- Allenatore UEFA B
- Allenatore Calcio Ghedi – Eccellenza
L’ALLENATORE COME 12ESIMO UOMO IN CAMPO
Ad
ogni allenatore che si rispetti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di
porsi questa domanda dopo il fatidico triplice fischio finale: “Avrei potuto
fare di più? Ho fatto tutto il possibile?”
Domande del tutto legittime, che spesso insorgono dopo un risultato o una prestazione negativa, perché spesso dopo una vittoria non si va alla ricerca dei propri errori, abbagliati dall’euforia del bottino pieno, si abbandona la strada del miglioramento per prendere quella dell’esaltazione. Questa credo sia una delle più distorte convinzioni dell’allenatore.
Questo si verifica nel mondo dilettantistico, mondo in cui gli strumenti per analizzare una partita sono molto limitati. I più fortunati, e direi anche i più organizzati, registrano la gara e possono riguardare il filmato studiando le situazioni che si sono verificate, ottenendo informazioni importanti.
Il mondo dei professionisti viaggia naturalmente in un’altra dimensione fatta di match analysis, gps, staff numerosi e molto qualificati, cura maniacale dei dettagli ed una predisposizione maggiore da parte dei giocatori, che sono necessariamente molto preparati dal punto di vista tattico, ma necessitano comunque di essere stimolati sotto il profilo dell’attenzione e della motivazione.
Nonostante questo resto convinto che tatticamente ciò che non si allena si perde, dalla Serie A alla Terza categoria. Migliorare la tattica significa agire sulle capacità decisionali, e nessun giocatore di nessun livello può esimersi da questo allenamento se vuole sviluppare una buona performance.
Allora in che modo un allenatore può incidere nei 90 minuti, sapendo comunque che non sarà lui a scendere in campo, considerando che i giocatori non si possono imbrigliare in tatticismi esagerati? Il calcio non è la Playstation e noi non abbiamo in mano un joypad.
Affrontiamo il contesto dilettantistico, dove un allenatore ha a disposizione 2-3 allenamenti settimanali, approcciando giocatori che vengono al campo dopo una lunga giornata di lavoro e a cui non si può privare la componente ludica durante gli allenamenti.
Considerate queste importanti premesse, ritengo sia assolutamente possibile per un allenatore poter incidere durante i 90 minuti. Spesso questa possibilità è sotto i nostri occhi, ma non sappiamo o non riusciamo a coglierla. Proverò a spiegare nelle prossime righe in che modo, a mio avviso, possiamo agire.
Questa opportunità di incidere si costruisce durante la settimana, analizzando quante più situazioni di gioco possibili durante gli allenamenti e affidando ai giocatori riferimenti e compiti ben precisi. Pochi, ma precisi, cercando di convincerli a fare anche qualcosa di diverso rispetto a quello a cui sono abituati a fare, ma funzionale al nostro modo di vedere il calcio e soprattutto funzionale al bene della squadra. Se il giocatore non è convinto di quello che fa, difficilmente riusciremo ad ottenere un risultato apprezzabile.
Il nostro compito è entrare nella testa del calciatore. L’abbiamo convinto veramente? Attraverso il nostro lavoro abbiamo davvero inciso sulle sue scelte di gioco future? Il campo ce lo dirà. Senza mentire mai.
Naturalmente questo processo non dura una settimana, ma dura mesi, dal primo giorno di ritiro, dove dovremmo abbandonare l’idea di privilegiare l’aspetto fisico, rispetto a quello tattico e di organizzazione. Il calcio è un gioco, si gioca non si corre.
Una volta che la squadra ha sviluppato un piano tattico preciso e condiviso, ha interiorizzato situazioni di gioco, in modo tale da permettergli di andare in campo più preparata possibile, l’allenatore ha raggiunto uno dei principali obiettivi. Poi arriva la partita e si può continuare ad incidere.
L’aspetto di vitale importanza nel lavoro dell’allenatore nei 90 minuti è quello di prestare attenzione alle zone di campo dove non c’è il pallone. Lì si l’allenatore ha veramente la possibilità di incidere in maniera determinante, anche perchè nella zona della palla il giocatore ha una soglia di attenzione molto elevata nei confronti del gioco, ed è praticamente impossibile modificarne il comportamento. Bisogna rispettare l’autonomia del calciatore nella scelta di gioco. Il nostro lavoro in tal senso l’abbiamo già fatto in settimana, cercando di indirizzare ed organizzare le sue intenzioni attraverso la proposta del nostro modello di gioco.
Qui l’allenatore dovrà dare tutto se stesso, ad esempio richiamando i difensori alle marcature preventive in fase offensiva, preparando il posizionamento degli attaccanti in fase difensiva se si trova ormai compromessa la loro possibilità di contendere il pallone, e successivamente a richiamare tutte quelle situazioni di gioco che sono state precedentemente preparate e che magari un giocatore in uno stato di fatica, può perdere di vista, allora sì che noi allenatori possiamo diventare determinanti ed essere un vero e proprio 12esimo uomo in campo.
Questo comporta grande impegno e fatica, perché quando finiscono i 90 minuti spesso e volentieri si è anche più stanchi dei giocatori, ma secondo il mio punto di vista, se pretendiamo il 100% da loro, abbiamo il dovere di darlo noi per primi, durante tutti gli allenamenti, durante la preparazione alle partite, cercando di mettergli in mano più carte possibili da giocare, come la conoscenza dell’avversario. Dobbiamo “giocare” anche noi i 90 minuti come fossimo parte attiva della partita, perché in fondo lo siamo molto di più di quello che possiamo immaginare. Questo atteggiamento è molto più importante di un cambio di modulo o di una sostituzione che qualche volta ci possono aiutare a risolvere i problemi, ma non possono essere la regola per riuscire a risultare efficaci durante il match.
Questo è un approccio che permette di vivere la domenica sera in maniera “serena”, sia in caso di vittoria, che in caso di sconfitta, ma consapevoli di aver dato il 100%, senza rimpianti, se non sugli errori che sono stati commessi, ma quelli fanno parte della nostra natura, bisogna “solo” cercare di limitarne il numero.