Categoria: Interviste

ÓSCAR CANO

“A noi allenatori spaventa riconoscere che non siamo i protagonisti del gioco”

Scritto da Javi Roldán • 11 novembre 2023

Óscar Cano è allenatore da due decenni. Squadre storiche come Granada,
Salamanca o Badajoz sono passate per le sue mani. Con il Castellón è stato
promosso in seconda divisione. Ha pubblicato diversi libri sul calcio ed è
regolarmente relatore in corsi, master e congressi in Europa e in Sud America.
Allenatori importanti vengono in Spagna per incontrarsi con lui e parlare del
suo concetto di gioco e della sua metodologia. Ha tenuto corsi di formazione per
allenatori a La Masia. Anche per Benfica, Sporting e Milan.

La scorsa stagione, è stato responsabile del Deportivo de la Coruña. Fu esonerato
a due partite dal termine del campionato e con i play-off di promozione assicurati.
Senza di lui, la squadra non superò il primo turno. È stato allenatore della squadra
U-19 del Qatar quando Xavi giocava per l’Al Sadd. L’attuale allenatore del Barça
chiese di partecipare ai suoi allenamenti, diventando così praticamente parte
integrante dello staff tecnico. “A volte si allenava con i giocatori, era incredibile.
Non compiva gesti molto complessi, ma tutti i giocatori, quando Xavi interveniva,
giocavano meglio. Non ho mai visto nulla di simile da vicino”, ricorda Cano per
Jot Down Sport. Non gli è mai stata affidata una panchina in prima divisione.

Cosa è successo nel Depor?
Il Deportivo è una società con una storia importante con una tifoseria molto
numerosa e fedele che ha vissuto esperienze meravigliose. L’hanno visto vincere
il campionato, la Coppa di Spagna e raggiungere le semifinali di Champions
League. La situazione attuale del club, in termini di categoria in cui compete
(1aRFEF, terza divisione), è lontana da quei momenti indimenticabili. Questo
genera una fortissima pressione per tutti i professionisti che passano di lì. Ciò
significa che un pareggio è considerato insufficiente, che qualsiasi errore genera
una risonanza eccessiva. Se le esigenze del calcio di oggi sono smisurate ovunque,
immaginate come sono in un club delle dimensioni del Dépor. Così, quando
abbiamo perso la possibilità di diventare campioni, pur essendoci qualificati per
i play-off, hanno deciso di fare a meno di noi. Essere sottoposti a tali pressioni, in
fondo e nonostante tutto, ti rende migliore.

Lei ha raggiunto la promozione con il Castellón, qual è stata la chiave
di questo buon rendimento?

Sarebbe molto pretenzioso se cercassi di definire una chiave di lettura. Nel calcio
accadono un’infinità di cose che vanno al di là del nostro pensiero, che sono
casuali e che non erano nelle nostre intenzioni. Quello che vi dico è che, come
sempre, l’importante è stato riconoscere le qualità che c’erano nella squadra e
prendere decisioni sull’acquisto di giocatori che potessero far sì che quello che già
esisteva potesse esprimersi.

Nella sua risposta noto lo sguardo da allenatore. E mi viene in mente
che una volta lei ha detto, in difesa di Ancelotti: che siano benedetti
coloro che sanno schierare la formazione giusta.

Come allenatori, dobbiamo sapere che l’ottimizzazione delle prestazioni
individuali ha origine nella qualità delle interazioni. Ogni giocatore ha
determinate caratteristiche e la manifestazione di questo talento, in uno sport di
squadra, dipende dalle capacità del resto dei compagni. In altre parole: affinché
ogni giocatore possa esprimere il meglio di sé, ha bisogno di compagni che glielo
permettano, compagni che siano complementari a lui. Pertanto, l’abilità
principale di un allenatore sta nel trovare quell’armonia tra i giocatori che
compongono la squadra, individuando e proponendo quelle sinergie che
stimolano le capacità esistenti di ogni giocatore. In questo modo, quello che sa
fare Kroos è facilitato da Modric, mentre Vinicius e Rodrygo sanno ancora
fare quello che hanno fatto nelle stagioni precedenti, ma ora non lo mettono in
pratica allo stesso modo perché non c’è più Benzema, quindi la manifestazione
di queste qualità clamorose è limitata. Sono i giocatori a portare la conoscenza e
questa conoscenza è sempre aperta a nuove relazioni e complessità. C’è una
citazione di Ron Israel che riassume l’idea: “Ci sono parti di me che esistono
solo quando sono con te”.

Mi parli della disposizione tattica.
La tattica sono loro, i giocatori. L’obiettivo della tattica è proporre contesti in cui
trovare vantaggi rispetto all’avversario e quindi essere in grado di risolvere
efficacemente situazioni impreviste. I moduli di gioco sono solo numeri, un modo
povero di definire la tattica. Per esempio, ci sono molte squadre che giocano con
il 4-4-2 e nessuna di esse gioca allo stesso modo: Van Basten faceva lo stesso di
Virdis nel Milan di Sacchi? Latasa fa lo stesso di Williams? Uno viene, l’altro
va. Quando gli allenatori trovano armonia tra i giocatori, gli aspetti decisionali ed
esecutivi sono di qualità. Se le interazioni sono buone, tutto è garantito. Questa è
la tattica.

A proposito di Sacchi, Marcelino ha detto di essere un suo
ammiratore. Marcelino, come nel caso dell’italiano, utilizza
praticamente sempre il 4-4-2 lineare perché dice che è “il sistema che
richiede meno specificità nei giocatori e che permette gli
automatismi”. Penso anche a Bordalás.

Sacchi, Marcelino o Bordalás progettano le loro squadre per poter giocare in
questo modo. Per me, a volte gli sfugge la ricchezza che hanno nelle loro squadre
essendo deterministici. Credendo che esistano schemi regolari in uno sport open
skills con la sua natura incerta. Perché sentono il bisogno di preordinare e
credono che le cose accadano per questo motivo. In generale, questo bisogno di
assegnare cause deterministiche agli effetti è la grande malattia del nostro tempo.
La natura degli esseri viventi non si presta a essere compresa secondo paradigmi
semplicistici. È necessario concepire le relazioni e il gioco in termini di
movimento, flusso, cambiamento. Luis García Montero dice giustamente:
“Che ogni cosa sia al suo posto è il più grande disordine che si possa immaginare”.

Un allenatore può automatizzare le azioni delle sue squadre?
Si può automatizzare, ma si genererà una distorsione con il reale, con il naturale.
Non si può essere efficaci automatizzando le risposte in un contesto che è
essenzialmente incerto e altamente complesso. È innaturale. Inoltre, la meccanizzazione ci rende prevedibili, impoverisce qualcosa che è
intrinsecamente ricco. Credo che se partiamo da ciò che siamo, possiamo avere
strutture flessibili in grado di generare sicurezza senza impedire la spontaneità.
Il fatto è che le squadre dipendono dall’inganno, da ciò che le rende imprevedibili.

E lo stile di gioco? Oscar Cano si affida a uno stile in particolare che
vuole far adottare alle sue squadre?

Óscar Cano, come chiunque altro, ha delle preferenze, una sensibilità e un certo
attaccamento a qualcosa. Se è per questo, gli piacciono le squadre che giocano
nella metà campo avversaria, che cercano di dominare ordinandosi con la palla
(anche se tutte si ordinano con la palla, anche quando le sequenze di passaggio
non sono prolungate). Apprezza anche i difensori che sono in grado di generare
stabilità e ridurre lo stress dei compagni di squadra. Ma soprattutto non vuole
essere un ideologo, bensì un logico. La logica del calcio ci rivela che l’identità di
una squadra si basa sulle caratteristiche dei suoi giocatori; quindi, dobbiamo
partire dalle loro capacità, dai vari modi in cui possiamo essere competitivi
schierando quelli che si amalgamano meglio. È qui che sta tutto, nella ricerca di
connessioni di alta qualità, di modi coerenti di relazionarsi gli uni con gli altri.

Ha dovuto cambiare le sue preferenze in determinate squadre che ha
gestito?

Naturalmente, ho dovuto variare le mie intenzioni quando mi sono imbattuto in
giocatori che sapevano fare le cose in modo diverso da come le intendevo io. E
questo è terapeutico perché ti mostra la realtà, ti toglie l’ego e ti permette di
intervenire con maggior efficacia. Nell’UD Melilla, ad esempio, avevamo una
coppia di attaccanti tanto diversi quanto complementari, che avevano anche un
livello tecnico individuale decisivo rispetto la categoria (Seconda divisione B).
Quindi abbiamo adattato tutti gli interventi alle loro esigenze perché era il modo
migliore per competere. Più breve era la durata degli attacchi, maggiore era il pericolo che generavamo. Non rispettava i miei gusti, ma ha funzionato molto
bene, quindi mi sono divertito molto.

Nella conferenza stampa prima della partita di Champions League
contro lo Shaktar, Xavi ha insistito sul fatto che le assenze sono
risolvibili perché ciò che conta è il modello di gioco. È un modo per
distinguersi, qualcosa che piace molto al giorno d’oggi.

Diffido del termine “modello di gioco”, preferisco parlare di identità. L’identità è
ciò che siamo. Non so Xavi, ma l’unica cosa che voglio nelle mie squadre è che i
giocatori siano se stessi e che il gioco non assomigli a una coreografia imparata a
memoria. L’obiettivo di ogni allenatore dovrebbe essere quello di conseguire ciò
che si è in grado di fare insieme in modo efficace, comprendendo sempre che il
contesto cambierà costantemente. Non si tratta di essere riconoscibili, ma di
riconoscersi giocando.

Evita di fare riferimento al modello di gioco, eppure ha pubblicato due
libri intitolati “Il modello di gioco del FC Barcelona” (2009) e “Il
modello di gioco del Real Madrid con Mourinho” (2013).

Tutti noi abbiamo avuto una fase in cui abbiamo creduto che ciò che accadeva in
campo fosse il prodotto dell’applicazione di concetti. Ma la realtà è diversa e ha a
che fare con il fatto che, a prescindere dai moduli scelti, il denominatore comune
di tutte le grandi squadre della storia è la coincidenza di molti grandi giocatori
con la stessa maglia.

Quindi non ci sono concetti inalienabili nel il gioco del calcio?
La cosa peggiore che noi allenatori possiamo fare è credere che esista un unico
modo concreto e vincente di lavorare nel calcio. Non è così. Per concettualizzare,
dovrebbe essere un obbligo aspettare che siano i giocatori, con il loro gioco, a
definire le cose per noi. I concetti vengono definiti in base al comportamento dei
singoli giocatori. L’omogeneizzazione è un’illusione perché gli esseri umani sono
eterogenei.

E cos’è questo “capire il gioco”? Come se ci fossero dei manuali.
Il gioco ha una logica che è scritta nelle regole, ma non è nulla in sé. Il gioco
prende vita solo attraverso coloro che lo praticano. Ecco perché il modo di trattare
questa logica è sempre diverso, perché dipende da coloro che la manifestano. È
ovvio che c’è la circolazione del pallone, lo smarcamento, la marcatura e il
contrasto, ma non c’è un solo modo efficace per smarcarsi e neanche una formula
magica per contrastare il possessore di palla. Benzema, Mbappé o Halland
sono molto efficaci ma ognuno di loro esegue le sue giocate in base alla propria
motricità. Le possibilità di movimento, la genetica di ciascuno è ciò che determina
il modo in cui si può realizzare ogni cosa. Questo dovrebbe farci capire che la
priorità è conoscere i giocatori.

Conoscere il calcio significa essenzialmente conoscere i giocatori?
È un’ovvietà che spaventa noi allenatori perché ci mette di fronte alla realtà. Da
qui l’attuale sforzo, che sfiora il nerdismo, di parlare del gioco ignorando il
giocatore. Abbiamo fatto credere al mondo che siamo noi allenatori a rendere
possibile il successo. Così, quando arrivano i risultati negativi, siamo sotto i
riflettori.

Non era così anche quando ha iniziato ad allenare?
No. In passato si considerava quasi esclusivamente ciò che accadeva in campo.
Oggi le partite si presentano attraverso il confronto delle idee degli allenatori.
Non si parla più di City contro Liverpool o Arsenal, ma di Pep contro Klopp o
Arteta. Sembra che le possibilità di vittoria passino attraverso le lavagne, attraverso i piani partita. Le partite sembrano essere giocate dagli allenatori, che
però in campo non possono entrare. Tutto è distorto, deformato e lontano dalla
realtà.

Perché si è arrivati a questo?
Perché noi allenatori abbiamo il terrore di confrontarci con la dura realtà, con i
fatti. Ci spaventa sapere o riconoscere che non siamo noi i protagonisti in un
ambiente così mediatico come il calcio professionistico. Quindi si ricorre a
un’analisi interessata, che genera notizie che servono alla nostra narrazione. La
colpa non è solo degli allenatori, ma di tutti coloro che sono coinvolti, ma noi la
alimentiamo perché ci sentiamo molto a nostro agio in quella bolla.

In relazione a questo “nerdismo” che lei sottolinea, mi vengono in
mente gli analisti e i twittatori, me compreso. Una partita non si vince,
come si dice di solito, perché l’allenatore ha messo un giocatore due
metri avanti o a destra?

Tutte queste decisioni tecniche hanno un impatto, ovviamente. Modificare gli
spazi di intervento cambia le cose, ma non avviene in modo geometrico o
geografico, piuttosto il cambiamento nella partita si ottiene perché si altera la rete
di relazioni, con i giocatori che iniziano ad avvicinarsi di più ad altri o ad
allontanarsi da quelli che erano vicini a loro. È qui che risiede il vero
cambiamento, nella dimensione sociale, non in un altro tipo di analisi.

Queste analisi danno l’impressione che si guardi al calcio da un punto
di vista esclusivamente posizionale. A questo proposito, lei ha scritto
anche “Il gioco di posizione nel Barcellona”(2012).

Il gioco di posizione è solo una maniera di definire un modo di giocare. Per me è
marketing.

Marketing?
La realtà di questo modo di giocare ha a che fare con il raggruppare un gran
numero di giocatori in grado di mantenere il possesso della palla e di disequilibrare l’avversario in diversi modi. Quasi tutti i giocatori della squadra del Barça allenata da Guardiola, ad esempio, avevano una straordinaria capacità di giocare con la palla. E Messi ha permesso che quasi tutto finisse per provocare un gol. Questa è la realtà ultima di quella squadra: tanti buoni giocatori che interagiscono. È questo che rende il tutto ordinato. Ma il marketing voleva dirci che si trattava di occupare spazi specifici o di ricevere la palla con una gamba specifica. E nella nostra ossessione di dare un nome alle cose, abbiamo finito per chiamarlo gioco di posizione.

Quindi il Barça di Guardiola non è concettualmente diverso dal
Madrid di Zidane o di Ancelotti?

Certo, giocano in modo diverso. Fanno cose diverse perché i giocatori sono
diversi. E si può essere altrettanto bravi facendo cose diverse.

A tal proposito, un giorno intervistai un calciatore arrivato al Barça,
che era stato inserito come ala. Mi disse che nelle sue squadre
precedenti non gli era mai stato detto di rimanere in posizione finché
non gli fosse arrivata la palla. Questo sembra indicare che si tratta di
un modo specifico di procedere.

Se gli è stato detto di rimanere aperto, è solo perché il suo talento principale era
la capacità di saltare l’avversario. Questa è la chiave. Alcuni allenatori sono più
interventisti di altri. Ancelotti lo è meno di Guardiola, per esempio. Ma alla fine
dipendono tutti dalla stessa cosa.

Cosa pensa che intendesse Henry quando ha detto che con Guardiola
ha reimparato a giocare a 30 anni?

Che lo ha aiutato a scoprire il proprio talento che era rimasto sopito. Il buon
allenatore è quello che ti spinge a guardare dentro di te.

È questa la vera virtù di Guardiola?
Pep lascia un’eredità meravigliosa, ma non si tratta del gioco di posizione o dei
titoli. Si tratta di costruire squadre che dominano, che controllano, nelle quali
nessuno gioca a qualcosa che non è. Non ha cercato di far assomigliare i
centrocampisti del Bayern o del City a Xavi o Iniesta, ma ha modificato la
squadra per trovare le giuste relazioni per ottenere il dominio che desidera senza
sminuire ciò che ogni giocatore è. E quando questo è diventato impossibile, non
ha esitato ad andare sul mercato per sostituire alcuni giocatori con altri.

Ma il difensore Stones è ora un centrocampista che distribuisce il
gioco, cosa che a prima vista lo snatura.

Cancelo e Lahm hanno giocato da interni, mentre Abidal no. Se chiede a
Stones di farlo, sarà perché Stones sa come farlo. In ogni caso, preferirei
utilizzare un centrocampista piuttosto che fare questo tipo di cambiamento.

A proposito di Ancelotti e Guardiola, Óscar Cano ha avuto un maestro
nei suoi esordi in panchina?

I maestri non esistono al di fuori del campo di gioco. I geni sono solo quelli che
giocano. Ho avuto, e ho tuttora, molte persone intorno a me dalle quali ho
imparato e che sono state fondamentali per alimentare le mie curiosità: parlare
con Raúl Caneda è sempre un arricchimento e Lillo è stata la persona che mi
ha trasmesso di più. Ho imparato anche da Cruyff e dal Barça di Guardiola. Ma
soprattutto sono cresciuto ammirando chi gioca. Sono loro i veri ispiratori.
Preferisco una partita in cui Busquets e Pedri giocano insieme a una
chiacchierata con qualsiasi allenatore del mondo. Preferisco guardare Rodri,
Bernardo Silva e De Bruyne generare superiorità da soli grazie alla loro
inesauribile qualità piuttosto che parlare con gli allenatori. Mi affascina molto di
più un passaggio di Modric o un dribbling di Coman che ascoltare qualcuno che
parla di un concetto. In tempi in cui il prestigio dell’allenatore è dominante,
preferisco continuare a credere che il calcio appartenga a chi lo gioca.

Che mi dice di Lillo? Contestato da molti e ammirato da tanti altri.
Tra noi c’è una grande amicizia. Chiunque abbia avuto contatti con lui non può
dire di non essere rimasto sorpreso dalla sua capacità e dal suo enorme talento
nell’osservare e descrivere la realtà. Ricordo un giorno in cui stavamo parlando al
telefono e, dopo avermi spiegato per due ore come intendeva far giocare la sua
Almería contro il Barça di Guardiola, si è addormentato. Aveva persino analizzato
come pressare in base a dove Victor Valdés indirizzava il suo controllo. Lillo ha ispirato molti di quelli che oggi sono considerati grandi allenatori, questo la dice
lunga.

So che anche Seirul-lo è stato importante per lei.
Ogni tanto ho il bisogno di andare a visitarlo. Paco Seirul-lo è un crack che è
stato mal interpretato. Quello che ha sempre voluto dirci è che il talento è la
priorità. Ha indirizzato la nostra attenzione su ciò che è rilevante, ovvero la
capacità di interazione dei calciatori. Ma è successo che, per interesse, abbiamo
creduto che ci stesse parlando di metodi, concetti e tutto l’armamentario che oggi
predomina.

Che cosa intende con “per interesse”?
C’è un chiaro interesse da parte degli allenatori di oggi: voler far credere che ciò
che i giocatori fanno sia il prodotto di una metodologia specifica, creata da
qualcuno di esterno, in questo caso l’allenatore. Ma se la metodologia fosse la
causa, si starebbe impiegando troppo tempo per produrre un altro Iniesta, un
altro Messi o un altro Busquets.

Queste risposte mi portano a pensare a La Masia e al famoso DNA del
Barça.

Il vero merito de La Masía è lo stesso di tutti i club: selezionare coloro che sanno
giocare meglio. Da lì, la loro grandezza sta nel fatto che permettono loro di
allenarsi e giocare come sono, senza pretese di altro tipo. Questo è il vero merito.

Prima parlava di Pedri. L’ ho sentita dire che al Barça, se manca lui,
manca mezza squadra. Cosa intendeva dire?

Che questo tipo di giocatore è molto espansivo. La sua presenza migliora il resto
della squadra e la sua assenza rende difficile per gli altri trovare le condizioni adatte per mostrare il loro livello ottimale. Per questo i più bravi sono generosi,
perché permettono ai compagni di eccellere con quello che hanno.

Pensa che un Pedri possa essere scoperto dai big data?
I big data vengono venduti come qualcosa di trascendentale, che aiuterà a
scegliere meglio i giocatori da ingaggiare e a capire meglio le cose. Per ora vedo
ancora gli stessi risultati. Credo che il vero aiuto sia quello di avere una buona
osservazione di come è un giocatore e di come può rendere nel contesto che
stiamo creando. Preferisco l’intelligenza naturale a quella artificiale.

Parlando di Pedri, mi sono venute in mente alcune recenti
dichiarazioni di Kakà, in cui diceva che nel calcio fisico e tattico di
oggi, con le linee strette e alte, non sa in quale zona avrebbe potuto
giocare. Esiste davvero un calcio antico e uno moderno?

Il calcio è sempre lo stesso perché prevale sempre la realtà: giocatori bravi e
complementari. Il calcio continua a permettere a giocatori molto diversi di avere
successo. Il giocatore lento può essere buono o meno buono; il giocatore veloce,
lo stesso. L’importante è, ed è sempre stato, saper giocare.

Quindi Kakà giocherebbe oggi?
Kakà giocherebbe con un cappello in testa. Mentiamo così bene che abbiamo fatto
credere cose incredibili a quelli che sanno giocare meglio di tutti.

Lei è un filosofo o un romantico del calcio, come alcuni la accusano di
essere?

Non credo nemmeno che questo esista nel mondo degli allenatori. Amo i bravi
calciatori perché giocano bene lo sport che mi appassiona e rifuggo dai discorsi
tattici perché mi allontanano dall’essenziale. Mi piace ciò che è ben fatto e
dipende dal livello di chi lo fa. Mi piace vincere perché è il fine ultimo di ogni atto
agonistico. E comunque, più la stagione è di successo, più la mia famiglia vive
bene.


IVAN JAVORČIĆ

  • Allenatore UEFA PRO
  • Allenatore Pro Patria – Serie C

Cosa è il calcio per te?

Per me il calcio è fondamentalmente un gioco. Il calcio d’altro lato è una cosa verso quale ho un approccio molto serio, ma per essere serio deve rimanere un gioco, altrimenti perde la sua essenza. C’è una correlazione tra due concetti.

Cosa non ti piace del calcio di oggi?

La sua industrializzazione. È diventato un prodotto, prodotto da vendere al meglio, quindi è attento alle domande di mercato, alla proposta che deve essere fatta per le tv, per tutti questi aspetti si va verso la spettacolarizzazione del gioco. Oggi per giocare bene e poter vendere il tuo prodotto devi essere più veloce possibile. Per me non è detto che maggior velocità comporta il miglior gioco. Il calcio per essere giocato bene ha bisogno dei suoi tempi e ritmi, il calcio va pensato, è un gioco di inganno, e sa vai troppo veloce rischi di non pensarci o di dimenticarti della palla.

Il tuo modo di fare calcio segue una metodologia specifica?

È un pensiero in costante evoluzione, visto il percorso che ho seguito, in futuro potrei ancora cambiare tanti punti di vista, che magari oggi considero giusti, per modo di dire.
Comunque, studio e mi aggiorno molto, cerco di capire quali sono i modi migliori per allenare la propria idea di gioco e di migliorare giocatori. Ci sono due concetti chiave, lo standard di prestazione e il modello di gioco. Standard vuol dire una serie di regole e comportamenti che bisogna avere quotidianamente. Il modello di gioco invece, sono una serie di principi di tattica che formano uno stile di gioco, in quattro fasi. Questi due concetti sono al centro del mio metodo.

Si parla molto di valorizzare i giovani talenti, cosa significa per te?

Per me significa dare i giusti strumenti in mano ai giovani calciatori-persone per poter migliorare e diventare migliori uomini-calciatori.
Ci sono strumenti dal punto di vista tecnico-tattico e fisico-atletico, poi anche dal punto di vista cognitivo-emotivo.
Ma c’è anche il lato della cultura, etica sportiva oltre al dovere di insegnare ai ragazzi la disciplina, l’impegno. I ragazzi vanno educati e in questo percorso di educazione la parola chiave è impegno.
Poi i ragazzi hanno bisogno di un altro strumento importante, è la possibilità di sbagliare, per fare questo hanno bisogno di fiducia, di tempo, bisogna saperli aspettare.

1vs1 analitico o situazionale?

C’è bisogno di tutte due, almeno all’inizio. Bisogna partire dalla base, saper insegnare e spiegare marcamento o smarcamento, in seguito duello, molto difficile invece insegnare il dribbling, è un gesto personale, intimo, intuitivo. Non si insegna, è una serie di vissuti ed esperienze che un giovane calciatore vive nel suo percorso di crescita. Bisogna metterlo in contesto di provare, e li arriviamo al situazionale che diventa fondamentale per far in modo che il calciatore realmente apprenda queste capacità.

Sogni nel cassetto?

Mi piace migliorare i ragazzi, renderli migliori mi da un senso di pienezza e soddisfazione, vorrei sempre avere questa possibilità. Ma sono anche molto competitivo per natura. Competitivo per volermi migliorare sempre, e poi dal punto di vista sportivo, nella gara, nella competizione. Mi piace competere, penso sempre di poter vincere le partite che gioco, ma bisogna saper accettare anche la sconfitta, è fondamentale nel percorso per poter diventare migliori.

Grazie Mister! Buon Calcio!

ALEX FRUSTACI

  • Sports Performance Trainer
  • Founder BullsWorkOut®

Cosa non ti piace del Calcio di oggi?

Non mi piacciono i cori dei tifosi posti a denigrare o infangare gli avversari. Amo gli sfottò ma non capisco che gusto ci sia a insultare una squadra o un giocatore. Questo non è sport, non è divertente.

Ci sono degli allenatori che hanno contributo in modo particolare alla tua formazione?

Si. Davide Nicola. Con lui ho iniziato a confrontarmi su tematiche qualitative e quantitative che mi hanno portato spesso a “scontri” produttivi con lui. È un allenatore che ti fa appassionare e ti dà spunti per riflettere.

Le società Professionistiche non dovrebbero fare Attività di Base, così da permettere ai bambini di crescere vicino a casa. Cosa ne pensi?

Ne parlavo un mese fa con Gasperini quando sono andato a visitare il centro di allenamento dell’Atalanta. Lui giustamente diceva che prima di tutto, i ragazzi si devono divertire e concordavo ricordando che ai nostri tempi, prima di ogni strategia sul campo c’erano ore di mischietta e tedesca. Quella è l’attività di base che forse dovremmo riprendere.

Segui professionisti e dilettanti di varie discipline sportive?

Sono il preparatore di Duncan (Fiorentina) e di Scardina (boxe) oltre che di altri 30 calciatori sparsi per l’Italia e che da poco ho riunito nel progetto SOCCER TRAINING CLUB dove, a causa di questa situazione, ci troviamo a lavorare in gruppo online tutti i giorni alle 15:30

Il tuo lavoro è mai andato in contrasto con quello dei preparatori delle società calcistiche dove giocano i tuoi assistiti?

Assolutamente no. Io sono a supporto dei preparatori e il mio ruolo è quello di consegnargli un atleta con meno possibilità di infortunarsi e più performante. Conosco tantissimi preparatori tra serie A e B e con alcuni ho proprio rapporti di amicizia con Alimonta (Benevento di Inzaghi) e Stoppino (Genoa)

Sogni nel cassetto?

Non ho mai avuto grandi sogni nel cassetto, se devo dirne uno ora… spero che finisca tutto presto. Sono stufo, come tutti, di stare a casa. Ho bisogno di urlare contro i miei atleti e di portarli al miglior risultato possibile… online non è la stessa cosa.

Grazie e Buon Calcio!⚽

LUIGI FEBBRARI

  • Preparatore Atletico Professionista
  • Fondatore A.I.P.A.C.
  • Preparatore Atletico Albania – Nazionale

Tornano gli allenamenti collettivi: intervista all’ex preparatore del Napoli Luigi Febbrari

Sarà un momento per ritrovarsi“. Le parole dell’ex preparatore atletico azzurro ora all’Albania con Edy Reja

L’autorizzazione concessa dal governo per gli allenamenti collettivi, a partire da lunedì 18 maggio, rappresenta un significativo passo in avanti nel percorso che, sempre rispettando i necessari protocolli di sicurezza, potrebbe portare, in poco meno di un mese, alla ripresa del campionato di serie A. Del passaggio dalle sedute individuali a quelle collettive, del lavoro atletico-tattico e di quello propedeutico alla ricerca delle giuste motivazioni dopo la lunga interruzione per l’emergenza sanitaria abbiamo parlato con il professor Luigi Febbrari. L’attuale preparatore tecnico della nazionale albanese, rappresentativa in cui ha ritrovato Edy Reja con il quale aveva già condiviso l’esperienza alle pendici del Vesuvio, plaude alla decisione della Fifa di portare a cinque il numero delle sostituzioni soffermandosi poi sui tempi di recupero tra una stagione e la successiva. Conclusione dedicata alla valutazione del percorso degli azzurri e al ricordo affettuoso degli anni vissuti nel club partenopeo.

L’autorizzazione del governo concede il via libera agli allenamenti in gruppo da lunedì. Cosa significa per i calciatori il passaggio dalle sedute individuali a quelle che prevedono il contatto sia con i compagni che con il pallone?

Costituisce la condizione ottimale affinché l’allenamento sia finalizzato per tutti coloro che praticano un gioco di squadra di contatto. Riprendono i concetti che caratterizzano il gioco utilizzando i mezzi specifici che non hanno potuto esercitare per i noti motivi della quarantena. Non ci sarà alcuna preoccupazione per quanto riguarda il contatto inteso come fase agonistica, anzi penso che sia un momento piacevole per ritrovarsi ed allenarsi insieme l’uno per l’altro, magari per ritrovare una sana forma di competizione che fa parte del contesto da troppo tempo sopito. Ciò che mi preoccupa è il dover rispettare le linee guida indicate dalle autorità politiche e sportive. Risulterà molto complicato rispettare normative che possano garantire l’incolumità dal virus. Qualora non fosse sufficiente potremmo assistere ad una chiusura ad allenamenti in corso. Non mi vorrei trovare in questo momento nei panni dei medici e dei presidenti delle società.

Nonostante la quasi totalità degli atleti abbia svolto programmi quotidiani per il mantenimento della forma atletica sembra quasi lecito affermare che si riparte da zero. Quali sono gli aspetto su cui un preparatore atletico deve concentrare maggiormente i suoi sforzi in questo periodo?

Gli allenamenti che hanno sostenuto in condizioni ambientali inadeguate non hanno sicuramente offerto degli standard allenanti per il calcio. Vengono a mancare quegli stimoli che sollecitano i fattori d’esecuzione cioè le componenti tecnico-tattiche–fisiche e coordinative che sono inscindibili per loro natura ed integrate. I più fortunati che hanno potuto allenarsi in un giardino sicuramente troveranno piccoli vantaggi in quanto una parte della componente coordinativa è stata in qualche modo esercitata usando l’attrezzo per eccellenza “la palla“ ma non basta! Innanzitutto il preparatore dovrà avere la garanzia che si possa lavorare su giocatori integri, dato che sarà scrupolosamente certificato da referti medici dopo adeguate visite e test di laboratorio. Questo comporta comunque un approccio agli allenamenti col metodo della gradualità e della progressione dei carichi. Per modulare al meglio gli allenamenti penso che si debba fare riferimento ai carichi rilevati nelle ultime sessioni prima della sospensione del campionato facendo riferimento ai database e procedendo in percentuale per la strutturazione degli stessi secondo le intenzioni dello staff.

Se pensiamo ad una possibile ripresa del campionato è corretto indicare in quattro settimane il periodo di allenamento necessario a ritrovare la condizione ideale e a rifinire i meccanismi di gioco?

Se come si dice ci sono quattro settimane di allenamento prima dell’inizio del campionato è una buona periodizzazione. Permane il dubbio di conoscere quali residui abbia lasciato la pausa di due mesi. Sicuramente ci sarà una traccia ma secondo me si dovrà viaggiare alla giornata monitorando a fine allenamento i carichi di lavoro confrontandoli con i database degli ultimi allenamenti dall’interruzione del campionato miscelando i numeri con l’esperienza ed il buon senso.

Quanto la concreta possibilità di giocare ogni tre giorni può aumentare il rischio infortuni, soprattutto di natura muscolare?

Tutti gli addetti ai lavori sanno che la fatica ha un’incidenza fatale sugli infortuni soprattutto di natura muscolare. È un argomento molto delicato ed oggetto di opinioni contrastanti che fino ad ora non hanno dato evidenze scientifiche. Stiamo sperimentando una periodizzazione atipica che non ci consente di avere punti di riferimento in merito. Esistono comunque mezzi di controllo a breve e medio termine delle sedute di allenamento. Più semplice il rientro dopo la fine del campionato dove nella pausa i calciatori hanno seguito allenamenti programmati. In questo caso, se riusciremo a finire il campionato, avremo altri dati, forse interessanti, per capire alcuni aspetti nella prestazione del calciatore che non conosciamo.

Se ipotizziamo la fine dell’attuale annata a metà agosto quale sarebbe poi il necessario arco temporale di pausa da concedere ai calciatori per favorire il recupero delle energie sia mentali che fisiche prima di mettersi al lavoro per la nuova?

Viaggiamo a fari spenti. Nel campionato regolare hanno giocato nove mesi consecutivi per poi recuperare più di un mese prima dell’inizio della preparazione al torneo successivo. Ora hanno fatto una pausa forzata di due mesi in allenamento ed un periodo di carico inusuale in ambiente ad alte temperature che probabilmente non aiutano a raggiungere un’adeguata termoregolazione con conseguenze sulla prestazione. Provo a pensare a tre settimane di recupero ma senza poter contare sul conforto di dati di riferimento derivanti da esperienze analoghe.

Come giudica la novità introdotta dalla Fifa di poter effettuare fino a cinque sostituzioni in questo delicato periodo?

Le cinque sostituzioni a partita sono un provvedimento da sottoscrivere in toto. La possibilità di far muovere un numero così cospicuo di giocatori ha la doppia funzione di non portare i calciatori in overreaching e ridurre così i rischi da infortunio.

Dopo un avvio di stagione molto complicato il Napoli si era rimesso in carreggiata prima dello stop per l’emergenza sanitaria. Quanto può risultare difficile ritrovare le giuste motivazioni dopo un periodo di pausa di oltre tre mesi?

Purtroppo sarà un problema di tutte le squadre ritrovare gli equilibri lasciati due mesi fa. Si sentiranno più penalizzate le squadre che si sono fermate dopo un buon periodo di forma (come il Napoli per esempio) perché’ perdere ritmi e meccanismi di gioco fluidi e ripristinarli dopo tanto tempo non è garantito. Chi al contrario viveva un momento negativo potrà aspirare ad una nuova e più proficua ripresa.

Come valuta il lavoro svolto fin qui da Gattuso sulla panchina azzurra?

Per esprimere dei giudizi sul rendimento di una squadra bisogna affidarsi inesorabilmente ai numeri, con i se e con i ma non si scrive la storia. Gattuso presenta dei numeri che avvalorano il suo lavoro e non è preventivabile, per chi vive fuori dallo spogliatoio, sapere se potrà migliorarli. Naturalmente io auspico che questo avvenga per il forte rapporto affettivo che ho con la squadra.

Quali sono i ricordi più belli dell’esperienza vissuta a Napoli?

Parlare del Napoli e di Napoli è sempre un momento di grande nostalgia. Gli amici ed i posti che ho frequentato per più di quattro anni, ricchi di emozioni di ogni sorta, con compagni di viaggio straordinari, hanno lasciato un segno indelebile. Ricordo per tutti una persona speciale, mister Reja, perché’ ha tracciato un solco negli affetti dei napoletani, che tuttora gli riconoscono dei meriti sportivi indiscutibili, oltre che di uomo vero al quale ti leghi con affetto indissolubile. Abbiamo vinto, qualche volta abbiamo perso, in un lampo siamo usciti dal limbo delle categorie non consone al Napoli, ci siamo trovati proiettati in serie A ed in Europa. Quando ci penso ancora oggi i brividi che provo mi fanno capire cosa abbiamo realizzato. Non riuscivamo ad uscire dall’aeroporto col pullman per la folla che ci applaudiva con il tipico stile napoletano che ti entra dentro e ti fa capire con gesti di affetto incontenibili quanto sia forte il sentimento di essere tifosi napoletani, un marchio che segna un popolo. Quando torno a Napoli è come tornare a casa, ritrovo vecchi amici (e sono tanti) che non mi fanno mancare l’affetto e la stima che ricambio per un’amicizia autentica.

(Fonte NAPOLITODAY)

PAOLO MIGLIORATI

  • Allenatore UEFA B
  • Responsabile Attività di Base ASD Brescia Academy

Da anni nel calcio giovanile viene utilizzata la parola “Progetto”, che significato date all’Academy?

Non è tanto la parola progetto che deve avere un significato, infatti il significato è chiaro a tutti, sono i risvolti che il progetto deve avere. Noi siamo convinti che i punti cardine del progetto debbano avere degli sviluppi, in poche parole fare quello che si dice piuttosto che fare proclami mettere sul piatto dieci cose e non farle. E’ chiaro poi che noi in questi due anni tutto quello che ci eravamo prefissi l’abbiamo fatto forse anche di più.

Quali sono le colonne portanti su cui si costituisce il vostro “Progetto”?

Il recupero del territorio, la Brescianità, il senso di appartenenza.
Per quanto riguarda il recupero del territorio stiamo pian piano arrivando recuperandone sempre fette maggiori, attraverso anche il lavoro di formazione fatto nelle società affiliate e nelle relazioni che si stanno instaurando tra noi e le società affiliate in termini di partite amichevole tra le nostre squadre e le loro, cercando di instaurare sempre nuove amicizie tra noi, anche con le non affiliate.
La Brescianità, cerchiamo di selezionare per le nostre formazioni bambini che provengono dalla nostra provincia, essendo una delle più popolose della penisola, basta saper vedere e far cresce nel modo giusto i bambini bresciani che sarebbe più che sufficiente… Teniamo presente che la provincia di Brescia è sempre stata una provincia ricca di talenti, la cosa che dobbiamo fare noi è quella di far trovare ai bambini e alle famiglie un ambiente sano sia dal punto di vista educativo che da quello dell’insegnamento calcistico. Dico sempre che una famiglia se trova a 5 km una società professionistica che lavora bene, perché se ne deve andare a 100 km facendo fare al proprio figlio 800 km alla settimana. Ci sono ancora nostre realtà in provincia che preferiscono avere rapporti con realtà professionistiche di altre città. L’unica arma che abbiamo è quella di lavorare sempre meglio per convincere anche gli ultimi scettici.

Con l’Academy si può parlare di ripartenza del movimento giovanile bresciano?

Noi tutti speriamo che l’Academy faccia da traino per far ripartire l’intero movimento. Noi sappiamo di dover compiere il primo passo verso le realtà dilettantistiche, perché sappiamo che senza il loro fondamentale apporto non è possibile creare al nostro interno squadre competitive. Quindi faremo di tutto per andare incontro a quelle società che dimostreranno interesse per il nostro progetto. Faremo di tutto per migliorare e far ricredere quelli che non credono. A tal proposito abbiamo in serbo alcune novità per cercare di far ripartire il movimento, il nostro responsabile Christian Botturi appena lo riterrà opportuno svelerà.

In termini pratici come è strutturata l’Accademy?

L’Academy è un contenitore all’interno del quale confluiscono le squadre selezione dell’attività di base del Brescia, dalla squadra 2008 alla squadra 2012, la scuola calcio che abbiamo aperto in settembre a San Paolo presso il centro sportivo “Azeglio Vicini”, e il progetto “Noi siamo il Brescia”, che cura sotto l’aspetto organizzativo la parte dei centri di formazione e delle affiliate, all’interno dei quali facciamo delle serate formative, sia nostre, cioè con i nostri tecnici, sia con tecnici di altre società che vengono a farci conoscere il loro punto di vista. Poi è chiaro che noi abbiamo il nostro e andiamo avanti con quello.
All’interno dell’Academy abbiamo anche un gruppo di scout che nei weekend vanno sui vari campi a visionare giocatori.

Il vostro modo di fare Calcio segue una metodologia specifica?

Come in tutte le società anche nella nostra esiste una metodologia che non si prefigge di inventare nulla di nuovo ma solo di far crescere singolarmente ogni singolo giocatore. Si danno degli obbiettivi precisi e delle tracce su come perseguirli, poi all’interno del perimetro di gioco si lascia al singolo allenatore e alla sua creatività la stesura di esercizi funzionali agli obiettivi, perché noi pensiamo di avere al nostro interno allenatori capaci, quindi come un allenatore non deve tarpare le ali ad un talento che gioca, neanche un responsabile non deve tarpare le ali ad un mister. Stimoliamo i mister a scrivere esercitazioni loro, cioè senza copiarle da internet, una volta dato l’obiettivo ed a prendere qualcosa anche dai vecchi maestri di calcio, poiché a mio parere, anche lì c’è tanto da imparare. Le migliorie si fanno man mano, si impara tanto dai ragazzi vedendoli crescere e man mano che crescono l’allenatore deve alzare l’asticella ed è lì che cresce anche lui. Facciamo una riunione ogni dieci giorni e siccome io sono sempre sul campo verifico il lavoro che viene svolto portando le correzioni del caso, magari studiando insieme ai mister qualche novità funzionale alla crescita del bambino. È chiaro che la nostra metodologia debba essere acquisita anche dalle società affiliate in modo da lavorare più in sinergia ad avere bambini più pronti alle nostre esigenze ma soprattutto alle esigenze del calcio moderno.

Come possono aiutarvi le società affiliate?

Le società affiliate oltre a farci vedere a coltivare ed a tenere in osservazione i bambini più promettenti, dovrebbero essere in grado di aiutarci a poter dare una seconda chance a quei ragazzi che per noi non sono ancora pronti e che accogliendoli nei loro ranghi, grazie al lavoro dei mister ed all’inserimento in un altro contesto riescano a maturare rendendosi conto dei propri mezzi, migliorare e magari tornare a far parte delle nostre squadre.

Allenare per principi, quali ritenete fondamentali?

I principi su cui si dovrebbe lavorare sono sempre gli stessi. Ci tengo a dire che ogni allenatore deve impostare la gara per far la partita e non speculare sugli errori altrui sia che affronti una squadra più attrezzata sia quella meno, e qualsiasi sia la piega che prenda la partita sia che il risultato sia in equilibrio sia che la squadra sia in vantaggio che sia in svantaggio senza mai abbassare la guardia questo fa sì che il bambino resti sempre concentrato. I bambini sanno che il risultato è importante ma che deve essere ottenuto giocando usando i principi che il mister spiega in settimana, non esiste vincere ad ogni costo. Un motto che mi sta a cuore è “la palla è importante saperla dare ma è molto importante saperla tenere”, se le sai tenere poi la sai dare al momento giusto.
Quante volte sentiamo il mister dire “non ti sei orientato bene con il corpo” ma siamo sicuri che è il ricevente che non si è orientato bene o è il trasmittente che per ansia o per paura di perdere la palla se ne è voluto liberare prima del tempo e ha messo in difficoltà il compagno…?

Quante volte vediamo un bambino condurre per attrarre e per paura dell’avversario scaricare la palla molto prima di quando avrebbe dovuto…
Quante volte vediamo un bambino davanti alla porta per poter fare gol, scegliere di dare la palla ad un compagno dicendo che era messo meglio di lui e che invece l’ha solo ed esclusivamente fatto per paura di segnare e per scaricare la responsabilità…
Saperla tenere vuol dire saperla condurre, sapere tenerla coperta, sapere difenderla, saper dribblare. Poi è normale bisogna saperla trasmettere e saperla calciare.
Per saperla tenere ci vuole: A abilità tecniche che noi sviluppiamo in situazione più o meno complicate a secondo dell’obiettivo che ci prefiggiamo, perché pensiamo che sia la situazione e l’intensità che faccia migliorare il bambino; B personalità che certamente fa parte del DNA, per qualcuno è già evidente, per qualcun’altro bisogna saperlo far uscire. Per noi per esempio l’uno contro uno non è una videocassetta da vendere ma una situazione che stimoliamo sempre in ogni zona del campo sia in attacco che in difesa. In poche parole anche il nostro difensore centrale viene stimolato a condurre ed uscire palla al piede, saltare l’avversario e creare superiorità numerica, paradossalmente anche il portiere se non trova soluzioni deve essere pronto a dribblare.

Come si può far crescere caratterialmente un giocatore?

Dando meno aiuti possibili in campo. Ad esempio il portiere trasmette al difensore, per far sì che questi si orienti in modo corretto deve sapere che non deve più poter contare sul passaggio di ritorno al portiere quindi il giocatore è obbligato ad orientarsi in modo corretto pena la perdita della palla, naturalmente non si deve crocifiggere il difensore che perde il possesso ma bisogna saper aspettare che egli impari ad orientarsi anche seguendo gli insegnamenti del mister, se vogliamo che il centrocampista sappia vedersi alle spalle prima di ricevere, dobbiamo non volere che chi gli trasmette la palla dica “solo” o “uomo” perché il ricevente deve essere in grado di capire da solo se si può girare o meno. Le parole “sovra, appoggio, sostegno” da noi non vengono incentivate, bisogna andare sovra in appoggio ed a sostegno. A noi non è che non piaccia fare i possessi palla per andare alla conclusione, anzi il possesso palla prolungato stimola la pazienza, altra dote importante, però per arrivare ad un possesso di squadre bisogna passare per un possesso singolo.

Si parla molto di valorizzare i giovani talenti, cosa significa per voi?

La valorizzazione dei talenti ha sempre rivestito una parte importante per una società di calcio e diventerà ancora più importante per motivi contingenti che tutti sappiamo. Il talento non è solo chi sa fare gol o solo quello che fa il passaggio smarcante e chi salta 5 uomini e va in porta, ma talento è anche il centrocampista che fa cambi gioco di 40 metri, il giocatore velocissimo, il centrocampista che sa tenere la palla, quello che sa dettare i tempi, il difensore che non fa toccare palla all’attaccante, il portiere bravo. Importante che abbia una dote spiccatissima e le altre discrete su cui poter lavorare.
Bisogna lavorare su giocatori di prospettiva che non sono ancora pronti ma che si pensa lo possano diventare con il tempo, questi bisogna farli giocare almeno quanto gli altri, il talento non va lasciato perennemente in panchina va fatto giocare a costo di perdere qualche partita. Come non si deve commettere l’errore di sottovalutare il precoce e dire “ormai è già arrivato, più di così non fa”, perché il precoce se gestito bene può dare molte soddisfazioni. Importante non coccolare il talento, lui per trasformarsi in calciatore vero deve capire che nessuno gli regala nulla e l’autostima deve cercarsela sul campo a suon di prestazioni brillanti. Il talento bisogna ricercarlo anche nei mister che devono avere il talento di riconoscere i giocatori di talento, anche loro non vanno coccolati, l’attestato di stima l’avranno alla fine dell’anno quando verranno confermati in panchina. Faccio mio un motto dei nostri padri “i figli si accarezzano solo quando dormono”.

Tre o più caratteristiche che ritenete fondamentali per un Allenatore di Settore Giovanile dell’Attività di Base?

Le caratteristiche principali sono la capacità relazionarsi con dei bambini sia dal punto di vista educativo che da quello psicologico, avere delle competenze per la categoria che andranno ad allenare, saper trasmetterle, non dare nulla per scontato, accettare i consigli del responsabile ma nello stesso tempo non fare i soldatini e proporre le proprie idee e sostenerle se si pensa che possano essere utili, non pensare di essere già arrivati, ma soprattutto devono essere in grado di sacrificare la propria crescita personale a favore di quella del bambino.

Grazie Mister! Buon Calcio!

ERNESTO NANI

  • Allenatore UEFA B
  • Responsabile Tecnico Lamine Almenno Calcio
  • Ideatore Metodo VARF-MET C+VxS

Cosa è il calcio per lei?
Rispondere e discutere questa domanda per molti potrebbe essere scontata… la risposta, In realtà nasconde l’essenza della vita, i sogni… gli obiettivi, mette a nudo chi sei, senza possibilità di barare, ti fa divertire, cosi come ti fa preoccupare… innervosire.
In sostanza per me il calcio è Vita!!!

Cosa non le piace del calcio oggi?
Il calcio oggi non è più, purtroppo solo sport e divertimento, oggi il calcio a tutti i livelli si basa sul raggiungimento di un obiettivo che nel sogno è la popolarità, il businnes, il protagonismo esagerato ed anche nei ragazzini vedo la ricerca dell’emulazione del grande campione. Dietro a questi atteggiamenti sicuramente la poca educazione… i falsi obiettivi… la realizzazione spostata sui ragazzi, delle ambizioni dei genitori ed adulti in genere. Ovviamente non tutto è così, ma la tendenza specie per chi possiede qualità specifiche di un certo rilievo, questo atteggiamento lo riscontro sempre più.

Ci sono degli allenatori che hanno contribuito in modo particolare alla sua formazione?
Chi si propone come educatore, preparatore ed allenatore deve essere per i suoi allievi un maestro di vita, di educazione e di sport!!! Va da se che ognuno di queste figure lascia nei vari passaggi di crescita un segno che sarà più consistente e forte in base alle capacità del Mister che ricopre un ruolo fondamentale e insostituibile per la crescita globale del giovane. Le esperienze vissute da giovane le porterai sempre nel bene e nel male per tutta la vita. Personalmente ho avuto allenatori che mi hanno veramente aiutato nella crescita sia umana che sportiva, e se devo fare un nome, in particolare il mister che mi ha insegnato tantissimo è stato Mister Bonaldi che quando finita la mia carriera da calciatore a 32 anni e mi sono presentato nel settore giovanile dell’Atalanta guidato all’epoca dal grande Pierluigi Pizzaballa, ha saputo farmi letteralmente innamorare di questa missione per aiutare ed accompagnare la crescita dei giovani calciatori. Ho imparato molto nei 10 anni che ho trascorso in quel di Zingonia. Quando poi è mancato il Presidente Achille Bortolotti il mio percorso all’Atalanta è terminato, e il Sig. Clerici Roberto che non ha bisogno di presentazioni, mi ha subito inserito nel settore giovanile del Brescia Calcio dove ho passato 16 anni bellissimi e che ricordo sempre con commozione. Da Roberto Clerici ho imparato molto, lui era avanti vent’anni come tipologia di preparazione.

Il suo modo di fare calcio segue una metodologia specifica?
Quando intraprendi la carriera di allenatore, oltre ai corsi federali, immancabilmente guardi gli allenatori vincenti e cerchi di carpirne i segreti. Questa voglia mi ha sempre accompagnato, fino a quando una decina di anni fa ho deciso di creare seguendo il mio intuito, l’esperienza acquisita in tanti anni, un metodo di lavoro che si differenziasse, che uscisse dal solito tram tram e soprattutto dal seguire le varie mode. Fare ora una lezione o discussione sulla mia metodologia sarebbe forse noioso, e soprattutto ci vorrebbe parecchio tempo per spiegare la mia nuova filosofia calcistica. Dico solo che ho racchiuso in una formula tutto il mio nuovo metodo di lavoro.
VARF-MET C+VxS By Ernesto Nani è un anacronismo dove ‘V’ sta per Velocità, ‘A’ per abilità tecniche, ‘R’ per Resistenza alla velocità, ‘F’ per forza, ‘M’ per morfologia, ‘E’ per elevazione, ‘T’ per tattica, ‘C’ per carattere + ‘V’ volontà x ‘S’ sogno.
Per seguire questa metodologia che principalmente è basata sull’allenamento globalizzato ho brevettato una serie di attrezzi che aiutano e servono proprio per questo scopo. Ho proposto più di 200 esercitazioni veramente aggiornate per lo sviluppo e la preparazione fisico-tecnica-posturale e coordinativa.

Tre o più caratteristiche che ritiene fondamentali per un allenatore di prima squadra?
L’allenatore di prima squadra deve Vincere!!! Creare un rapporto con i propri giocatori che sia sano, vero, di amicizia corretta!!! Deve cercare di sfruttare al massimo le caratteristiche dei suoi giocatori in funzione del proprio credo calcistico. Questo sarebbe il massimo, ma se non fosse possibile per evidenti carenze, allora deve adattarsi a quello che ha a disposizione cercando sempre il meglio per la squadra.

Tre o più caratteristiche che ritiene fondamentali per un allenatore di Settore Giovanile Attività Agonistica?
In questa categoria che conosco molto bene, l’obiettivo principale è perfezionare e specializzare nei ruoli tutto il lavoro fatto nell’attività di base. Cercare di seguire una metodologia di allenamento che porti ad unificare i metodi e sistemi di gioco delle formazioni più avanti di categoria non perdendo ovviamente le proprie caratteristiche. Età molto difficile da gestire, proprio per la trasformazione fisica mentale e di carattere. Cercare di aiutare i ragazzi nella loro trasformazione seguendoli quasi personalmente, entrare nelle loro esigenze in punta di piedi, ma esserci. Questo atteggiamento premia sempre e si ripercuoterà di ritorno con il massimo della disponibilità e quindi sulle buone prestazioni.

Tre o più caratteristiche che ritiene fondamentali per un allenatore di Settore Giovanile Attività di Base?
Compito delicatissimo, i migliori allenatori educatori devono essere quelli che seminano la piantina e giornalmente la curano per farla crescere bene sana e rigogliosa. Chi è preposto in questa missione deve essere una persona seria, preparata con una grande umanità ed una accennata predisposizione per una buona corretta e gentile appropriata comunicazione.

Si parla molto di valorizzare i giovani talenti, cosa significa per lei?
Quando hai la fortuna di avere in squadra un giovane talento, devi cercare di condizionarlo il meno possibile, devi lasciarlo esprimere ed assecondarlo. Diversamente non sarebbe un talento!! Dopo di che lavori su di lui sulle poche ma significanti mancanze che possono essere di comportamento (normalmente, e quasi sempre) ed aiutarlo a riempire quelle capacità che non sono in linea con le sue caratteristiche .Ho AVUTO LA FORTUNA DI ALLENARE TANTISSIMI TALENTI, tra Atalanta e Brescia ne sono arrivati tanti anche in Nazionale. Non ho mai condizionato il loro fare, anzi li mettevo in condizione di aiutare e dimostrare ai loro compagni le proprie magie!!!!

Allenare per principi, quali ritiene fondamentali?
Allenare i principi… qui ci vorrebbe una settimana, diciamo che a parte i principi tattici per l’attacco… il centrocampo… cosi come la difesa sono vangelo calcistico. Possono essere differenziati dal normale in funzione del sistema e del modulo che il mister propone. Fondamentale l’unità del gruppo e dare valore alle loro intuizioni e liberare l’estro dei particolari giocatori che propongono e si assumono responsabilità. Io non reputo dei robot i miei giocatori e li lascio esprimere liberamente ovviamente cercando di seguire i principi che come dicevo sono la guida per un buon funzionamento di base di tutta la squadra.

Analitico o situazionale?
Sono stato in varie parti del mondo in tutti i continenti tranne l’Australia, proprio per imparare, per confrontarmi e capire come lavorano e preparano le varie scuole calcistiche. La preparazione ANALITICA è direttamente comparata con la SITUAZIONALE. Credo che i due metodi di preparazione siano uno attaccato all’altro. Dicevo prima che alleno ormai da parecchi anni in modo globalizzato quindi le due cose si fondono, se non altro perché nella gara, nella partita vera sono e fanno parte essenziale della prestazione.

Oggi giorno si lavora molto in situazione, credi che sia dovuto anche al fatto che ci siano pochi allenatori in grado di insegnare tecnica dimostrandola?
Se così fosse l’allenatore in questione non deve e non può ritenersi tale!!! La scuola federale Italiana è veramente tra le più esigenti per questi argomenti dimostrativi e non transige sull’incapacità di insegnare la tecnica calcistica e saperla dimostrare.

1vs1 lavoro analitico o situazionale?
L’idea di questa esercitazione è principalmente analitica nella sua essenza fin quando il posizionamento la postura e l’intervento sulla palla avviene con limitato movimento, ma quando si incomincia a rincorrersi e quindi a fare del gran movimento allora diventa situazionale. Quindi è un lavoro analitico e situazionale.

Si può parlare di ritmo nel calcio?
Il calcio è fondato sul ritmo!! Più o meno veloce ma senza il ritmo non ci sarebbe movimento non ci sarebbe la differenza e soprattutto non si potrebbero vedere ripartenze… giochi in velocità ed estrosità. Il ritmo è la base di tutte le azioni.

Le società professionistiche non dovrebbero fare attività di base, così da permettere ai bambini di crescere vicino a casa. Cosa ne pensa?
Se le scuole calcio e attività di base fossero controllate e facessero su indicazione di professionisti le preparazioni utili adatte ed aggiornate, allora si potrebbe ipotizzare una soluzione così. Ma sono in condizione le nostre scuole di base a sostenere una responsabilità cosi essenziale per la giusta e corretta crescita dei giovani calciatori in modo corretto ed efficace? Purtroppo nella mia esperienza devo dire che sono troppo poche le società che investono sugli educatori allenatori dell’attività di base. Quindi la mia risposta è una conseguenza.

Sogni nel cassetto?
Ho una carriera lunga e dignitosa fatta essenzialmente nelle società professionistiche, oggi mi trovo ad essere responsabile tecnico della società Bergamasca del Lemine Almenno Calcio, devo seguire 18 squadre, ho un gran bel da fare, ma sono soddisfatto e riportandomi alla prima domanda che mi hai posto, la risposta è che il calcio è la mia vita!!! E visto che desidero vivere ancora molto, i miei sogni sono sempre ad illuminarmi le notti. E si sa che i sogni non hanno e non si pongono limiti.

Grazie Mister! Buon Calcio!

ANDREA CINELLI

  • Allenatore UEFA B
  • Coordiantore Tecnico ADC Mario Rigamonti
  • Allenatore U15 Regionale ADC Mario Rigamonti

Cos’è il calcio per te?
Un meraviglioso pretesto per condividere emozioni, legami, valori. Una rappresentazione della vita mediata dal gioco. Un’occasione unica di contribuire alla formazione dei ragazzi. Questo e molto altro che è difficile da definire.

Cosa non ti piace del calcio di oggi?
Nel calcio dei grandi non mi piace l’ossessione per l’immagine e l’apparenza. I giocatori che fanno i fashion blogger, più attenti alla propria capigliatura o all’ultimo tatuaggio che a rappresentare i valori dello sport. Rimpiango l’austerità e la semplicità dei grandi giocatori degli anni ‘70-‘80, che ai miei occhi appaiono con quell’immagine rigorosa e genuina degli eroi del mito. Scirea, Crujff, i calzettoni abbassati, le maglie coi colori sociali che rimanevano sempre gli stessi (al massimo compariva la seconda maglia), la Coppa dei Campioni, la Coppa Uefa e la Coppa delle Coppe. Non sono invece nostalgico delle vecchie regole e ho accolto con favore la VAR.
Se invece parliamo di calcio giovanile, non mi piace il modo con cui si trasmette ai ragazzi uno stile di vita poco disponibile al sacrificio e al senso del collettivo, propenso alla comodità e alla facilità, con una visione individualistica molto spinta e la ricerca a tutti i costi del risultato (inteso soprattutto come individuale).

Il tuo modo di fare calcio segue una metodologia specifica?
Non so se si può definire specifica. Cerco di trasmettere dei principi e di dare spirito d’intraprendenza ai ragazzi. Devono essere loro i protagonisti, mentre molti allenatori purtroppo credono che il faro debba essere puntato su se stessi e che il proprio compito sia controllare tutto. Mi piace usare una metafora musicale: noi non dobbiamo scrivere lo spartito ed esigere che i ragazzi lo seguano nota per nota, dobbiamo invece insegnare loro a suonare bene il proprio strumento, trasmettere un’idea di come vogliamo che sia la nostra musica e fare in modo di suonare insieme ascoltandoci. Un calcio jazz!

Tre o più caratteristiche che ritieni fondamentali per un allenatore del settore giovanile?
Conoscere bene gli aspetti tecnici e tattici del calcio e i principi metodologici. Conoscere bene le caratteristiche e le necessità (fisiche, cognitive e psicologico-emotive) della fascia d’età che si allena. Saper comunicare e avere carisma (anche se spesso si sottovalutano gli stili personali della comunicazione e il personale carisma che può avere un allenatore, e si tende a omologarsi a modelli troppo spettacolari e non spontanei).
Aggiungo: non voler vincere a tutti i costi e non voler essere il protagonista. Noi lavoriamo per quello che saranno i nostri ragazzi in futuro. I frutti non dobbiamo volerli cogliere noi.

Si parla molto di valorizzare i giovani talenti, cosa significa per te?
Innanzitutto individuarli. Poi custodirli. Molti vengono lasciati andare perché non sono precoci fisicamente. Questo è un grave problema del nostro calcio giovanile. È fondamentale creare un ambiente adatto per far fiorire il talento. Sono convinto che, se invece di affidarli a un procuratore, ai nostri talenti facessimo pulire le scarpe dei giocatori della prima squadra, ne arriverebbero di più. Se a 15 anni (ma in alcuni casi anche molto prima) ti fanno sentire come un campione già affermato, ti hanno già condannato al fallimento.

Allenare per principi. Quali ritieni fondamentali?
Principi di atteggiamento generale: giocare con personalità e coraggio. Principi tattici: si parte dal duello, la base del calcio giovanile. Poi mantenere il possesso cercando di dare più soluzioni efficaci al portatore. Se si può andare in avanti bisogna andare in avanti. Ma evitare il più possibile di buttare via la palla o di lanciarla in avanti a caso. La qualità dello smarcamento, del primo tocco e del passaggio fa la differenza.
Ritengo però che questi principi (che hanno un obiettivo formativo) debbano poi essere adattati alla situazione specifica del proprio gruppo.

Oggigiorno si lavora molto in situazione. Credi che sia dovuto anche al fatto che ci siano pochi allenatori in grado di insegnare tecnica dimostrandola?
Ogni attività che s’impara ha fasi analitiche e fasi in situazione. Non vedo una contrapposizione tra le due, ma un’interazione. È chiaro che un giocoliere non potrebbe giocare in serie A, pur avendo un’abilità straordinaria nel controllo palla. Il gesto tecnico deve calarsi in una situazione che è la caratteristica del gioco. La tecnica è cambiata in funzione anche della maggior velocità e intensità. D’altra parte, se non ho un buon livello di tecnica, non posso adottare risposte efficaci al mio gioco. È il motivo per cui guardare una partita di serie A è molto più piacevole che vederne una di terza categoria.
Non so se la preponderanza del lavoro in situazione sia dovuto all’incapacità dimostrativa degli allenatori. La fase imitativa dell’acquisizione della tecnica può essere fatta osservando i filmati dei grandi giocatori, non necessariamente solo il proprio allenatore. Io non ho mai visto i miei allenatori staccare e colpire di testa, eppure ero piuttosto abile nel gioco aereo. Poi, però, bisogna provarla sul proprio corpo ed elaborare una propria tecnica. Un tempo lo si faceva in modo molto proficuo giocando per ore in strada. Questa palestra al giorno d’oggi è difficilmente replicabile. In compenso abbiamo allenatori più preparati nel gestire l’equilibrio tra il lavoro analitico e quello situazionale. Consiglierei di pianificare gli interventi analitici in base ai riscontri del situazionale e non partire con un analitico a priori.

1c1. Lavoro analitico o situazionale?
L’1c1, che come ho detto prima considero la base del calcio e soprattutto di quello giovanile, richiede una forte integrazione tra l’aspetto analitico e quello situazionale. È un lavoro molto specifico che riguarda sia la fase offensiva che quella difensiva. La cura della parte difensiva dell’1c1 secondo me è solitamente trascurata e svalutata a favore di quella offensiva. Invece la parte più analitica riguarda proprio il difendente, a cominciare dagli appoggi, dallo stile di corsa, dalla postura, dal posizionamento e così via per diversi altri aspetti fondamentali.
Non dimentichiamoci che l’1c1 ha anche dei risvolti psicologici ed emotivi molto importanti per la costruzione dell’autostima e della sicurezza nel giovane giocatore.

Le società professionistiche dovrebbero o no fare attività di base?
Provengo da un’esperienza piuttosto lunga nel settore giovanile del Brescia. Su questo argomento ho cambiato parere nel corso degli anni. Ritengo che le società professionistiche dovrebbero iniziare l’attività non prima dei giovanissimi, soprattutto al giorno d’oggi, nel quale molte realtà non professionistiche vantano strutture, organizzazione e tecnici non inferiori a quelle pro. Questo permetterebbe ai bambini di restare vicino a casa e soprattutto di non essere gravati già a 8-10 anni di responsabilità troppo pesanti, o di maglie che soddisfano più le ambizioni dei genitori. Piuttosto dovrebbe esserci un ampliamento del progetto dei centri federali per le categorie dell’attività di base. Però i centri federali dovrebbero essere itineranti e non legati alle sedi di alcune società (professionistiche o meno). La trovo una grande incongruenza dei centri federali odierni. Inoltre la federazione dovrebbe togliere le limitazioni agli accessi alla formazione. Tutti dovrebbero avere diritto alla formazione in entrata, per poi invece essere più severi e selezionare in uscita. Inoltre dovrebbero esserci delle figure preposte al controllo dell’attività degli allenatori dei settori giovanili, figure non equivoche e unanimemente riconosciute (penso ad esempio a gente come Viscidi). Invece attualmente c’è molta incongruenza. Si richiede il patentino, ma per ottenerlo non bisogna dimostrare di saper allenare, bensì il requisito fondamentale è la carriera da giocatore. Così mediocri ex giocatori sono diventati pessimi allenatori di settore giovanile. Non si controlla la qualità, ma il “pezzo di carta”. È un sistema che punta a mantenere certi interessi che non hanno nulla a che vedere con la qualità degli allenatori. Ma nel frattempo s’impedisce a giovani che potrebbero essere ottimi istruttori e allenatori di formarsi.

La soddisfazione più grande da allenatore?
Potrei dire vedere quattro giocatori che ho allenato scendere in campo in Brescia-Inter, ma sinceramente non sarebbe la verità. Ovviamente sono molto contento per loro, ma personalmente mi ha dato più soddisfazione vedere che diversi miei ex giocatori hanno deciso d’intraprendere la carriera di istruttore nell’attività di base della mia società. Significa aver lasciato un segno e, soprattutto, significa che sono persone con determinati valori. Stiamo facendo un corso interno per poterli formare, e vedere attorno al tavolo a prendere appunti e a seguire le lezioni i miei ex giocatori mi rende molto fiero.

Una considerazione sul periodo che stiamo affrontando?
Una sfida da vincere con senso di responsabilità e di sacrificio. Dobbiamo riscoprire molte cose che davamo per scontate o che trascuravamo. Personalmente mi mancano molto gli allenamenti, le partite, la vita in società e soprattutto i miei ragazzi. Le classifiche, le vittorie, i trofei sbiadiscono; ciò che assume grande valore è il poter ricominciare a stare insieme. E quanto sarà bello farlo? Quanto sarà straordinario il momento in cui saliremo l’ultimo gradino per entrare nuovamente e finalmente in campo?

Grazie Mister! Buon Calcio!

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