
“A noi allenatori spaventa riconoscere che non siamo i protagonisti del gioco”
Scritto da Javi Roldán • 11 novembre 2023
Óscar Cano è allenatore da due decenni. Squadre storiche come Granada,
Salamanca o Badajoz sono passate per le sue mani. Con il Castellón è stato
promosso in seconda divisione. Ha pubblicato diversi libri sul calcio ed è
regolarmente relatore in corsi, master e congressi in Europa e in Sud America.
Allenatori importanti vengono in Spagna per incontrarsi con lui e parlare del
suo concetto di gioco e della sua metodologia. Ha tenuto corsi di formazione per
allenatori a La Masia. Anche per Benfica, Sporting e Milan.
La scorsa stagione, è stato responsabile del Deportivo de la Coruña. Fu esonerato
a due partite dal termine del campionato e con i play-off di promozione assicurati.
Senza di lui, la squadra non superò il primo turno. È stato allenatore della squadra
U-19 del Qatar quando Xavi giocava per l’Al Sadd. L’attuale allenatore del Barça
chiese di partecipare ai suoi allenamenti, diventando così praticamente parte
integrante dello staff tecnico. “A volte si allenava con i giocatori, era incredibile.
Non compiva gesti molto complessi, ma tutti i giocatori, quando Xavi interveniva,
giocavano meglio. Non ho mai visto nulla di simile da vicino”, ricorda Cano per
Jot Down Sport. Non gli è mai stata affidata una panchina in prima divisione.
Cosa è successo nel Depor?
Il Deportivo è una società con una storia importante con una tifoseria molto
numerosa e fedele che ha vissuto esperienze meravigliose. L’hanno visto vincere
il campionato, la Coppa di Spagna e raggiungere le semifinali di Champions
League. La situazione attuale del club, in termini di categoria in cui compete
(1aRFEF, terza divisione), è lontana da quei momenti indimenticabili. Questo
genera una fortissima pressione per tutti i professionisti che passano di lì. Ciò
significa che un pareggio è considerato insufficiente, che qualsiasi errore genera
una risonanza eccessiva. Se le esigenze del calcio di oggi sono smisurate ovunque,
immaginate come sono in un club delle dimensioni del Dépor. Così, quando
abbiamo perso la possibilità di diventare campioni, pur essendoci qualificati per
i play-off, hanno deciso di fare a meno di noi. Essere sottoposti a tali pressioni, in
fondo e nonostante tutto, ti rende migliore.
Lei ha raggiunto la promozione con il Castellón, qual è stata la chiave
di questo buon rendimento?
Sarebbe molto pretenzioso se cercassi di definire una chiave di lettura. Nel calcio
accadono un’infinità di cose che vanno al di là del nostro pensiero, che sono
casuali e che non erano nelle nostre intenzioni. Quello che vi dico è che, come
sempre, l’importante è stato riconoscere le qualità che c’erano nella squadra e
prendere decisioni sull’acquisto di giocatori che potessero far sì che quello che già
esisteva potesse esprimersi.
Nella sua risposta noto lo sguardo da allenatore. E mi viene in mente
che una volta lei ha detto, in difesa di Ancelotti: che siano benedetti
coloro che sanno schierare la formazione giusta.
Come allenatori, dobbiamo sapere che l’ottimizzazione delle prestazioni
individuali ha origine nella qualità delle interazioni. Ogni giocatore ha
determinate caratteristiche e la manifestazione di questo talento, in uno sport di
squadra, dipende dalle capacità del resto dei compagni. In altre parole: affinché
ogni giocatore possa esprimere il meglio di sé, ha bisogno di compagni che glielo
permettano, compagni che siano complementari a lui. Pertanto, l’abilità
principale di un allenatore sta nel trovare quell’armonia tra i giocatori che
compongono la squadra, individuando e proponendo quelle sinergie che
stimolano le capacità esistenti di ogni giocatore. In questo modo, quello che sa
fare Kroos è facilitato da Modric, mentre Vinicius e Rodrygo sanno ancora
fare quello che hanno fatto nelle stagioni precedenti, ma ora non lo mettono in
pratica allo stesso modo perché non c’è più Benzema, quindi la manifestazione
di queste qualità clamorose è limitata. Sono i giocatori a portare la conoscenza e
questa conoscenza è sempre aperta a nuove relazioni e complessità. C’è una
citazione di Ron Israel che riassume l’idea: “Ci sono parti di me che esistono
solo quando sono con te”.
Mi parli della disposizione tattica.
La tattica sono loro, i giocatori. L’obiettivo della tattica è proporre contesti in cui
trovare vantaggi rispetto all’avversario e quindi essere in grado di risolvere
efficacemente situazioni impreviste. I moduli di gioco sono solo numeri, un modo
povero di definire la tattica. Per esempio, ci sono molte squadre che giocano con
il 4-4-2 e nessuna di esse gioca allo stesso modo: Van Basten faceva lo stesso di
Virdis nel Milan di Sacchi? Latasa fa lo stesso di Williams? Uno viene, l’altro
va. Quando gli allenatori trovano armonia tra i giocatori, gli aspetti decisionali ed
esecutivi sono di qualità. Se le interazioni sono buone, tutto è garantito. Questa è
la tattica.
A proposito di Sacchi, Marcelino ha detto di essere un suo
ammiratore. Marcelino, come nel caso dell’italiano, utilizza
praticamente sempre il 4-4-2 lineare perché dice che è “il sistema che
richiede meno specificità nei giocatori e che permette gli
automatismi”. Penso anche a Bordalás.
Sacchi, Marcelino o Bordalás progettano le loro squadre per poter giocare in
questo modo. Per me, a volte gli sfugge la ricchezza che hanno nelle loro squadre
essendo deterministici. Credendo che esistano schemi regolari in uno sport open
skills con la sua natura incerta. Perché sentono il bisogno di preordinare e
credono che le cose accadano per questo motivo. In generale, questo bisogno di
assegnare cause deterministiche agli effetti è la grande malattia del nostro tempo.
La natura degli esseri viventi non si presta a essere compresa secondo paradigmi
semplicistici. È necessario concepire le relazioni e il gioco in termini di
movimento, flusso, cambiamento. Luis García Montero dice giustamente:
“Che ogni cosa sia al suo posto è il più grande disordine che si possa immaginare”.
Un allenatore può automatizzare le azioni delle sue squadre?
Si può automatizzare, ma si genererà una distorsione con il reale, con il naturale.
Non si può essere efficaci automatizzando le risposte in un contesto che è
essenzialmente incerto e altamente complesso. È innaturale. Inoltre, la meccanizzazione ci rende prevedibili, impoverisce qualcosa che è
intrinsecamente ricco. Credo che se partiamo da ciò che siamo, possiamo avere
strutture flessibili in grado di generare sicurezza senza impedire la spontaneità.
Il fatto è che le squadre dipendono dall’inganno, da ciò che le rende imprevedibili.
E lo stile di gioco? Oscar Cano si affida a uno stile in particolare che
vuole far adottare alle sue squadre?
Óscar Cano, come chiunque altro, ha delle preferenze, una sensibilità e un certo
attaccamento a qualcosa. Se è per questo, gli piacciono le squadre che giocano
nella metà campo avversaria, che cercano di dominare ordinandosi con la palla
(anche se tutte si ordinano con la palla, anche quando le sequenze di passaggio
non sono prolungate). Apprezza anche i difensori che sono in grado di generare
stabilità e ridurre lo stress dei compagni di squadra. Ma soprattutto non vuole
essere un ideologo, bensì un logico. La logica del calcio ci rivela che l’identità di
una squadra si basa sulle caratteristiche dei suoi giocatori; quindi, dobbiamo
partire dalle loro capacità, dai vari modi in cui possiamo essere competitivi
schierando quelli che si amalgamano meglio. È qui che sta tutto, nella ricerca di
connessioni di alta qualità, di modi coerenti di relazionarsi gli uni con gli altri.
Ha dovuto cambiare le sue preferenze in determinate squadre che ha
gestito?
Naturalmente, ho dovuto variare le mie intenzioni quando mi sono imbattuto in
giocatori che sapevano fare le cose in modo diverso da come le intendevo io. E
questo è terapeutico perché ti mostra la realtà, ti toglie l’ego e ti permette di
intervenire con maggior efficacia. Nell’UD Melilla, ad esempio, avevamo una
coppia di attaccanti tanto diversi quanto complementari, che avevano anche un
livello tecnico individuale decisivo rispetto la categoria (Seconda divisione B).
Quindi abbiamo adattato tutti gli interventi alle loro esigenze perché era il modo
migliore per competere. Più breve era la durata degli attacchi, maggiore era il pericolo che generavamo. Non rispettava i miei gusti, ma ha funzionato molto
bene, quindi mi sono divertito molto.
Nella conferenza stampa prima della partita di Champions League
contro lo Shaktar, Xavi ha insistito sul fatto che le assenze sono
risolvibili perché ciò che conta è il modello di gioco. È un modo per
distinguersi, qualcosa che piace molto al giorno d’oggi.
Diffido del termine “modello di gioco”, preferisco parlare di identità. L’identità è
ciò che siamo. Non so Xavi, ma l’unica cosa che voglio nelle mie squadre è che i
giocatori siano se stessi e che il gioco non assomigli a una coreografia imparata a
memoria. L’obiettivo di ogni allenatore dovrebbe essere quello di conseguire ciò
che si è in grado di fare insieme in modo efficace, comprendendo sempre che il
contesto cambierà costantemente. Non si tratta di essere riconoscibili, ma di
riconoscersi giocando.
Evita di fare riferimento al modello di gioco, eppure ha pubblicato due
libri intitolati “Il modello di gioco del FC Barcelona” (2009) e “Il
modello di gioco del Real Madrid con Mourinho” (2013).
Tutti noi abbiamo avuto una fase in cui abbiamo creduto che ciò che accadeva in
campo fosse il prodotto dell’applicazione di concetti. Ma la realtà è diversa e ha a
che fare con il fatto che, a prescindere dai moduli scelti, il denominatore comune
di tutte le grandi squadre della storia è la coincidenza di molti grandi giocatori
con la stessa maglia.
Quindi non ci sono concetti inalienabili nel il gioco del calcio?
La cosa peggiore che noi allenatori possiamo fare è credere che esista un unico
modo concreto e vincente di lavorare nel calcio. Non è così. Per concettualizzare,
dovrebbe essere un obbligo aspettare che siano i giocatori, con il loro gioco, a
definire le cose per noi. I concetti vengono definiti in base al comportamento dei
singoli giocatori. L’omogeneizzazione è un’illusione perché gli esseri umani sono
eterogenei.
E cos’è questo “capire il gioco”? Come se ci fossero dei manuali.
Il gioco ha una logica che è scritta nelle regole, ma non è nulla in sé. Il gioco
prende vita solo attraverso coloro che lo praticano. Ecco perché il modo di trattare
questa logica è sempre diverso, perché dipende da coloro che la manifestano. È
ovvio che c’è la circolazione del pallone, lo smarcamento, la marcatura e il
contrasto, ma non c’è un solo modo efficace per smarcarsi e neanche una formula
magica per contrastare il possessore di palla. Benzema, Mbappé o Halland
sono molto efficaci ma ognuno di loro esegue le sue giocate in base alla propria
motricità. Le possibilità di movimento, la genetica di ciascuno è ciò che determina
il modo in cui si può realizzare ogni cosa. Questo dovrebbe farci capire che la
priorità è conoscere i giocatori.
Conoscere il calcio significa essenzialmente conoscere i giocatori?
È un’ovvietà che spaventa noi allenatori perché ci mette di fronte alla realtà. Da
qui l’attuale sforzo, che sfiora il nerdismo, di parlare del gioco ignorando il
giocatore. Abbiamo fatto credere al mondo che siamo noi allenatori a rendere
possibile il successo. Così, quando arrivano i risultati negativi, siamo sotto i
riflettori.
Non era così anche quando ha iniziato ad allenare?
No. In passato si considerava quasi esclusivamente ciò che accadeva in campo.
Oggi le partite si presentano attraverso il confronto delle idee degli allenatori.
Non si parla più di City contro Liverpool o Arsenal, ma di Pep contro Klopp o
Arteta. Sembra che le possibilità di vittoria passino attraverso le lavagne, attraverso i piani partita. Le partite sembrano essere giocate dagli allenatori, che
però in campo non possono entrare. Tutto è distorto, deformato e lontano dalla
realtà.
Perché si è arrivati a questo?
Perché noi allenatori abbiamo il terrore di confrontarci con la dura realtà, con i
fatti. Ci spaventa sapere o riconoscere che non siamo noi i protagonisti in un
ambiente così mediatico come il calcio professionistico. Quindi si ricorre a
un’analisi interessata, che genera notizie che servono alla nostra narrazione. La
colpa non è solo degli allenatori, ma di tutti coloro che sono coinvolti, ma noi la
alimentiamo perché ci sentiamo molto a nostro agio in quella bolla.
In relazione a questo “nerdismo” che lei sottolinea, mi vengono in
mente gli analisti e i twittatori, me compreso. Una partita non si vince,
come si dice di solito, perché l’allenatore ha messo un giocatore due
metri avanti o a destra?
Tutte queste decisioni tecniche hanno un impatto, ovviamente. Modificare gli
spazi di intervento cambia le cose, ma non avviene in modo geometrico o
geografico, piuttosto il cambiamento nella partita si ottiene perché si altera la rete
di relazioni, con i giocatori che iniziano ad avvicinarsi di più ad altri o ad
allontanarsi da quelli che erano vicini a loro. È qui che risiede il vero
cambiamento, nella dimensione sociale, non in un altro tipo di analisi.
Queste analisi danno l’impressione che si guardi al calcio da un punto
di vista esclusivamente posizionale. A questo proposito, lei ha scritto
anche “Il gioco di posizione nel Barcellona”(2012).
Il gioco di posizione è solo una maniera di definire un modo di giocare. Per me è
marketing.
Marketing?
La realtà di questo modo di giocare ha a che fare con il raggruppare un gran
numero di giocatori in grado di mantenere il possesso della palla e di disequilibrare l’avversario in diversi modi. Quasi tutti i giocatori della squadra del Barça allenata da Guardiola, ad esempio, avevano una straordinaria capacità di giocare con la palla. E Messi ha permesso che quasi tutto finisse per provocare un gol. Questa è la realtà ultima di quella squadra: tanti buoni giocatori che interagiscono. È questo che rende il tutto ordinato. Ma il marketing voleva dirci che si trattava di occupare spazi specifici o di ricevere la palla con una gamba specifica. E nella nostra ossessione di dare un nome alle cose, abbiamo finito per chiamarlo gioco di posizione.
Quindi il Barça di Guardiola non è concettualmente diverso dal
Madrid di Zidane o di Ancelotti?
Certo, giocano in modo diverso. Fanno cose diverse perché i giocatori sono
diversi. E si può essere altrettanto bravi facendo cose diverse.
A tal proposito, un giorno intervistai un calciatore arrivato al Barça,
che era stato inserito come ala. Mi disse che nelle sue squadre
precedenti non gli era mai stato detto di rimanere in posizione finché
non gli fosse arrivata la palla. Questo sembra indicare che si tratta di
un modo specifico di procedere.
Se gli è stato detto di rimanere aperto, è solo perché il suo talento principale era
la capacità di saltare l’avversario. Questa è la chiave. Alcuni allenatori sono più
interventisti di altri. Ancelotti lo è meno di Guardiola, per esempio. Ma alla fine
dipendono tutti dalla stessa cosa.
Cosa pensa che intendesse Henry quando ha detto che con Guardiola
ha reimparato a giocare a 30 anni?
Che lo ha aiutato a scoprire il proprio talento che era rimasto sopito. Il buon
allenatore è quello che ti spinge a guardare dentro di te.
È questa la vera virtù di Guardiola?
Pep lascia un’eredità meravigliosa, ma non si tratta del gioco di posizione o dei
titoli. Si tratta di costruire squadre che dominano, che controllano, nelle quali
nessuno gioca a qualcosa che non è. Non ha cercato di far assomigliare i
centrocampisti del Bayern o del City a Xavi o Iniesta, ma ha modificato la
squadra per trovare le giuste relazioni per ottenere il dominio che desidera senza
sminuire ciò che ogni giocatore è. E quando questo è diventato impossibile, non
ha esitato ad andare sul mercato per sostituire alcuni giocatori con altri.
Ma il difensore Stones è ora un centrocampista che distribuisce il
gioco, cosa che a prima vista lo snatura.
Cancelo e Lahm hanno giocato da interni, mentre Abidal no. Se chiede a
Stones di farlo, sarà perché Stones sa come farlo. In ogni caso, preferirei
utilizzare un centrocampista piuttosto che fare questo tipo di cambiamento.
A proposito di Ancelotti e Guardiola, Óscar Cano ha avuto un maestro
nei suoi esordi in panchina?
I maestri non esistono al di fuori del campo di gioco. I geni sono solo quelli che
giocano. Ho avuto, e ho tuttora, molte persone intorno a me dalle quali ho
imparato e che sono state fondamentali per alimentare le mie curiosità: parlare
con Raúl Caneda è sempre un arricchimento e Lillo è stata la persona che mi
ha trasmesso di più. Ho imparato anche da Cruyff e dal Barça di Guardiola. Ma
soprattutto sono cresciuto ammirando chi gioca. Sono loro i veri ispiratori.
Preferisco una partita in cui Busquets e Pedri giocano insieme a una
chiacchierata con qualsiasi allenatore del mondo. Preferisco guardare Rodri,
Bernardo Silva e De Bruyne generare superiorità da soli grazie alla loro
inesauribile qualità piuttosto che parlare con gli allenatori. Mi affascina molto di
più un passaggio di Modric o un dribbling di Coman che ascoltare qualcuno che
parla di un concetto. In tempi in cui il prestigio dell’allenatore è dominante,
preferisco continuare a credere che il calcio appartenga a chi lo gioca.
Che mi dice di Lillo? Contestato da molti e ammirato da tanti altri.
Tra noi c’è una grande amicizia. Chiunque abbia avuto contatti con lui non può
dire di non essere rimasto sorpreso dalla sua capacità e dal suo enorme talento
nell’osservare e descrivere la realtà. Ricordo un giorno in cui stavamo parlando al
telefono e, dopo avermi spiegato per due ore come intendeva far giocare la sua
Almería contro il Barça di Guardiola, si è addormentato. Aveva persino analizzato
come pressare in base a dove Victor Valdés indirizzava il suo controllo. Lillo ha ispirato molti di quelli che oggi sono considerati grandi allenatori, questo la dice
lunga.
So che anche Seirul-lo è stato importante per lei.
Ogni tanto ho il bisogno di andare a visitarlo. Paco Seirul-lo è un crack che è
stato mal interpretato. Quello che ha sempre voluto dirci è che il talento è la
priorità. Ha indirizzato la nostra attenzione su ciò che è rilevante, ovvero la
capacità di interazione dei calciatori. Ma è successo che, per interesse, abbiamo
creduto che ci stesse parlando di metodi, concetti e tutto l’armamentario che oggi
predomina.
Che cosa intende con “per interesse”?
C’è un chiaro interesse da parte degli allenatori di oggi: voler far credere che ciò
che i giocatori fanno sia il prodotto di una metodologia specifica, creata da
qualcuno di esterno, in questo caso l’allenatore. Ma se la metodologia fosse la
causa, si starebbe impiegando troppo tempo per produrre un altro Iniesta, un
altro Messi o un altro Busquets.
Queste risposte mi portano a pensare a La Masia e al famoso DNA del
Barça.
Il vero merito de La Masía è lo stesso di tutti i club: selezionare coloro che sanno
giocare meglio. Da lì, la loro grandezza sta nel fatto che permettono loro di
allenarsi e giocare come sono, senza pretese di altro tipo. Questo è il vero merito.
Prima parlava di Pedri. L’ ho sentita dire che al Barça, se manca lui,
manca mezza squadra. Cosa intendeva dire?
Che questo tipo di giocatore è molto espansivo. La sua presenza migliora il resto
della squadra e la sua assenza rende difficile per gli altri trovare le condizioni adatte per mostrare il loro livello ottimale. Per questo i più bravi sono generosi,
perché permettono ai compagni di eccellere con quello che hanno.
Pensa che un Pedri possa essere scoperto dai big data?
I big data vengono venduti come qualcosa di trascendentale, che aiuterà a
scegliere meglio i giocatori da ingaggiare e a capire meglio le cose. Per ora vedo
ancora gli stessi risultati. Credo che il vero aiuto sia quello di avere una buona
osservazione di come è un giocatore e di come può rendere nel contesto che
stiamo creando. Preferisco l’intelligenza naturale a quella artificiale.
Parlando di Pedri, mi sono venute in mente alcune recenti
dichiarazioni di Kakà, in cui diceva che nel calcio fisico e tattico di
oggi, con le linee strette e alte, non sa in quale zona avrebbe potuto
giocare. Esiste davvero un calcio antico e uno moderno?
Il calcio è sempre lo stesso perché prevale sempre la realtà: giocatori bravi e
complementari. Il calcio continua a permettere a giocatori molto diversi di avere
successo. Il giocatore lento può essere buono o meno buono; il giocatore veloce,
lo stesso. L’importante è, ed è sempre stato, saper giocare.
Quindi Kakà giocherebbe oggi?
Kakà giocherebbe con un cappello in testa. Mentiamo così bene che abbiamo fatto
credere cose incredibili a quelli che sanno giocare meglio di tutti.
Lei è un filosofo o un romantico del calcio, come alcuni la accusano di
essere?
Non credo nemmeno che questo esista nel mondo degli allenatori. Amo i bravi
calciatori perché giocano bene lo sport che mi appassiona e rifuggo dai discorsi
tattici perché mi allontanano dall’essenziale. Mi piace ciò che è ben fatto e
dipende dal livello di chi lo fa. Mi piace vincere perché è il fine ultimo di ogni atto
agonistico. E comunque, più la stagione è di successo, più la mia famiglia vive
bene.




