro mi ha mai riservato una delusione e che nelle edizioni italiane si sono avvicendati diversi traduttori, sono convinto che massimamente dipenda dalle felici penne di due grandi della letteratura.

Non per questo mi avventurerei a leggerli in lingua originale; intendiamoci, mi piacerebbe poterlo fare, ma è un’ipotesi che rimane tra le migliaia di desideri che rimarranno inappagati: lo sforzo sarebbe enorme e preferisco continuare a leggere opere tradotte nella mia lingua.

I miei nonni erano tutti perfettamente almeno trilingui, come era diffuso nella loro epoca, nella mia città, ma io purtroppo non mi posso permettere di vivere quella che per loro era la quotidianità.

Mi capita invece spesso di sentire o leggere qualche tecnico nostrano fare innaturale abuso di vocaboli anglosassoni, per illustrare un’esercitazione o per descrivere una partita, imponendo il reciproco sforzo di chi pensa in italiano, ma infarcisce il discorso di inglese, e contemporaneamente di chi ascolta in inglese, ma pensa in italiano.

Un’abitudine perversa e fastidiosa sempre più diffusa – e il calcio è solo un esempio secondario – che non avrebbe motivo di essere, considerando la nostra ricca e armoniosa lingua, di fronte ad un’altra, al confronto povera, con una grammatica primitiva, musicale solo per i Beatles.

Insomma, non sta bene cercare di trasformare un campo da calcio in un Circolo del Bridge, non che abbia niente contro il bridge, anzi, è il più bel gioco con le carte, ma il contesto è proprio diverso e il tentativo sarebbe fuori luogo.

Fin dai tempi di Nicolò Carosio, radiocronista EIAR alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e telecronista RAI fino al mondiale messicano del 1970 – che di anglosassone aveva solo la madre, il taglio del vestito e la colta passione per i distillati – non c’è oggetto che non si possa nominare e concetto che non si possa esprimere in italiano, parlando di calcio.

Qualche anno fa, in ambito di un progetto che coinvolgeva un centinaio di allenatori locali, avevo proposto la creazione di un corso gratuito di inglese, solo per poter comunicare di calcio anche oltre i confini, proposta accantonata perché “non era il momento”; solo in seguito mi sono reso conto del mio errore, che certamente non era il tempo, ma la sostanza.

Il corso sarebbe invece dovuto essere di italiano e sarebbe risultato forse ancora più utile a chi, per indicare arbitro, avversario, proprietà, masticava goffamente vocaboli come referee, competitor e governance, tanto così, per cercare di fare presa su di un pubblico, evidentemente bollato come “semplice”, ma richiamando inevitabilmente alla memoria poco Alberto Sordi, poco Totò e tanto Paolo Villaggio anni ‘90.

Signori delle panchine, maghi dei coni, dei cinesini e del controllo orientato – non coach, ma istruttori, allenatori, educatori – siate più diretti e genuini, mostrate la vostra personalità e la vostra competenza, valorizzando i vostri argomenti nella vostra lingua, quella che ci hanno insegnato sui banchi di scuola e che tutti noi parliamo nelle nostre case; ne guadagnerete in chiarezza, immagine e credibilità.

Bisogno di un piccolo aiuto?

Lo potete trovare qui: https://aaa.italofonia.info/categorie/sport, dove è possibile consultare il Dizionario delle Alternative agli Anglicismi – Sezione Sport e riconvertire in italiano quelle stonature della conversazione.

Vi darà presto assuefazione e sarà come andare in bicicletta, non si dimentica più.

Per il resto limitiamoci a ricordare: “Where is the book? The book is on the table”.

FRANCESCA FABBRI

  • Psicologa Clinica
  • Psicologa dello Sport, istruttrice Mental Training, esperta in Neuropsicologia
  • Psicologa per la Feralpisalò
  • Psicologa per il CFT della FIGC di Brescia
  • Psicologa della Nazionale Femminile di Rugby
  • Psicologa per Italian Padel

L’ALLENATORE COME SUPPORTO FONDAMENTALE PER I PROPRI GIOCATORI SIA DURANTE IL LOCKDOWN MA SOPRATTUTTO NEL MOMENTO DELLA RIPRESA EFFETTIVA SUL CAMPO DA GIOCO

(Partendo dai suggerimenti dati dall’Association for Applied Sport Psychology, AASP)

Ogni giocatore è innamorato del proprio sport
Gli atleti hanno bisogno di allenarsi, di divertirsi e di condividere con gli altri la propria passione

Oggi stiamo forse per uscire da una situazione delicata che ha compromesso la nostra routine giornaliera. Abbiamo passato le giornate in casa, abbiamo lavorato in modo diverso o non abbiamo lavorato affatto, abbiamo diviso lo spazio con i familiari, le attività all’aperto sono state cancellate e non ci si siamo più potuti trovare tutti insieme. Siamo stati destabilizzati perché abbiamo, mi auguro, preso coscienza di come le risorse che fino ad ora hanno permesso la quotidianità, siano state messe a dura prova dall’insinuarsi di una malattia. Il sistema in cui viviamo fatica ad adattarsi in modo efficace ai cambiamenti e alle necessità impellenti creando così inizialmente un forte senso di disagio, d’impotenza, di ansia, di paura e di rabbia, più o meno in ognuno di noi. La pandemia globale che abbiamo vissuto è stato un evento che ha stravolto le nostre vite in un brevissimo lasso di tempo. Nelle persone si creano vissuti psicologici nuovi e per certi versi di non facile gestione, che hanno bisogno di attenzione e di cura affinché non portino ad esiti negativi successivi.

Lo Sport, in misure e modalità diverse, è parte della vita di tutti noi ed è un ambito che in questa emergenza è stato sacrificato e re-inventato in modo sostanzioso. Gli sportivi di tutte le età e di tutti i livelli hanno vissuto un lungo periodo di sospensione. Per quasi nessuno è stato possibile uscire, si è faticato a mantenere la forma fisica e si sono dovute trovare nuove tecniche di allenamento adatte al salotto, alla cameretta o, per chi è più fortunato, al giardino di casa.

Le realtà sportive hanno cercato la formula magica, sia per mantenere alta negli atleti la voglia di fare sport ed evitare il declino della forma fisico-tecnica in vista di una ripresa effettiva, sia per evitare di far cadere gli atleti nell’abbandono alla pratica sportiva (drop-out). Si tratta di trovare il giusto metodo per continuare ad accrescere la performance: l‘allenatore deve continuare a stimolare ed allenare lo sportivo affinché lo svolgimento delle gare future e i possibili risultati delle nuove competizioni non mostrino un calo repentino delle capacità dell’atleta.

Una buona base per le nuove metodologie può essere partire da un potenziamento delle abilità personali (life skills) personali: lavorare sulle risorse per sviluppare competenze che portino comportamenti positivi e adattamento affinché la persona sia capace di far fronte in modo adeguato ed efficace alle sfide quotidiane; per lo sportivo si tratta di avere ora i giusti mezzi per un mantenimento invariato del benessere e del rendimento sportivo attraverso interventi diversificati.
Le abilità personali si articolano in gestione delle emozioni, gestione dello stress, la consapevolezza di sé, decision making, problem solving, sviluppo di creatività, cura del senso critico, sviluppo dell’empatia verso altri, abilità di comunicare e capacità di relazionarsi.

Di seguito vedremo come poter allenare alcune di queste abilità perché si rivelano un forte fattore protettivo della salute e un’ottima prevenzione non solo verso l’abbandono sportivo, ma anche, in questo caso, verso possibili difficoltà post-pandemia.
Alla base dello sviluppo personale si pone, in modo particolare, la consapevolezza basata sopratutto sulla conoscenza di sé: un atleta che prende coscienza delle sue risorse e dei suoi limiti riesce a crescere perché sa cosa allenare e su cosa far presa quando la situazione diventa difficile. Le abilità personali con una buona attenzione alla crescita della consapevolezza sono alla base della crescita di un buon sportivo.

Nello sport giovanile creare dei protocolli sulla base delle life skills è fondamentale affinché si mantenga saldo il legame tra gli atleti e la loro disciplina sportiva.
I ragazzi sono passati dall’avere una quotidianità carica di impegni ed attività, al passare le loro giornate in un limitato spazio vitale, con pochi contatti in carne ed ossa e relazioni a distanza, e con impianti sportivi saldamente serrati.
In questi mesi, gli allenatori di noi che si sono mantenuti più attivi a questo riguardo hanno cercato di non far scordare ai propri giocatori e giocatrici il piacere ed il benessere che lo sport procura.
Un passo immediato, fatto dalle diverse realtà sportive, è stato consegnare ai ragazzi delle schede per il mantenimento della forma fisica nel tempo o chiedere loro di allenarsi assieme sulle piattaforme digitali per non perdere i contatti sociali. I preparatori atletici più attenti hanno stilato piani di allenamento calibrati per ogni tipologia di spazio disponibile (giardino, terrazzo, oppure appartamento senza uno sbocco esterno).

È stato un buon inizio, ma dobbiamo ricordarci che lo sport non è solo fisico. All’interno della parola “Sport” non ci sono solo le competenze tecniche e le capacità tattiche, ma ci sono anche le relazioni sociali, le abilità mentali, regolazione delle emozioni, la motivazione e molto altro ancora.

Partendo dai suggerimenti dati dall’Association for Applied Sport Psychology (AASP) per affrontare questo singolare momento, integrando il lavoro iniziato degli allenatori e unendo le conoscenze del modo della psicologia applicata allo Sport, è stato possibile trovare degli spunti per creare dei percorsi consigliati per i giovani atleti. Sebbene sembra che il momento di ritrovarsi sul campo sia sempre più vicino anche se ancora non vi è una data ufficiale.
Qui di seguito elencheremo alcuni spunti, che sono stati utili sia in tempo di quarantena ma che lo potrebbero essere altrettanto per questo momento in cui dobbiamo ancora capire che accortezze prendere con i nostri ragazzi, per creare un piano di allenamento che li coinvolga non solo da un punto di vista fisico e quindi del corpo, ma che arrivi anche alla mente del nostro giocatore, passando attraverso le sue relazioni per promuovere in primo luogo la sua salute e migliorare la sua performance sportiva poi.

1. CORPO

Iniziamo con il considerare lo stato di salute del corpo dell’atleta. Allenarlo vuol dire tenere in forma sicuramente l’apparato muscolare attraverso l’esercizio fisico, ma significa anche promuovere il benessere generale dell’individuo; il corpo per funzionare in modo ottimale ha necessità di avere una routine sana e adeguata alla situazione che si sta vivendo, piacevole per l’individuo e calibrata a misura sulla sua condizione di forma fisica.

TABELLA DELLA ROUTINE E DEL BENESSERE

Si possono proporre delle attività che aiutino focalizzare l’attenzione su quello che si fa abitualmente e sulla qualità delle varie attività. Si chiede ai giovani di riportare informazioni sulla loro giornata: sonno, cibo, tempo passato seduti, tempo dedicato allo sport, attività di svago, sogni e anche pensieri. Cerchiamo di creare nell’atleta l’abitudine di prestare attenzione a quello che fa per il suo corpo; gli chiediamo di annotare su un calendario le varie voci e la qualità di ognuna. Settimanalmente cambiamo le richieste e gli facciamo provare l’esperienza di osservare e annotare tutti i vari aspetti della giornata e il loro cambiare nel tempo.
All’allenatore è utile per avere un quadro della routine dei suoi ragazzi, per vedere se ci sono difficoltà evidenti e per costruire un programma di allenamento fisico congruo con gli orari che gli stessi atleti hanno. Al ragazzo serve come avvicinamento alla conoscenza del suo corpo, dei bisogni, dei cambiamenti necessari e delle buone abitudini. Osservare se stessi è un buon modo per conoscersi e crescere. Può essere utile condividere con gli atleti alcune buone prassi per il benessere come suggerimenti di alimentazione adatta ad uno stile di vita molto sedentario oppure dei metodi di attivazione corporea prima di iniziare le attività di studio sedentario per unire mente e corpo.

SFIDE A TEMA

Il corpo di un atleta però necessita anche di un programma di movimento in grado di creare vere e proprie sfide. In ogni sportivo ci dovrebbe essere una sana componente agonistica. L’atleta ha in sé uno spirito combattivo fatto di impegno e dedizione che lo porta a cercare un miglioramento continuo; per questo motivo c’è bisogno di piccoli traguardi sportivi da dover raggiungere, uno dopo l’altro. Possono essere sfide legate al fisico (addominali), alla tecnica (gesto specifico della disciplina) o alla tattica (domande sul gioco). È possibile che l’allenatore distribuisca schede di esercizi da eseguire a casa (come viene già fatto ampliamene dai nostri tecnici) oppure si può chiedere all’atleta di mettere in campo la sua creatività e le informazioni che ha assorbito nel corso degli anni facendolo diventare il vero protagonista. Facciamo costruire gli esercizi da fare direttamente al ragazzo. L’atleta nel creare un esercizio sulla base delle indicazioni e delle linee guida del mister darà al suo allenatore una foto nitida del suo livello di apprendimento e della sua consapevolezza dell’argomento, darà una misura delle sue capacità di problem solving e decision making e farà l’esercizio con maggiore motivazione perché frutto del suo lavoro.
È possibile prevedere dei colloqui attraverso le piattaforme digitali, a due o più atleti con il coach, per l’eventuale correzione e discussione degli esercizi raccolti. In questo modo il ragazzo è partecipe diretto del meccanismo di allenamento e sviluppa un senso di autoefficacia. L’autoefficacia, secondo Bandura, è, in generale, la convezione di poter aver successo o di fallire ed è legata al raggiungimento dei propri obiettivi; se una persona sviluppa un senso di capacità e competenza migliora la sua performance. Ogni atleta necessita di sviluppare la padronanza nel proprio sport.

2. MENTE

Quando si parla di allenamento mentale si parla di “mental training” ossia di una metodologia di lavoro, tipica della Psicologia dello Sport, che aiuta l’atleta a sviluppare quelle abilità psicologiche che, unite alla performance fisica, aiutano a raggiungere il picco della propria prestazione sportiva. Molte delle life skills, prima citate, possono trovare qui la loro collocazione e attraverso l’allenamento mentale possono essere potenziate. Alla base dell’allenamento mentale però si possono trovare delle abilità di base specifiche dello sportivo a cui dare importanza (dal modello di Martens del 1987): controllo dell’attenzione (nello sport si tratta di focus e re-focus ossia della capacità di mantenere e recuperare la concentrazione in gara), gestione delle emozioni (vissuti troppo forti danneggiano le azioni dello sportivo), modulazione dell’arousal (trovare il giusto livello di attivazione psicofisica), controllo delle immagini (le immagini mentali sono un forte strumento di allenamento e preparazione alle eventualità della sfida), formulazione degli obiettivi (gli obiettivi adeguati accrescono la motivazione sportiva a dare il meglio), controllo dei pensieri (il dialogo interiore e il rapporto con se stessi sono la chiave per riuscire bene nel proprio sport). Tutto questo, grazie all’aiuto dello psicologo dello sport, può essere allenato nel corso della stagione sportiva insieme all’allenamento fisico e può essere sviluppato anche adesso, mentre si aspetta di tornare in campo.

IL CALENDARIO EMOZIONALE

Le emozioni sono un elemento complesso che intreccia reazioni fisiche del nostro corpo con componenti psicologiche provenienti dalla nostra mente, sono un ingranaggio fondamentale del corpo umano e ne influenzano in modo massiccio il funzionamento. Lo sportivo vive emozioni intense in contesti complessi e talvolta capita che queste possono trasformarsi in un ostacolo anziché un’arma a proprio favore, come fare quindi? Ogni sportivo deve ricevere una buona alfabetizzazione emotiva e creare per sé un linguaggio per esprimere le sue emozioni: gli sportivi devono avere un’equilibrata salute emotiva, quindi devono saper ammettere e comprendere ciò che provano. Per esprimere quello che si prova non bastano poche parole, ne servono sempre di più perché più il contesto in cui siamo inseriti diventa complesso e più si ha la necessità di adattarsi.
Imparare ad ascoltare se stessi è un’ardua sfida, ma si può iniziare chiedendo a noi stessi ogni giorno: “Come mi sento oggi?”. Si può iniziare a capire cosa si prova, cercare di accettarlo senza emettere giudizi, descriverlo con parole nostre e condividerlo con chi abbiamo vicino. Questo ci aiuta essere consapevoli delle emozioni che proviamo adesso ma potrà tornarci utile anche durante una gara? Assolutamente sì. Facciamo costruire al giovane sportivo (ma anche allo sportivo meno giovane) un calendario per le emozioni che vive in casa in questi giorni. Portiamo alla luce la sfera emotiva dell’atleta e aiutiamolo a conoscerla affinché l’emozione non diventi un ostacolo in futuro, in un campo da gioco. Facciamo in modo che dia una descrizione personale e dettagliata dell’emozione scelta ogni giorno.
Invitiamo poi l’atleta dopo aver fatto tutto ciò ad essere curioso e a cercare sul vocabolario la reale definizione dell’emozione che ha citato per verificare se l’alfabetizzazione emotiva è sviluppata oppure può essere integrata; chiediamo anche agli atleti di cercare di non ripetere la stessa emozione per più giorni o almeno di cambiare la descrizione della stessa di giorno in giorno in base al loro vissuto personale. Infine, può essere utile chiedere al giocatore o alla giocatrice, di parlare anche delle emozioni che prova quando fa sport per aiutarlo o aiutarla a mentalizzare anche le emozioni specifiche del proprio sport.

LETTERA MOTIVAZIONALE

La motivazione è la spinta interna all’individuo che conduce al raggiungimento degli obiettivi. Si parla di direzione della motivazione quando si parla dell’agire tramite comportamenti che avvicinano alla meta importante. Si fa riferimento all’intensità della motivazione quando si guarda al livello di sforzo che il singolo fa per arrivare al proprio scopo. Lo sportivo punta verso la propria miglior performance possibile e impiega un notevole sforzo per raggiungere la propria meta. Curare la motivazione dell’atleta significa caricare a sufficienza le batterie del ragazzo affinché abbia le risorse per essere efficace.
Questo periodo di pausa dalla palestra può aiutare lo sportivo a comprendere “Qual’è il mio perchè?” ossia descrivere la propria motivazione allo sport che ogni sportivo inevitabilmente possiede. Si tratta di un insieme di sensazioni positive, di bisogni soddisfatti, di sfide da raggiungere e molto altro ancora. Ogni atleta, settimana dopo settimana, può scoprire un motivo nuovo che lo stimola nel suo impegno sportivo, diventando sempre più consapevole delle varie componenti che compongono la sua passione per lo sport. Facciamo scrivere all’atleta la sua lettera motivazionale, una raccolta dei motivi chiave per cui pratica il suo sport. Questo lavoro può essere una risorsa adesso per mantenere il legame, ma anche al ritorno sul campo o in palestra nei momenti difficili, come può essere uno stop forzato come l’infortunio sportivo.

VISUALIZZAZIONE SPORTIVA

La visualizzazione (o imagery) è una tecnica psicologica utilizzata per evocare nella mente del soggetto alcune immagini per poterle analizzare, gestire ed affrontare. L’imagery nello sport è la ripetizione di un gesto motorio specifico con la mente durante il quale, però, la persona vive le sensazioni reali del gesto. Le immagini mentali motorie aiutano l’atleta sia a concentrarsi che a migliorare la performance, i gesti tecnici e le situazioni si allenano immaginando di fare un movimento specifico o provando a risolvere situazioni difficili. La ripetizione delle azioni a livello mentale aiuta a migliorare l’esecuzione, quindi porta alla padronanza dei movimenti, diminuendo l’ansia da prestazione e potendo anche a contribuire alla crescita dell’autostima.
Ma possiamo allenare la mente dal divano di casa? Si, si può utilizzando la visualizzazione guidata. Lo psicologo dello sport, sotto le indicazioni pratiche dell’allenatore, prepara una visualizzazione sport-specifica sotto forma di nota audio condivisibile; gli atleti possono trovare un momento di tranquillità nella giornata e in un contesto di rilassamento chiudere gli occhi e provare a concentrarsi sull’immagine proposta.

3. RELAZIONI

Dare attenzione alle relazioni sociali in questo periodo di quarantena significa evitare che l’atleta si trovi in una condizione di isolamento sociale acuto rispetto alla condizione precedente. Un giocatore da solo non è nessuno, fare sport è un lavoro di squadra, le relazioni stanno alla base di una sana esperienza sportiva. Adesso che si sta a casa la comunicazione, lo scambio e il confronto con la squadra non si devono fermare e allo stesso tempo, non devono viaggiare solo attraverso i messaggi sui soli social.

PIANO DI TELEFONATE

Facciamo costruire ad ogni giovane sportivo un piano di telefonate da fare uno a uno con i suoi compagni e volendo, con il suo allenatore; chiediamogli di tenere l’elenco delle telefonate fatte, di non richiamare un compagno prima di aver fatto il giro di tutta la squadra e di dedicare almeno 10 minuti alla telefonata. Invitiamo i ragazzi a tenere alto il livello di comunicazione tra loro e spingiamoli a non usare solo i messaggino per comunicare, invogliamoli a parlare in prima persona e a voce alta.

MOMENTI DI PENSIERO A VOCE ALTA

Se scendiamo un po più nel profondo delle relazioni sociali ci rendiamo conto che la forza del gruppo è la comunicazione. Nello specifico un gruppo che funziona gode di una comunicazione vincente; a questo proposito è bene che nessuno smetta di allenarsi a comunicare il suo mondo agli altri. Saper comunicare fa parte delle life skills, utili ad ognuno di noi per poter essere efficace nel proprio contesto, un atleta ne può fare bottino e sviluppare un linguaggio specifico per parlare di sport. Facciamo organizzare agli atleti dei momenti finalizzati a parlare a voce alta con qualcuno di caro, qualcuno che secondo loro sappia ascoltare; gli chiediamo di dedicare 10 minuti al giorno a tirar fuori ciò che in quel momento per lui conta (un evento pericoloso, un’attività paurosa, un sogno divertente o un avvenimento buffo). Con l’aumento della pratica da parte del ragazzo il mister può suggerire degli argomenti di conversazione e si può parlare di sport!

Per concludere questa digressione sulle molte possibilità di allenamento da casa ci tengo a sottolineare che, come spesso mi è stato ripetuto, si devono mantenere l’attenzione e l’impegno verso quello che ci è possibile controllare nella situazione in cui siamo. Sarebbe bellissimo per tutti gli allenatori pensare di nuovo di poter preparare un allenamento sul campo, ma questo non è possibile adesso, ora, nel nostro presente. Si deve prendere coscienza del cambiamento, affiancarsi a figure professionali che possano dare supporto e cercare di gestirlo al meglio per puntare sempre e comunque il miglioramento della performance. E come afferma Kabat-Zinn (2015), lo psicologo dello sport può essere una figura che può aiutarci a focalizzarci su quello che possiamo controllare “focus on what you can controll”!

In questi mesi molti allenatori mi hanno chiesto di fare interventi in videochiamate su qualche consiglio da dare sul come prepararsi a gestire in maniera ottimale il rientro post quarantena e spiegare quali siano le modalità corrette da utilizzare con i propri giocatori e giocatrici, ma soprattutto mi hanno chiesto una sorta di previsione su come avremo ritrovato i nostri ragazzi al rientro sul campo da gioco.
Credo che la risposta l’avremo solamente nella reintegro effettivo della routine sportiva, ma più che concentrarsi sul come ritroveremo i nostri ragazzi dovremo sforzarci di riflettere e essere consapevoli di come saremo noi, come allenatori e come persone, una volta ripresa la vera normalità, sul campo da gioco.
Magari il nostro approccio d’allenamento subirà delle variazioni, successivamente a questi mesi la nostra modalità comunicativa sarà cambiata probabilmente, magari invece saremo esattamente come quando abbiamo interrotto l’attività sportiva. Dovremo sforzarci di essere consapevoli noi stessi, in prima persona, sulle emozioni che abbiamo provato e vissuti in questi mesi lontani dal campo, perchè solo essendo consapevoli sulle nostre sensazioni ed emozioni potremo essere le guide solide e sicure di cui hanno bisogno i nostri ragazzi. Perché se è vero che il corpo e la mente hanno pari importanza, vero è che è proprio la relazione che instauriamo con i nostri giocatori lo “strumento principe” per condurre al meglio il nostro lavoro di tecnici.

francescazoe.fabbri@gmail.com

Fonti:

Association for Applied Sport Psychology (AASP)

  • Bandura, A., Freeman, W. H., & Lightsey, R. (1999). Self-efficacy: The exercise of control.
  • Baer, R. A., & Maffei, C. (Eds.). (2012). Come funziona la mindfulness: teoria, ricerca, strumenti. Cortina.
  • Consiglio Nazionale Ordini Psicologi degli Psicologi. Lo Psicologo dell’emergenza.
  • Kabat-Zinn, J. (2005). Vivere momento per momento. Corbaccio.
  • Martens, R. (1987). Coaches guide to sport psychology. A publication for the American Coaching Effectiveness Program: Level 2 sport science curriculum. Human Kinetics Books.
  • Organizzazione Mondiale della Sanità. Life skills
  • Organizzazione Mondiale della Sanità. La salute.

FABIO FOCHESATO

  • Sport Mental Coach

L’ALLENAMENTO MENTALE NEL CALCIO MODERNO

Nel calcio moderno si sente molto spesso parlare di analisi tattica, di prestazione fisica e condizione ottimale o meno e di capacità tecniche, poi succede che durante le interviste molti atleti, molti calciatori all’inizio o alla fine partita considerino principalmente e probabilmente inconsciamente l’aspetto mentale con espressioni del tipo “Dobbiamo giocare Concentrati e Consapevoli dei nostri mezzi”, “Oggi non ero Mentalmente Pronto”, ”Mi è mancata la Concentrazione Necessaria”, ”Mi Sentivo Particolarmente in Palla”, e danno colpa o merito della propria prestazione alla loro “Condizione Mentale”. Per quello che sento nel calcio italiano ed in genere nello sport, l’aspetto mentale, rimane il “Più Citato” tra quelli che possono decidere una prestazione ma il “Meno Considerato”. Non lo trovate strano? Se ne parla molto gli si da importanza ma non si considera il fatto di poterlo allenare!

La figura dell’Allenatore Mentale, Mental Coach, in Italia è ancora poco considerata e capita, si tende più che altro a vedere questa figura come “il Motivatore” che ti incita con frasi del tipo “Dai forza che ce la fai”, “sii positivo”, considerandola un’americanata! In verità il lavoro ed il valore che porta l’allenatore mentale è notevolmente superiore e nella realtà calcistica moderna dove i giocatori sono sottoposti a, pressioni interne della società a cui appartengono, esterne di carattere mediatico e per la velocità di gioco sempre maggiore, tecnica tattica e fisicità sono certamente importanti ma lo diventa sempre più la parte mentale. Consapevolezza del se, Gestione delle Emozioni, Capacità di concentrazione, Leadership personale e comunicazione efficace diventano l’ago della bilancia, questo per far si che ogni giocatore riesca a mantenersi per più tempo possibile nel suo stato di grazia nel “Flow” riducendo al minimo i momenti di flessione che arrivano durante la stagione e nel saper gestire quest’ultimi.

Cosa si richiede ad un giocatore moderno oltre tecnica tattica e allenamento fisico? Principalmente cinque caratteristiche:

  1. Concentrazione per tutta la durata della partita.
  2. Consapevolezza delle proprie competenze fisiche, tecniche e tattiche, consapevolezza del se.
  3. Essere presente mentalmente essere nel “Qui ed Ora”, sapere cosa fare, quando farlo e come farlo.
  4. Gestione dei rapporti con il team, equilibrio emozionale e comunicazione efficace.
  5. Gestione dei rapporti con direttori di gara con gli avversari negli immancabili momenti di stress. Intelligenza Emotiva.

Tutto questo richiede “Allenamento mentale”, da una preparazione di base generale, al lavoro specifico sul singolo per caratteristiche personali e relative al ruolo. Diverso è il lavoro con un portiere, un difensore o un attaccante, facendo si che ognuno di loro possa capire le dinamiche differenti che coinvolgono l’uno dall’altro per una consapevolezza comune, che li porterà ad un maggior equilibrio personale e di squadra.

Il calcio moderno è diretto sempre più verso figure specifiche che curano aspetti specifici di aree specifiche ed anche per l’aspetto mentale diventa importantissima la figura dell’allenatore mentale e non solo a livello professionistico ma anche e soprattutto nei settori giovanili, dato che è dai settori giovanili che nascono i futuri campioni ed è da li che si perdono veri talenti per il carico di pressioni a cui sono sottoposti e a cui nessuno insegna come poter gestire stati interiori ed emozioni che in campo fanno la differenza.

SARA VARONE

  • Psicologa dello Sport
  • Mental Trainer

TORNARE IN CAMPO DOPO IL COVID-19

Allenamenti, partite, spogliatoi, festeggiamenti, pianti, obiettivi e amici: di questo, e tanto altro, era impregnato lo sport giovanile fino a Febbraio 2020.

Poi arrivò il Covid-19 e cambiò qualcosa?

Chiunque alleni una squadra di calcio del settore giovanile in questo momento sta cercando di progettare, magari insieme alla dirigenza ed ai colleghi, il rientro sul campo e per farlo bene si sta sicuramente ponendo delle domande tra cui: cosa e chi troverò quando ripartiremo? Sarà cambiato qualcosa in e tra i ragazzi, in me, nella società? Come dovrò comportarmi?

Professionalmente non amo fare previsioni. Preferisco, per etica e deontologia, prendere atto di ciò che al momento conosco e sulla base di queste informazioni fare delle riflessioni che portino ad elaborare strategie e piani d’azione.

Numerosi psicologi dall’inizio della pandemia si sono occupati di conoscere i vissuti di adulti e bambini raccogliendone pensieri, emozioni e comportamenti. Inoltre, studi effettuati su epidemie precedenti (vedi SARS), ci permettono di avere una visione globale di quanto accade nella mente di chi vive un evento di tale portata.

Volendo quindi riassumere al massimo quanto emerso da alcuni studi ecco un breve, ma incisivo, elenco dei principali disturbi presenti tra i bambini a seguito del COVID-19:

  • Irritabilità
  • Sintomi regressivi
  • Poca tolleranza alle regole
  • Svogliatezza
  • Paure

Vi pare eccessivo? I bambini hanno vissuto, respirato e ascoltato ciò che i loro genitori e le loro famiglie hanno a loro volta esperito; e se è vero che l’incontro tra allievo e allenatore è un incontro e uno scambio tra sistemi differenti, è altrettanto vero che tutto ciò che riguarda i vissuti di entrambi i protagonisti (e dei rispettivi sistemi d’appartenenza), non potrà che entrare in campo influenzando l’avvio di una stagione nuova, soprattutto dal punto di vista della socialità.

Allora a cosa dobbiamo porre attenzione come allenatori?

Credo sia fondamentale prendere atto che, ancor più del solito, all’avvio della prossima stagione sportiva incontreremo Persone diverse: Persone che probabilmente vivranno diversamente la prossemica, il contatto con l’Altro, il gruppo. Impossibile non tenerne conto, soprattutto in uno sport di squadra.

Ciò significa che mentre definiranno obiettivi tecnici e/o agonistici questa volta le società dovranno prendersi del tempo anche per ri-pensare e ri-progettare ciò che riguarda le relazioni ed il contatto tra pari, tra i bambini e l’adulto e tra gli adulti stessi.

Potremmo trovare bambini volenterosi di contatto con i coetanei, così come bambini molto spaventati all’idea di accorciare le distanze con gli altri. Potremmo relazionarci con bambini e famiglie colpiti da lutti importanti, con giovani atleti che nei mesi appena trascorsi hanno sperimentato emozioni nuove e, magari contrastanti. Potremmo dover osservare agiti inaspettati anche da parte di quel bimbo che conoscevamo come perfettamente aderente alle regole.

Avremo a che fare con piccoli allievi che dovranno imparare nuove routine arrivando al campo, a cui sarà richiesto di ricordare e imparare nuove regole ed un nuovo modo di gestire le distanze interpersonali. E tutto questo riguarderà gli stessi allenatori, non dimentichiamolo!

Attenzione! Tutto ciò non sarà di per sé negativo. Non significa che i bambini non saranno vogliosi di tornare sul campo. Tutto ciò richiederà “semplicemente” consapevolezza, attenzione e sensibilità da parte di chi avrà lo splendido compito di ri-connettere i giovani tra loro e con la loro passione sportiva. Ecco quindi alcuni punti essenziali:

  • Spiegare in modo semplice e chiaro poche ma essenziali nuove regole di comportamento. Se possibile apporre indicazioni negli impianti sotto forma di immagini simpatiche e accattivanti;
  • Non catastrofizzare né sminuire la situazione: utilizzare parole adeguate al target che si ha di fronte;
  • Porsi come coloro i quali avranno il compito di AIUTARE i bambini a giocare in sicurezza e non come i controllori;
  • Proporre esercizi che gradualmente aiutino i bambini a ri-entrare in contatto tra loro (rispettando, ovviamente, le indicazioni nazionali)
  • Aver chiari gli obiettivi prossimi ed a lungo termine e coinvolgere bambini e famiglie nella loro realizzazione, dopo averli pattuiti e condivisi con la società;
  • Osservare, più attentamente del solito, comportamenti e atteggiamenti dei bambini dentro e fuori dal campo;
  • Chiedere aiuto se si hanno dubbi o se ci si sente in difficoltà nella gestione di uno di questi aspetti.

Settembre è alle porte, facciamoci trovare pronti!

Facebook : Dott.ssa Sara Varone Psicologa e Mental Trainer

DANIELE ROLLERI

  • Esperto dello sviluppo della leadership dei giovani portieri
  • Ideatore Crescere Portiere
  • Ideatore ROLLEFIX

IL GIOVANE PORTIERE HA BISOGNO DI RISPETTO!

Troppo spesso i giovani numeri uno vengono lasciati soli senza istruttori e allenamenti specifici durante la loro crescita.

Di chi è la colpa se succede ancora questo nel nostro calcio?

La prima cosa che noto subito negli occhi di un giovane portiere quando lo incontro nelle nostre sessioni è vedere se è davvero felice, o se il suo sguardo lascia intravedere qualche velatura di insicurezza o disagio.

Chiaramente, è una linea sottile tra l’essere pienamente soddisfatto di come si sta comportando come portiere e la delusione di non sentirsi adeguato in quel preciso momento nell’allenamento, nella partita, nel rapporto con il mister, l’allenatore dei portieri, i compagni e i dirigenti della società di appartenenza.

Insomma, un giovane portiere di solito vive di alti e bassi, o è euforico perché fa tutto bene o si sente “non all’altezza” perché subisce un goal e si colpevolizza anche dell’errore caricandosi il peso di tutta la squadra.

Essere un portiere allora significa assumersi la responsabilità di conoscere le proprie emozioni, gestirle e utilizzare solo quelle che esaltano i punti di forza personali.

Naturalmente, è avere coraggio di affrontare un allenamento e una partita senza provare paura, quella paura di sbagliare o di far perdere la squadra.

La fiducia in sé stessi, delle proprie abilità caratteriali e tecniche per supportare costantemente i compagni.

La forza mentale di essere sempre positivo nei propri comportamenti per diffondere sicurezza, entusiasmo, determinazione non solo a sé stesso ma a tutte le persone che gli ruotano attorno, come allenatori, compagni, dirigenti, amici e familiari.

La parte interessante di essere un portiere appunto è sapere esattamente quanto è fondamentale guidare sé stessi in queste dinamiche e come gli altri gli fanno vivere il ruolo.

Il parallelismo tra la sua identità e quella buttata addosso da altri gioca un ruolo fondamentale per la crescita del giovane portiere.

Infatti, troppo spesso allenatori improvvisati creano emozioni negative con frasi o urla senza senso al ragazzo, utilizzate solo per sfogare le loro frustrazioni.

Oppure, allenamenti senza criterio di allenatori non qualificati che copiano video da Youtube e li ripropongono ai tuoi iscritti per tutta la stagione, senza tener conto che quelli nei video sono professionisti e i tuoi giovani portieri sono in piena crescita cognitiva e tecnica. Chiaramente, nell’approcciarsi alla formazione del giovane portiere ci sono diversi modi per trasmettere concetti e istruzione al ragazzo.

1. C’è chi preferisce dare direttive al numero uno, il quale esegue il gesto ripetutamente con l’obiettivo di aiutarlo ad assimilarlo e quindi ad applicarlo nel modo più veloce possibile.

2. Poi c’è chi ama proporre solo ed esclusivamente il divertimento al giovane portiere durante l’allenamento, in cui attraverso dei giochi il numero uno si diverte ed inizia ad imparare alcuni movimenti del ruolo.

3. Invece, c’è chi utilizza una via media, quella del gioco mischiata alla direttiva di esecuzione del gesto. Questo per fare divertire prima il giovane portiere e poi insegnarli come si fa il portiere e come deve agire tra i pali.

Tutto molto bello però c’è un problema.

Siamo davvero sicuri che il giovane portiere attraverso queste tre modalità riesce davvero ad utilizzare il suo cervellino per capire, elaborare e provare il gesto senza aver paura di sbagliare quando poi c’è la partita?

La cosa interessante è che per valutare questo passaggio c’è necessità di un METODO.

Senza un METODO, non c’è risultato.

Questo perché l’approccio al giovane portiere è una cosa, è un mezzo ma non è un metodo studiato, provato, analizzato e applicato.

Pertanto, il formatore del giovane portiere che utilizza un metodo studiato ad hoc per il numero uno è quell’angelo custode che ogni portiere merita di avere al suo fianco.

Quella persona che prima di tutto lo aiuta a costruire un rapporto di fiducia reciproca, di stima e di condivisione di un percorso fatto di:

– scoperta
– emozioni
– stati d’animo
– errori

Dove le parole chiave durante l’allenamento sono: “OGGI POSSO SBAGLIARE!”

Naturalmente, quando il giovane portiere è autorizzato ad esplorare, capire, sbagliare, rifare, riprovare e fare meglio, allora:

– il suo livello di ATTENZIONE si alza
– il suo cervello inizia a funzionare
– i suoi comportamenti diventano positivi
– i suoi movimenti si fanno più sciolti
– le sue espressioni sono serene, distese

E trova una volta per tutte i suoi punti di forza, i suoi ancoraggi positivi, la sua fiducia nell’applicazione di ogni gesto tecnico che lo aiuterà finalmente a diventare un vero numero uno.

Un giovane portiere sicuro nelle sue scelte in campo, coraggioso, e una persona migliore nella vita di tutti i giorni.

L’angelo custode per i tuoi giovani portieri allora è l’allenatore/formatore che si mette al loro fianco e li lancia in prima linea per esplorare cosa vuol dire costruire una leadership da vero numero uno.

E tu allora hai attrezzato la tua società con queste figure per i tuoi numeri uno del futuro?

MASSIMILIANO SPINI

  • Dietista
  • Personal Nutrition Trainer

IL CALCIATORE HA BISOGNO DI “CALCIO”?

L’idratazione per lo sportivo

L’acqua…è un elemento essenziale, sia in natura che chiaramente per l’essere umano.

Il nostro corpo è formato da circa il 65% da acqua e perdite anche minime (2-4% rispetto al peso corporeo) riducono drasticamente la performance.

Specificando la quota d’acqua è bene sottolineare che i muscoli sono composti da circa il 75% da acqua e lo scheletro da circa il 30%.

Se deduce quindi che una minima riduzione di acqua corporea (in modo cronico) possa determinare una ridotta efficienza dell’apparato locomotore.

Parlando sempre di numeri è risaputo che per il soggetto sedentario la quota giornaliera di acqua è compresa tra 1,5 e 2 litri al giorno; ma per il calciatore?

Necessario sviscerare ancora qualche numero..in generale (e non in condizioni estreme) in un’ora di sport si consumano mediamente 0,5 litri all’ora e, considerando i 90 minuti di una partita, si evince che il calciatore dovrebbe assumere circa 2,2-2,7 litri nel giorno della performance.

Relazionando il valore al numero dei bicchieri (un bicchiere d’acqua = 200 ml) stiamo quindi parlando di 11-14 bicchieri al giorno.

Giusto poi specificare che quando la temperatura / umidità sono elevate il consumo d’acqua durante l’attività può arrivare anche a 1,5 litri all’ora…

La quantità totale l’abbiamo specificata…ma quando bere e che acqua bere?

Partiamo dal quando…

L’acqua è un alimento estremamente digeribile (impegna cioè in modo minimo lo stomaco), però la capacità di assimilazione da parte dell’intestino è limitata.

Il nostro intestino è in grado di assimilare solo 0,8 litri all’ora; se dovessimo eccedere rischiamo fastidi intestinali, nausea (oltre che non assimilare la quantità bevuta).

Da questa premesse si evince che dobbiamo iniziare a idratarci qualche ora prima della performance. Come indicazione di massima durante la mattinata (considerando una partita in orario pomeridiano) dovremmo riuscire a bere almeno 1 litro d’acqua.

Successivamente 30’ prima del riscaldamento dovremmo cercare di bere 0,5 litri d’acqua e un bicchiere (200 ml) poco prima di iniziare la partita.

Durante l’intervallo bisogna stare attenti a non eccedere, se abbiamo seguito le linee guida ci basterà bere 2 bicchieri d’acqua (400 ml).

Al termine della performance andremo a bere un altro mezzo litro d’acqua.

Sempre in merito “al quando” è giusto specificare che normalmente bere ai pasti NON crea problemi digestivi e quindi il calciatore può tranquillamente bere durante il pasto pre-partita.

Ed in merito alla tipologia di acqua, ci sono delle linee guida per il calciatore?

In primis è doveroso specificare la composizione dell’acqua e le sue classificazioni.

Le acqua minerali naturali si classificano in base al residuo fisso (quantità di sali minerali disciolti in un litro d’acqua misurati dopo evaporazione a 180°C espressi in milligrammi/litro):
– minimamente mineralizzate (Residuo Fisso tra 50 e 500 mg/l)
– mediominerali (Residuo Fisso tra 500 e 1500 mg/l)
– ricche di sali minerali (Residuo Fisso > 1500 mg/l)

Un’ulteriore classificazione è data dal PH
L’acqua è acidula se il pH è inferiore a 7, alcalina se superiore.

Le acque addizionate con CO2 sono solitamente acidule perché il gas si dissolve in acqua come acido carbonico.

Inoltre possiamo classificare le acqua minerali in base quantità preponderante di uno dei sali minerali presenti (es. bicarbonate, solfate, calcica…)

Considerando tali caratteristiche un calciatore dovrebbe preferire un’acqua alcalina e con un alto contenuto di Sali minerali (in particolare calcio, sodio, potassio, magnesio e cloruri); inoltre, se pur in modo lieve, l’acqua ricca di bicarbonato aiuta a velocizzare la riduzione dell’acido lattico ematico.

In riferimento all’acqua è interessante parlare del fenomeno “sete”.

Il centro della sete è situato nel cervello. Quest’ultimo raccoglie diversi segnali provenienti da diversi recettori ed in particolare è determinato dalla disidratazione delle cellule nervose. Inoltre la sensazione di sete risulta aumentata quando si ha una riduzione del volume ematico e la secchezza della bocca.

All’inizio del nostro articolo abbiamo parlato dell’introito d’acqua, ora ci soffermiamo sulle perdite.

In media le urine sono intorno ai 1300 ml/giorno; abbiamo poi una perdita tramite le feci di 150 ml al giorno.

A tali valori dobbiamo aggiungere le perdite tramite l’aria espirata e la sudorazione.

In media si perdono 600-1000 ml/giorno (ma che possono aumentare notevolmente in base all’aumento della temperatura esterna ed in base all’attività sportiva).

Un ultimo aspetto importante, in particolare durante la preparazione estiva, è il consumo di frutta durante gli allenamenti (es. una pesca).

È importante sapere che il contenuto di acqua degli alimenti è estremamente variabile e che frutta, ortaggi, verdura sono costituiti mediamente dall’80/90% di acqua.

Durante però la performance dovremmo impegnare il meno possibile (digiuno…) l’apparato digerente e quindi in generale è sconsigliato mangiare anche un frutto.

Inoltre un frutto medio contiene 150/170 ml di acqua, quindi meno di un bicchiere.

In conclusione il calciatore deve bere nel giorno della partita almeno 2,5 litri d’acqua al giorno, valori che possono aumentare fino a 3,5 litri quando le temperature sono elevate. È bene frazionare l’acqua in diverse dosi e ricordarsi che il nostro intestino può assimilare massimo 0,8 litri d’acqua all’ora.

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