
- Docente Metodologia Settore Tecnico
- Preparatore Atletico Rappresentative Nazionali LND





PILLOLE
L’anno 2020 volge al termine e la seconda ondata di contagi causati dal Covid-19 sembra stia scemando piano piano.
Per chi, come me, ha la fortuna di seguire un gruppo squadra di giovani calciatori in questo anno travagliato, ha avuto comunque la possibilità di sfruttare le sospensioni delle attività per seguire webinar on line, leggersi o rileggersi libri, confrontarsi con amici/colleghi su una delle tante piattaforme messe a disposizione.
Da ognuna di queste occasioni ho cercato di trarne un qualsiasi tipo di insegnamento, più o meno nuovo input, anche piccolo, che mi spingesse a curiosare e allargare sempre di più l’orizzonte delle mie conoscenze, in ottica di trasformarle in nuove competenze.
Piccoli spunti, pillole appunto, piccole dosi di metodologia e quant’altro. Assumere queste pillole non vi farà diventare “Il Migliore” allenatore – educatore ma potrebbe aumentare la vostra curiosità e le vostre competenze. Il calcio e le metodologie affini sono in continua evoluzione anche perché la Scienza fornisce costantemente nuove evidenze empiriche (“Il calcio non è una scienza, ma la scienza può migliorare il livello de calcio.” Bangsbo).
L’aggiornamento costante è fondamentale se si vuole fare bene qualcosa e fare del bene a qualcuno (giovani calciatori/calciatrici) perché per allenare servono esperienza, conoscenza, competenza didattica, relazionale e sapere come avviene l’apprendimento.
Il mio intento sarà quello di condividere, con chiunque dovesse leggere queste righe, aspetti che mi hanno colpito in questo anno così particolare. Premetto che le varie pillole non saranno prettamente proposte pratiche ma semplicemente dei punti di partenza dai quali potranno svilupparsi proposte funzionali per i nostri bambini/e e ragazzi/e; inoltre non sono per forza legate tra loro, così, per mettere le mani avanti…
PILLOLA 1: Assemblati o Integrati?
Concetti come quelli del dualismo mente e corpo (‘600, Cartesio, Res Cogitans e Res Extensa), dello stimolo condizionante e riflesso condizionato (inizi ‘900, Pavlov), applicati successivamente all’allenamento sportivo (“condizionare” la prestazione con gli allenamenti per avere un “riflesso” che si esprima con il rendimento superiore in gara), hanno tracciato la strada per le prime proposte di “Periodizzazione dell’allenamento” e “Forma sportiva” (metà ‘900). Fattore costante di questi modelli era quello di dividere la prestazione nelle sue parti elementari per allenarle singolarmente e poi assemblarle. Questo derivava da una convinzione errata; cioè che la motricità si manifestasse in una sola maniera e che nel cervello ci fosse “un luogo della memoria” (la ripetizione continua e senza variabili del gesto, per renderlo automatico, è la soluzione).
Fortunatamente negli ultimi decenni nuove visioni filosofiche, metodologiche e scientifiche dell’uomo/donna e quindi dell’atleta, hanno portato a considerare in modo diverso la persona (ad esempio l’Approccio Olistico, dal greco “olos”, tutto, intero). Da “assemblato” si è passati a considerare l’atleta “integrato”: esso non è il risultato della somma delle sue parti ma i singoli componenti operano in funzione del comportamento di tutti gli altri. Quindi imparo e agisco “unitariamente” (agisco per fare esperienza e grazie all’esperienza posso agire). Nella pratica da campo, ogni proposta dell’allenatore dovrebbe prevedere lo stimolo di tutte e 4 le componenti della prestazione di un calciatore: la tecnica (il gesto), la tattica (la scelta), la coordinazione/il condizionamento (la realizzazione e l’intensità del gesto) e l’emotività (intesa come la reazione di fronte a diverse situazioni).
PILLOLA 2: Percezione – Azione
La Neuroscienza contribuisce a fornire nuovi modelli per interpretare i comportamenti consci e non, influenzando diversi ambiti come la psicologia, la pedagogia e anche la metodologia dell’allenamento sportivo. Il nostro cervello attua per lo più funzioni inconsapevoli ed è egli stesso integrato con se stesso, con il corpo, con l’ambiente e quindi con il contesto. Studi inerenti al funzionamento del cervello, analizzano i processi mentali attraverso i quali gli stimoli vengono acquisiti dal sistema cognitivo, elaborati, memorizzati e recuperati.
Le informazioni provenienti dall’ambiente vengono acquisite e attivano circuiti neuronali in modo indipendente ed inconscio; cioè il cervello correla internamente gli organi deputati alla percezione e gli organi deputati al movimento (percezione – azione).
Ma come funziona il nostro encefalo all’arrivo di uno stimolo? Una volta che l’informazione ambientale o intenzione interna si presenta, in circa 50/60 ms vengono recepiti dal cervello “motorio”. Dopo altri 50/100 ms i nostri neuroni organizzano una risposta motoria inconsapevole (idonea o no) e dopo ulteriori 350 ms circa, si ha la consapevolezza da parte nostra e la successiva realizzazione: in circa 150 ms vi è la percezione – risposta inconsapevole. Possiamo ridurre questi 150 ms? Pare di no, ad oggi…
Quindi questo ci dice che l’agire è inconscio ed avviene sulla base di esperienze pregresse (se ho accumulato esperienze di allenamento lontane dalle situazioni reali della partita, sarò in grado di agire in modo efficace all’interno del gioco stesso? Probabilmente no …). Affinché ci sia apprendimento è necessario che ci sia l’accoppiamento “percezione – azione”, con stimoli chiave selezionati dall’ambiente per creare una risposta adeguata (il dribbling sarà funzionale allenarlo fronteggiando un conetto? Probabilmente no…). Se mancano questi stimoli chiave, c’è il rischio che l’apprendimento avvenga in modo rigido e standardizzato, quindi non funzionale.
Un recentissimo esperimento (inizi 2019 se non sbaglio) nel quale è stata utilizzata la risonanza magnetica sui soggetti sottoposti al test, ha dimostrato che il cervello è in grado di “scegliere” già 11/10” (secondi!) prima della nostra risposta cosciente. Le intenzioni dei soggetti erano intuibili dagli scienziati che seguivano l’esperimento, dall’andamento dell’attività cerebrale. Chiaramente il cervello non obbliga ma suggerisce la risposta e questa decisione si è visto essere influenzata dalle precedenti attività cerebrali. Ritorna il concetto di “esperienza”, la quale può essere definita apprendimento “in potenza” e vissuto “in atto” (non me ne voglia Aristotele).
PILLOLA 3: Neuroni Specchio
Questa classe di neuroni si sta facendo conoscere anche dagli allenatori di calcio, rappresentando un interessante spunto metodologico.
Nei primi anni ’90 l’equipe del professor Rizzolatti scoprì casualmente questi neuroni che presentano particolari caratteristiche, tra le quali:
• Si attivano quando faccio un’azione e quando vedo un’altra persona che compie la stessa azione (azione che devo già conoscere);
• Si attivano quando compio atti motori finalizzati e che rispondono alle forme degli oggetti (concetto di affordance);
• Movimenti simili ma con scopi diversi, attivano circuiti neuronali diversi (solo questa frase farebbe ripensare a come e cosa allenare …).
In poche parole questi aspetti comportano alcune riflessioni:
• Nel processo di apprendimento è importante quello che i ragazzi osservano e poi fanno, meno quello che ascoltano;
• Dall’agire di una persona, posso capirne le intenzioni (empatia, importantissima durante l’insegnamento);
• Durante il gioco posso intuire cosa farà il compagno o l’avversario (se però ho già vissuto l’esperienza che mi si propone; esperienza come apprendimento successivo);
• Il cervello riconosce solo ciò che conosce (importante per il transfert).
Il cervello, com’è intuibile, non memorizza soluzioni motorie ma risolve problemi grazie all’integrazione tra cervello, corpo, ambiente e contesto. Inoltre “organizza” la risposta in base alle esperienze precedenti e siccome le situazioni che mi si presentano nel gioco sono sempre diverse, le risposte stesse saranno sempre diverse… Ha senso standardizzare un gesto tecnico o una soluzione tattica fuori dal contesto di gioco?
PILLOLA 4: Ambiente/Contesto <->Giocatore<->Metodo (Allenatore)<->Ambiente/Contesto…
Il titolo di questa pillola, di per sé poco chiaro, ha l’obiettivo di sintetizzare un concetto più ampio e complesso.
La prima cosa da definire è che noi allenatori – educatori siamo il tramite tra il gioco e i giocatori, abbiamo il difficile compito di definire la cornice, il contesto entro il quale il giocatore possa muoversi e fare esperienza (di nuovo questa parola…) senza sentirsi diretto ma semplicemente indirizzato, orientato.
All’interno di questo contesto delimitato di situazioni simulate (importante dare riferimenti spaziali in modo che sia alleggerito il carico cognitivo che sarà utilizzato per altro) ma non definito a priori, il giocatore deve poter mettere in campo ciò che sa fare, giocando.
L’allenatore dovrebbe in seguito restituire le informazioni che riceve da ciò che emerge dai giocatori: è ciò che si realizzerà con il metodo (la via per giungere ad un determinato scopo e il punto di partenza è come e cosa fanno durante il gioco i giocatori). Il metodo deriva da chi gioca nel contesto preparato; deve essere osservato e utilizzato per migliorare le successive risposte.
Il movimento messo in atto emerge dalla relazione tra organismo e ambiente (la percezione guida l’azione) e si realizza in base al contesto. Come in un circolo continuo il gioco influenza il contesto e viceversa; all’interno di ciò il giocatore progredisce e auto – regola la risposta. L’allenatore deve essere colui che potenzia questo processo, deve mantenere vivo il sentimento di imparare, deve saper “emozionare”, motivando il giocatore (avvicinarlo alle sue effettive capacità, provocando esperienze di successo).
L’allenatore crea il contesto iniziale – il giocatore gioca e modifica l’ambiente con le proprie scelte – l’allenatore ridefinisce il contesto – il giocatore gioca e modifica l’ambiente con le proprie scelte – l’allenatore ridefinisce il contesto – …
PILLOLA 5: Relazione ed Emozioni
Con il rischio di essere poco romantico, un’emozione è definibile come una corrente neuroelettrica, la quale ha la capacità di lasciare “traccia” nella memoria. Noi siamo esseri “emozionali” e la ragione si limita ad accettare le nostre scelte (“macchine emotive che pensano”); infatti la nostra mente, come abbiamo visto, agisce in modo rapido anche se meno preciso. Questo accade perché prende in considerazione il peso emotivo che deriva dalle nostre precedenti esperienze.
Ad ogni attività cognitiva, come l’apprendimento, corrisponde un tracciato emozionale; questo significa che non c’è apprendimento senza emozioni. Queste infatti hanno un ruolo importante nel fissare l’apprendimento attraverso il circuito emozionale (l’attivazione emozionale favorisce la creazione di memorie durature).
Pensando all’apprendimento di un aspetto calcistico, più che la proposta è l’emozione, positiva o negativa, ad esso collegato che fissa l’insegnamento nel cervello dei bambini/e e ragazzi/e (l’importanza dei feedbacks sapientemente misurati risulterà rilevante).
Daniela Lucangeli, Professoressa Ordinaria in Psicologia dell’Educazione e dello Sviluppo presso l’università di Padova, nel libro “Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere” (che consiglio) spiega molto bene la relazione emozione – apprendimento. Se un bambino, a scuola così come all’allenamento, apprende sentendo la fiducia dell’educatore nelle proprie capacità, nella memoria metterà l’insegnamento e la fiducia; ogni volta che aprirà il “cassetto” della memoria, riprenderà il gesto (nel nostro caso) e l’emozione positiva (valida quanto un’auto incoraggiamento).
All’ opposto, se durante l’acquisizione di un nuovo concetto si sentirà sotto giudizio (“tanto non sono capace di imparare”) e sbaglierà l’esecuzione, oltre a fare un errore, vivrà uno stato di sofferenza che ha a che fare con il meccanismo dell’impotenza appresa (concetto spiegato successivamente nel libro). Ogni volta che il bambino/a aprirà il “cassetto” della memoria, andrà incontro al così detto Corto Circuito Emozionale: le informazioni cognitive legate al gesto, sono associate alle informazioni emozionali di paura e di inadeguatezza. Queste emozioni hanno tracciato nella memoria l’informazione: ”Questa situazione ti fa stare male, evitala!”.
Prendo pari, pari dal libro: ”Se gli errori che i bambini compiono a scuola causano dolore, perché accompagnati da emozioni sgradite, l’alert che si stabilisce nella loro memoria è “Scappa!”, non è “Affronta l’errore e modificalo. (…) Dunque un sistema di apprendimento basato sull’avere paura degli errori, dell’insegnate o della verifica produce un cortocircuito.”
Il continuo errare genera una sensazione di incapacità (“non ho controllo, non posso farci niente”), vergogna e senso di colpa (“l’allenatore non mi stima”), che a loro volta sono causa del blocco dell’apprendimento.
“Maneggiamo” con molta cura i giocatori che ci vengono affidati…
Pillola 5.1: l’Effetto Pigmalione (o Rosenthal)
O “profezia che si realizza”; Pigmalione è un personaggio del mito greco che si innamorò talmente tanto di una statua di Afrodite al punto di crederla vera.
Stati Uniti d’America, anni ’60, il ricercatore Rosenthal idea un esperimento psicosociale: fa eseguire un test di intelligenza in una scuola californiana e seleziona casualmente un numero ristretto di alunni (più o meno “intelligenti” secondo il test). Li affida agli insegnanti facendo credere a quest’ultimi che siano i bambini risultati i più dotati. A fine anno verifica che tutti questi alunni sono migliorati e sono tra i più bravi nelle loro classi; questo per l’influenza positiva che gli insegnanti hanno avuto su di loro.
Cosa ci dice questa esperienza ai fini dell’insegnamento/apprendimento:
• Se un insegnate (o allenatore) crede che un bambino sia meno dotato, lo tratterrà, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri;
• Il bambino interiorizza il giudizio e tenderà a comportarsi di conseguenza, come è trattato;
• Il bambino inconsciamente crede che il giudizio svaluterà ogni suo eventuale risultato;
• Se entro in un’etichetta, confermo ciò che magari non è vero nella realtà (le persone tendono a conformarsi all’immagine che altri individui hanno di loro);
• Non esistono persone incapaci ma persone nel posto sbagliato (Blanchard).
Pillola 6: Funzioni Attentive ed Esecutive
Il concetto di Funzione Esecutiva non è ancora chiarissimo, infatti se ne possono trovare diverse definizioni. Vengono per lo più specificate come processi cognitivi di controllo (cognitus, conoscere; processo di conoscenza come guida del comportamento); esse permettono l’adattamento in uno stato continuo di cambiamento (come lo è il gioco, ad esempio). Elaborano, coordinano ed integrano le informazioni ambientali e personali, al fine di produrre un comportamento adeguato allo scopo che ci si prefigge.
Sembra che si possano sviluppare e stimolare a partire dal primo anno di vita fino a ben dopo l’adolescenza (25 anni circa).
Ad oggi ne sono state descritte diverse e tra le più importanti si possono indicare:
• Attenzione: capacità attentiva su più stimoli contemporaneamente e attenzione prolungata sul compito per un sufficiente periodo di tempo. Filtra e coordina le informazioni in entrata e permette l’emissione di una risposta adeguata alla situazione (la più importante, molto probabilmente);
• Inibizione o controllo inibitorio: inibire, non considerare impulsi, anche emotivi, e info non importanti al fine di perseguire l’obiettivo prefissato. Permette di gestire l’emissione delle risposte motorie ed emotive in modo adeguato alla situazione, senza cadere in reazioni impulsive e fuori controllo (autocontrollo). Quindi capacità di focalizzare l’attenzione sui dati rilevanti ignorando i distruttori ed inibendo le risposte motorie ed emotive non adeguate. Es: frenare al comparire improvviso del semaforo giallo (inibizione risposte in corso); schiacciare il tasto dx se la freccia indica sx, dire “nero” se la carta è rossa e viceversa (inibizione risposte conflittuali);
• Memoria di lavoro: capacità di attivare e mantenere attivo a livello mentale il piano e l’area di lavoro, di avere un set di riferimento mentale sul quale operare. Serve per mantenere attive le informazioni per il breve tempo necessario alla loro elaborazione (quando si deve memorizzare un numero di telefono si tende a ripeterlo fino a quando non lo si è digitato, dopo di che lo si dimentica);
• Flessibilità cognitiva o di risposta: processi cognitivi che consentono di cambiare schema comportamentale in base ad un feedback ricevuto, cioè le informazioni provenienti dal contesto.
Leggendo queste definizioni ci si può rendere conto che questi aspetti cognitivi vengono già allenati, più o meno volontariamente. Il fatto che siano stai definiti, permette a noi educatori – allenatori di considerali in modo più consapevole. Allenare tali aspetti non solo ha risvolti positivi in ambito sportivo ma anche in tutti gli altri aspetti della vita di tutti i giorni.
Il calcio nello specifico, essendo uno sport di squadra e di invasione, necessita diverse competenze: motorie, tecniche, tattiche, psicologiche, emotive ma anche capacità di percezione, elaborazione e pianificazione specifica per le tante variabili che si presentano durante il gioco. Si presentano situazioni poco prevedibili e varie perché le modificazioni ambientali, precedentemente accennate, sono casuali e numerose. Il giocatore deve saper leggere i dati ambientali per leggere riconoscere ciò che sta accadendo e scegliere la risposta più efficace, in base alle esperienze precedentemente vissute.
La chiave di tutto è il gioco: se il bambino gioca, si diverte; se si diverte è attento; se si diverte ed è attento, apprende. E qui interviene nuovamente la Scienza: generando divertimento ed emozioni positive, aumenta il livello di dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore coinvolto nei processi cognitivi cerebrali. Questo neurotrasmettitore sarebbe sensibile ai cambiamenti della corteccia prefrontale dei bambini. In altre parole, influenza a livello cellulare i neuroni della corteccia prefrontale. Potenziando l’eccitazione degli strati più profondi, la dopamina stimola l’apprendimento e facilita la corretta regolazione dei processi cognitivi.
CONCLUDENDO, spero che quanto scritto possa stimolare curiosità ma anche correzioni e nuovi punti di vista. Il costante aggiornamento ragionato e ben direzionato, permette ad ogni educatore – allenatore di aumentare le proprie competenze (“Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”), avendo sempre come obiettivo una sola ed unica cosa: la sana educazione sportiva per i bambini/e e ragazzi/e che ci vengono affidati. Prima pensiamo a farne delle Persone e poi, se proprio, dei campioni.
Un grande ringraziamento per avermi dato l’occasione di esprimere temi a me cari.
Per qualsiasi confronto e nuovi spunti: pagoviola2@hotmail.it
Riferimenti:
neuroscienze e calcio;
allenamento integrato;
teoria dei sistemi dinamici complessi (Thelen & Smith);
Daniela Lucangeli (psicologa);
Nikolai Bernstein (neurofisiologo; approccio ecologico);
Luciano Faccioli (psicologo dello sviluppo, istruttore calcio uefa B; metodo So.S.E.F.);
Riccardo Capanna (preparatore atletico professionista).
AGONISMO PRECOCE……. Un bene o un male?
(Ragazzi dagli otto ai dieci anni che si avvicinano al calcio)
Con questo breve dibattito a distanza si vuole mettere a confronto pareri diversi in merito all’agonismo precoce.
Chi non è d’accordo dice!!!
Ci sono linee di pensiero di psicologi e pedagogisti che esprimono pareri dubitativi sull’opportunità di introdurre iniziative agonistiche precoci.
Riprodurre modelli prestativi degli adulti con le stesse regole: chi vince va avanti chi perde è eliminato.
Questo concetto umanistico dello sport prevede finalità adattate all’età ed al livello di sviluppo mentale e psicologico delle persone a cui sono rivolte.
Per partecipare ai mini tornei di calcio deve essere prevista una adeguata forma di preparazione di base per evitare che ci siano forme di agonismo gratuito poco produttivo per lo sviluppo educativo comportamentale degli alunni.
Vedendo l’iniziativa dall’aspetto pedagogico e precisamente dalla parte dei meno abili e magari psicologicamente più deboli, possono verificarsi disagi a livello emotivo con liti, insulti, pianti o gioie sfrenate che possono generare incontri scontri in una partita di calcio. Chi gestirà queste emozioni da un punto di vista educativo per far vivere ai bambini situazioni adatte alla loro età ed evitare l’insediarsi di concetti negativi come la sopraffazione degli avversari contro e con cui si gioca?
Lo stress da partita è un male che bisogna imparare da piccoli, per vivere con fede le sorti della propria squadra del cuore o è una realtà complessa che va affrontata e gestita con gradualità a partire da una età più matura?
Come si può trovare piacere nel gioco, che deve essere finalizzato al vivere bene con sé stessi e gli altri se l’attenzione è solo la vittoria?
Come possono liberarsi da condizionamenti culturali tipici della nostra società dei bambini di otto anni se nessuno gestisce l’analisi dei comportamenti attraverso il confronto democratico tra i partecipanti?
Gli operatori sportivi sono tenuti a dare una risposta a queste domande nel tentativo di seguire una linea comune rivolta ad evitare specializzazioni precoci attraverso il condizionamento operante fornito da premi e punizioni vittorie e sconfitte.
Da anni si parla di multilateralità, di giochi, di regole, di iniziative, multi finalizzate per o poste con mezzi adeguati all’età dei bambini.
Molti atleti che potevano essere talenti ed eventuali medaglie olimpiche, hanno abbandonato lo sport proprio a causa dello stress da vittoria che generava disturbi fisici e mentali nell’età migliore per gareggiare.
È sbagliato pensare che l’attività calcistica in età precoce, offra solo vantaggi perché toglie i ragazzi dalla televisione ed occupa i pomeriggi liberi dagli impegni scolastici.
È vero che soffriamo di scarso movimento e per questo motivo si devono studiare e utilizzare tutte le risorse per favorire lo sviluppo armonico dei ragazzi.
I ragazzi non preparati per tornei competitivi, sono come un fulmine a ciel sereno che, dal oggi al domani, piove sulla testa di chi pur non essendo capace di giocare al calcio, ha accettato di partecipare su pressione dei compagni di classe o forse anche dai genitori.
Presto il mini calciatore si accorgerà che non avendo avuto il tempo per imparare adeguatamente, non riuscirà a trovare il piacere nei suoi movimenti che saranno ancora imprecisi e spesso derisi dai compagni. Se poi per qualche errore, assolutamente involontario, è la causa della sconfitta della sua classe che fino al prossimo anno non potrà rifarsi dell’onta subita, comincerà a chiudersi chiedendosi che razza di gioco è questo e che senso ha praticarlo? È molto meglio mangiare pop-corn davanti al televisore.
E i bravi? Come minimo pensano di diventare idoli miliardari come Messi o Ronaldo ed a cosa serve studiare se basta dare due calci ad un pallone per essere famosi?
Troppe false fantasie o esagerate disfatte attenderanno molti partecipanti a tornei competitivi.
Si auspica che insegnanti e genitori tengano conto di queste eventuali ipotesi per attivare un intervento educativo positivo finalizzato alla crescita umanistica e globale dei ragazzi, che domani potranno essere giocatori e tifosi modello, rispettosi degli altri dell’ambiente e di sé stessi evitando l’uso della forza o di sostanze dannose per essere vincitori.
LE CAPACITA’ COORDINATIVE
Una delle frasi che più ricorrono per giudicare la prestazione non positiva di un giovane calciatore è: “quel ragazzo è troppo scoordinato per…”. Occorre specificare il significato del termine coordinato. Un soggetto è dotato di coordinazione quando è in grado di svolgere correttamente un gesto già appreso e quindi applicarlo nel contesto richiesto. Se ne deduce che chi non è coordinato non ha avuto modo, evidentemente, di apprendere efficacemente i gesti richiesti.
Coordinazione: capacità del nostro cervello di inviare ai muscoli gli impulsi corretti affinché l’esecuzione sia precisa.
Le capacità coordinative rappresentano la matrice profonda di tutte le abilità tecniche del calcio e degli sport in generale, dipendono in gran parte dal livello con cui si gestiscono gli schemi spaziali e temporali. Esse permettono di risolvere problemi motori in modo adeguato a finalità e obiettivi prefissati e si basano su condizioni neurologiche, fisiologiche e psicologiche che consentono al soggetto di apprendere, organizzare, controllare e trasformare il movimento. Le capacità coordinative rappresentano l’alfabeto motorio.
Elementi di auxologia
Auxologia: scienza che studia lo sviluppo del corpo umano Periodi di accrescimento ( secondo Pende, patologo ed endocrinologo italiano):
Turgor: periodo riempimento, caratterizzati fisiologicamente dallo sviluppo preminente di organi e di tessuti, quasi una ripienezza
Proceritas: sono contraddistinti dall’allungamento dell’organismo (giovanissimi !!!!)
turgor primis (primo riempimento): dai 2 ai 3 anni e mezzo (maschio e femmina)
proceritas prima (primo allungamento): dai 3 anni e mezzo ai 7-8 anni (maschio e femmina)
turgor secundus (accrescimento accelerato in peso): dai 9 ai 10 anni circa (femmina) dai 9 anni agli 11 anni circa (maschio)
proceritas seconda (secondo allungamento prevalente o periodo prepubertario): dagli 11 anni ai 12 anni circa (femmina), dai 12 anni ai 13 anni (maschio)
Durante queste fasi si notano a occhio nudo le variazioni delle proporzioni corporee: nelle fasi di turgor è preponderante l’accrescimento della massa, mentre in quelle di proceritas una differenziazione staturale rispetto alla fase precedente. Occorre, tuttavia, evidenziare che la caratteristica da prendere in esame in ogni fascia d’età è la verifica dell’evoluzione e del progressivo accrescimento rispetto alla fase precedente. La continuità è il fenomeno da sottoporre a controllo ed osservazione. Non bisogna però confrontare il turgor con il soprappeso: il ragazzo in questa fase è sempre in situazione di normopeso; potrebbe risultare più impacciato di prima. Ma questo avviene anche nel periodo di allungamento staturale. Infatti deve riadattare gli schemi motori di base.
L’accrescimento è un processo continuo: si realizza in fasi che sfumano e si confondono l’una nell’altra. Il bambino prende coscienza di sé, favorito dalla quasi completa definizione dello schema corporeo (schema corporeo: conoscenza del proprio corpo in situazione statica e dinamica e in rapporto alle diverse parti del corpo ed allo spazio e gli oggetti che lo circondano) e ha adesso un grado di socialità buono, accetta le regole del gruppo ed ha un elevato senso di giustizia. C’è quindi un’eccezionale disponibilità mentale e fisica che unita al desiderio ed all’istinto di una sana competizione e confronto con i coetanei, consente al bambino di dar fondo, senza risparmio, a tutte le qualità ed energie di cui dispone. Tale disponibilità spiana la strada all’opera educativa dell’istruttore. Pertanto, è questo il momento di allargare più che mai le conoscenze motorie del bambino, proponendo la più vasta gamma di situazioni ed esercitazioni, nelle forme più varie e gradatamente sempre più complesse. Se non si interviene in questo periodo, purtroppo, potremmo compromettere per sempre il potenziale che ogni bambino racchiude in sé.
Al momento della nascita le forme di movimento sono minime, mentre con il tempo il bambino acquisisce quelle fondamentali, denominate schemi motori di base (quali ad esempio: camminare, rotolare, spingere, correre, saltare, slanciare, calciare, opporsi, arrampicarsi, afferrare, strisciare, ruotare,) che consentono un maggiore confronto con l’ambiente. L’evoluzione delle forme fondamentali di movimento (schemi motori di base) dipende dall’apprendimento, ma soprattutto dai processi di maturazione e sviluppo. Gli schemi motori che consentono l’apprendimento di abilità motorie e lo sviluppo delle capacità motorie, hanno un andamento diverso secondo l’età e sono quantificabili in termini percentuali. Il 60% dei bambini ha pienamente acquisito lo schema già a 45 anni, mentre per il saltare si può attendere anche fino a 10 anni. Il sesso è un’altra variabile importante: lanciare richiede anche un certo impegno di forza e il 60% dei bambini padroneggia tale schema a 5-6 anni, mentre le bambine devono attendere fino a 7-8 anni.
Piccoli amici: il bambino si trova ancora nella fase nel periodo dell’infanzia. Dal punto di vista fisico presenta una scarsa tonicità muscolare, accentuata dal poco movimento cui è abituato e un incremento staturale dovuto alla fase auxologica della proceritas. Psicologicamente passa dalla fase di esplorazione dell’ambiente a quella creativa ed organizzativa. In riferimento a ciò, è importante l’intervento del tecnico: deve sollecitare la fantasia e non “ingabbiarla” in esercitazioni analitiche chiuse. Inoltre, pur rimanendo in un periodo di spiccato egocentrismo, tende ai primi rapporti socializzanti. Deve rapportarsi positivamente con i compagni e comprendere le regole della vita di gruppo. Ricerca sempre una gratificazione immediata: correzioni in positivo e rinforzi per ciò che esegue lo stimolano a compiere azioni sempre più complesse e creative.
È vivace e pieno di entusiasmo, caratteristiche che il tecnico deve canalizzare nell’allenamento. La capacità di attenzione è molto ridotta: si distrae facilmente e talvolta, se non sollecitato, si estranea dal gruppo per giocare da solo, tipico comportamento di bambini abituati a videogiochi o televisione.
La fascia d’età che va dai 6 anni ai 12 anni è definita come periodo della terza infanzia o periodo scolare, ma viene soprattutto considerata come l’età d’oro della motricità (!!!!!!). È il lasso di tempo in cui il bambino inizia a elaborare una certa autonomia e a sviluppare atteggiamenti sociali.
Negli atti motori le capacità coordinative non sono isolabili, ma presenti in complessi dove una, due, o più potranno di volta in volta avere prevalenza d’impiego sulle altre. In esecuzioni di precisione come un assist, un calcio piazzato, un rigore o un tiro libero, ad esempio, prevalgono le capacità di differenziazione e di accoppiamento; in esecuzione di rapidità come una risposta a una finta, prevalgono le capacità di reazione e di trasformazione. Pur tenendo presente che ogni capacità non può svilupparsi indipendentemente dalle altre, a causa delle intense interazioni reciproche, nelle prime età della vita è più evidente quella di apprendimento e controllo motorio perché il bambino attraverso gli analizzatori cinestetico e vestibolare concentra la propria attenzione verso l’io corporeo, mentre con il passare degli anni si osserva un notevole incremento delle capacità di adattamento, combinazione e trasformazione dei movimenti nelle quali il bambino opera le proprie scelte in funzione delle percezioni interne ed esterne, determinate dall’ambiente circostante attraverso i canali esterocettivi (visivo, acustico, tattile) e propriocettivi (cinestetico e vestibolare).
Un buon livello di apprendimento motorio, che presuppone peraltro capacità di controllo e capacità di adattamento e trasformazione di movimenti, permette un progressivo avviamento verso le abilità motorie, intese come azioni, consolidate con l’esercizio ripetuto, che si svolgono almeno in parte automaticamente, cioè senza il controllo cosciente dell’attenzione, In tali azioni, inoltre la coordinazione è talmente perfezionata e stabilizzata che l’esecuzione è effettuata con grande sicurezza.
Le capacità coordinative si dividono in generali e speciali.
Capacità coordinative generali:
-capacità di apprendimento motorio
-capacità di direzione e controllo motorio
-capacità di adattamento e trasformazione dei movimenti
Capacità di apprendimento motorio: consiste nell’assimilazione e nell’acquisizione di movimenti precedentemente non posseduti, che devono poi essere immediatamente stabilizzati; tale capacità generale, dipende dalla possibilità di ricevere informazioni sensoriali dai vari analizzatori e, in particolare da quello: tattile, visivo, statico-dinamico, acustico, cinestetico. Come si interviene per migliorare la capacità di apprendimento motorio: proponendo compiti motori che vanno risolti consapevolmente, collegando tra loro abilità motorie che sono realizzate successivamente e contemporaneamente.
Capacità di direzione e controllo motorio: serve per controllare il movimento secondo lo scopo previsto, cioè per raggiungere esattamente il risultato programmato in un determinato esercizio. Come si interviene per migliorare la capacità di controllo: aumentando le difficoltà coordinative del compito motorio che dovrà essere eseguito (ad esempio più segmenti corporei da controllare simultaneamente).
Capacità di adattamento: relativa alla possibilità di apportare adeguate modifiche al programma motorio prefissato in rapporto a condizioni che mutano continuamente. Come si interviene per migliorare la capacità di adattamento e trasformazione: richiedendo la soluzione di compiti motori in contesti situazionali mutevoli (parametri esecutivi del movimento, condizioni esterne o ambientali come dimensioni del campo, avversari diversi che si affrontano, tattiche di gioco diverse, 1>1, rimbalzi e deviazioni anomali del pallone).
Il concetto di destrezza è piuttosto generale ma permette di focalizzare la nostra attenzione proprio sul miglioramento della funzione di coordinazione che permette di controllare, adattare e trasformare il movimento. La destrezza consente di essere efficace ed economici nell’esecuzione di esercitazioni tecniche, situazioni variabili di ogni tipo e gioco.
Capacità coordinative speciali:
-equilibrio mono e bipodalico
-organizzazione spazio-temporale
-accoppiamento e combinazione motoria
-differenziazione
-anticipazione motoria
-reazione motoria
-ritmizzazione (ritmo)
-fantasia motoria
Equilibrio: capacità di mantenere tutto il corpo in condizioni di stabilità, sia in fase statica che dinamica che in volo, o di ripristinare detta condizione dopo aver eseguito dei movimenti. L’equilibrio è strettamente collegato con altre coordinazioni quali la capacità di differenziazione (calciare in scivolata) o la capacità oculo-segmentaria (modificare la posizione del corpo in base alle situazioni esterne).
Esempi di come interviene nel gioco del calcio:
gioco in acrobazia;
colpo di testa;
cambi direzione e dribbling;
contrasti tuffo del portiere.
Capacità di equilibrio dinamico: correre 20 mt: primo tratto correre saltando la funicella, secondo tratto correre su di una linea del campo;
con la palla: correre 20 mt con il primo tratto palleggiando ed il secondo tratto spostandosi all’indietro guidare la palla.
Organizzazione spazio/temporale: capacità di definire e variare la posizione e i movimenti del corpo nello spazio e nel tempo, in riferimento ad un campo di azione definito. Si può definire come senso dello spazio e del tempo. È il caso di quei giocatori che sono sempre nel vivo dell’azione e non sempre sono colori i quali corrono più velocemente, ma semplicemente sanno dove andare e come muoversi. La differenza rispetto alla capacità di anticipazione risiede nella possibilità di vedere realmente ciò che sta accadendo ed eseguire un’azione. Sotto il profilo individuale riguarda la capacità di gestire la palla a differenti velocità, in relazione alla porzione di campo disponibile, agli avversari e ai compagni presenti. Saper valutare la velocità di spostamento della palla, le diverse traiettorie di arrivo della stessa, la velocità di spostamento nello spazio dei compagni e degli avversari dà l’opportunità ai giovani calciatori di organizzare progetti motori in relazione al gioco: quando guidare la palla, quando trasmetterla, dove condurla, dove trasmetterla.
Esempi di come interviene nel gioco del calcio:
posizione in campo;
valutazione della traiettoria e della velocità della palla;
valutazione della velocità di spostamento dei giocatori (compagni ed avversari)
gioco in acrobazia.
Capacità di orientamento spaziale:
quadrato di mt 16 diviso in tanti altri quadrati di lato 1 mt l’allievo deve, correndo, passare da tutti i quadrati;
stesso esercizio con la palla in ogni quadrato fermare la palla con la pianta del piede.
Accoppiamento e combinazione: capacità di collegare tra di loro (in relazione al movimento globale del corpo, diretto ad un certo scopo) movimenti di segmenti del corpo, movimenti isolati o singole fasi di movimento.
Esempi di come interviene nel gioco del calcio:
conduzione palla e passaggio;
guida e tiro;
saltare e colpire di testa;
controllo orientato e passaggio.
Capacità di combinazione motoria: correre 20 mt (ogni tratto 5 mt): primo tratto correre avanti, secondo tratto correre saltando la funicella, terzo tratto correre indietro, quarto tratto correre avanti;
con la palla: primo tratto guida della palla con i piedi, secondo tratto guida della palla alternando tocchi con il piede e con la mano, terzo tratto correre palleggiando ad ogni rimbalzo del pallone a terra, quarto tratto guida della palla sotto la pianta del piede.
Differenziazione: capacità di selezionare il giusto grado di tensione muscolare a seconda dell’esigenza motoria. Si può definire come senso del movimento.
Esempi di come interviene nel gioco del calcio:
finte;
il dosaggio della forza nei passaggi lunghi e corti e nei controlli;
il ritmo di corsa.
Capacità di differenziazione: correre mt 20: mt 5 avanti, mt 5 indietro, mt 10 avanti;
stesso esercizio con la palla.
Anticipazione motoria: la capacità che consente al soggetto di prevedere l’andamento, la successione, gli esiti di un’azione e di programmare conseguentemente i propri compiti motori. È sicuramente una delle coordinazioni fondamentali e tra le più difficili da sviluppare nel calcio. La prima caratteristica è la capacità di osservare la cosa giusta e agire in conseguenza (esempio: se guardo una finta e mi muovo, sbaglio, quindi ho visto solo la cosa falsa senza cogliere l’idea vera). L’altra caratteristica importante è il movimento nel tempo giusto (anticipato): se fatto troppo presto l’avversario cambia il movimento, se fatto troppo tardi intervengo fuori tempo. Cosa devo imparare? Semplice a dirsi: devo essere capace di fare la cosa giusta, quella più pertinente sapendola scegliere tra molte nel “tempo giusto”; tutto questo è possibile solo attraverso la ripetizione (e l’esperienza).
Esempi di come intervengono nel gioco del calcio:
lettura del gioco dei compagni;
lettura del gioco avversario;
lettura della situazione;
visione di gioco.
Reazione: capacità di iniziare ed eseguire rapidamente un movimento in rapporto ad una qualsiasi sollecitazione e di eseguirlo alla velocità adeguata rispetto al compito motorio da svolgere.
Esempi di come interviene nel gioco del calcio:
reazione alle finte;
tempi di attivazione della risposta motoria in rapporto alla situazione creatasi;
ripartenze.
La velocità prima dei 10 anni è molto legata alla maturazione del sistema nervoso centrale. Al di là del miglioramento possibile, sembrerebbe comunque giustificato cominciare molto presto;
l’allenamento alla velocità, già a partire dai 6 anni. Tra i 5 e 7 anni si verifica un importantissimo miglioramento delle caratteristiche meccaniche della corsa che hanno una ripercussione favorevole sulla velocità, per questo motivo è consigliabile iniziare proprio da questa fascia d’età l’inserimento di esercitazioni adatte allo sviluppo della velocità. Miglioro la velocità agendo su velocità di reazione e frequenza dei movimenti.
Capacità di reazione motoria:
correre 20 mt: variazione della partenza con stimolo visivo, acustico, tattile;
stesso esercizio con la palla;
psicocinetica;
corsa nei cerchi.
Ritmizzazione: capacità di dare un ordine cronologico specifico, ad un atto motorio. Si può definire come senso del tempo che intercorre nelle varie fasi del movimento.
Esempi di come interviene nel gioco del calcio:
aspetto tattico: adattamento ai tempi e ritmi di gioco.
Variazioni del ritmo dei movimenti a seconda delle situazioni capacità di ritmo:
correre 20 mt in slalom: 10 coni disposti alla distanza di mt 2;
stesso esercizio con la palla.
Fantasia motoria: capacità che consente di risolvere in forma originale e creativa un problema motorio, quindi di variare, ristrutturare nuove forme di apprendimento.
Esempi di come interviene nel gioco del calcio:
dribbling;
finte;
ricerca di soluzioni nuove.
Coordinazione dinamica generale: tutte quelle attività nel corso delle quali il corpo dell’atleta si sposta nello spazio. È una capacità coordinativa e implica al suo interno più capacità quali l’equilibrio, la coordinazione spazio-temporale, l’anticipazione, la differenziazione. Tutte le coordinazioni sono in stretta correlazione con le capacità condizionali che esprimono il livelli della prestazione. È quindi fondamentale nel gioco del calcio.
Coordinazione oculo-segmentaria: è la capacità di spostare e/o modificare i segmenti corporei in funzione di quanto richiesto dall’azione in corso. Nel calcio si parla di coordinazione oculopodalica cioè rapporti tra vista e arto inferiori per calciare e stoppare la palla. Estendendo il concetto, si deve pensare a tutte quelle dinamiche che un giocatore mette in atto relazionando il corpo su informazioni ricevute dalla vista: per esempio saltare per evitare un avversario, colpire di testa, impattare la palla con le diverse parti del corpo. Spesso è associata ad altre capacità quali spazio-tempo, anticipazione, coordinazione dinamica generale.
L’abilità motoria è rappresentata dal gesto tecnico che è automatizzato grazie alle possibili forme di apprendimento che si consolideranno mediante l’utilizzo di mezzi e metodi didattici differenti. Il bambino strutturerà le proprie abilità motorie attraverso la fase ludica cioè con forme di movimento che richiederanno progressivamente una sempre minore attenzione dell’attrezzo. Possiamo affermare che la tecnica calcistica sia quel complesso di abilità inerenti ai movimenti che il giocatore è chiamato a compiere in gara allorché si trova in contatto col pallone.
Perché nel calcio lo skip basso e rapidissimo si effettua sempre abbassando la testa e guardandosi i piedi? E la corsa calciata tenendo le mani appoggiate sui glutei, mentre poi quando si corre normalmente le braccia devono lavorare per l’equilibrio?
Quello che dite e fate è meno importante di come lo dite e di come lo fate.
Non giocatori ubbidienti ma giocatori pensanti.
CIRCUITO METABOLICO CON ELEMENTI DI FORZA SPECIFICA
Esercitazione svolta a combinare il raggiungimento di un obiettivo metabolico abbinato a della tecnica analitica in stato di fatica. Questa stazione può essere effettuata il terzo o il quarto giorno di allenamento post partita, ovvero il mercoledì o il giovedì nel caso la vostra squadra avesse giocato di domenica.
1) sprint e decelerazione ad alta intensità mantenendo la lateralità del corpo, temporeggiare e sprintare verso la stazione successiva.
2) esercitazione di rapidità con scaletta (piede fuori-dentro dentro-fuori) piu balzo su ostacolo di 60cm.
3) sprint lungo10m-corto5m-lungo15m mantenendo lo sguardo sul conetto anteriore mentre il giocatore stacca all’indietro.

Sguardo del Mister
Sui due lati lunghi del rettangolo i giocatori fanno tecnica analitica (linee bianche), nello specifico ricezione orientata e trasmissione.
Varianti: ricezioni aperte o chiuse, ricezioni con parti diverse del piede.

4 serie da 4 minuti di lavoro, recupero tra le serie 1 minuto, totale 20 minuti inserendo varianti tecniche e motorie nelle pause.
Monitoraggio del carico esterno attraverso GPS KSport.
L’IMPORTANZA DELL’ALLENAMENTO DELLE TRANSIZIONI NELLA ATTIVITA’ DI BASE: COME GESTIRE E SFRUTTARE LE IMPREVEDIBILITA’ DELLE SITUAZIONI DI GIOCO
Durante il percorso pluriennale nell’attività di base, uno degli aspetti fondamentali è costituito sicuramente dallo sviluppo armonico delle capacità coordinative. Ciò determina, conseguentemente, un miglioramento delle abilità tecniche e tattiche individuali. Per chiarire il concetto possiamo fare degli esempi concreti:
Oggigiorno, pertanto, ogni istruttore deve saper perfettamente quali siano gli obiettivi delle proposte preparate per il proprio gruppo ma, soprattutto, deve sapersi adattare e trasformare le stesse per mettere i ragazzi nelle migliori condizioni possibili. Il calcio moderno è caratterizzato, ad alti livelli, da elevata intensità per buona parte del match: il gioco è molto veloce, vi sono continui ribaltamenti di fronte. In altri termini, chi è in grado di gestire / sfruttare al meglio le transizioni di gioco, riesce a controllare la partita. Per definizione, la transizione è “una fase importante del nostro calcio che rappresenta il momento in cui si perde o si riconquista una palla. Pertanto, oltre alla fase offensiva e difensiva, quindi di possesso o non possesso palla, esiste una terza fase, cosiddetta di transizione, che identifica il momento della riconquista (transizione positiva) o della perdita della palla (transizione negativa)”.
La domanda che sorge spontanea è, quindi, la seguente: come possiamo allenare queste situazioni di gioco particolari?
Rimanendo nell’attività di base, ad esempio categoria esordienti 1° anno, si devono tener presenti i seguenti parametri (alcuni più generali, altri specifici per la categoria):
Tenendo conto di questi aspetti, dobbiamo strutturare delle esercitazioni che stimolino la percezione e presa di decisione in tempi brevi e spazi ristretti. Nel concreto, le attività devono richiedere ai nostri ragazzi più compiti in successione in situazioni di gioco (che partono da duelli semplici, per poi svilupparsi in attività con più giocatori in campo), in modo da “stressarli” dal punto di vista cognitivo, attentivo e motorio.
Congiuntamente agli elementi sopracitati, per costruire progressioni didattiche adeguate possiamo avvalerci di alcune linee guida:
Sorge spontaneamente un dubbio più che lecito: sfruttare sempre tempi e spazi ridotti?
La risposta è negativa, in quanto è corretto creare un giusto equilibrio, una corretta modulazione dei seguenti parametri: il modello di riferimento è quello della gara, quindi è consigliabile tener in considerazione il modello prestativo della categoria. In definitiva, questi consigli non costituiscono una ricetta di lavoro, bensì, uno spunto di riflessione e di analisi conseguente ad anni di confronto con numerosi colleghi. Questo tipo di attività, che nella letteratura scientifica è altresì chiamato “agility method”, riesce sicuramente a rispecchiare i cambiamenti attuali del gioco del calcio e permette agli istruttori di formare, insieme a tutti gli altri elementi del percorso pluriennale, adeguatamente i nostri piccoli atleti.
PROPOSTE NEL CALCIO GIOVANILE E ADULTI
Voglio ringraziare questa splendida iniziativa per avermi dato la possibilità di riportare la mia esperienza in campo e di farmi conoscere a voi lettori.
Nel calcio sappiamo tutti che nessuno ha una ricetta vincente per poter preparare una squadra, tanti hanno avuto successo e risultati seguendo un metodo, altri con lo stesso metodo non ci sono riusciti.
Quindi non ho la ricetta magica ma voglio solo riportare la mia esperienza sul campo da quando ho deciso di intraprendere questo percorso di allenatore.
Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo, ho accettato con entusiasmo e la prima cosa che mi è venuta in mente come argomento da trattare è stato proprio le proposte da portare in campo sia con i ragazzi del settore giovanile sia con gli adulti delle prime squadre.
Personalmente dedico molto tempo a preparare una seduta di allenamento, ragiono giornalmente in base allo “stato” della squadra e di quella che è stata la domenica, e tenendo conto che chi allena i dilettanti deve fare i conti con giocatori che si allenano di sera dopo una giornata di lavoro e vari problemi quotidiani…
La fase di attivazione mi porta via molto tempo, perché cerco qualcosa che possa tenerli subito attivi, non noioso quindi, non ripetitivo per non creare routine.
La parte tecnica analitica tendo a svolgerla principalmente ad inizio stagione, proponendo semplicemente della trasmissione nei quadrati o rombi ricercando controllo orientato e passaggio usando entrambi i piedi.
Dopo propongo subito qualcosa che si avvicini alla partita, quindi in situazione con avversario. Parlando di attivazione non vado a ricercare contrasti ma chi non è in possesso palla lavora su linee di passaggio e intercetto, chi invece è in possesso per iniziare lavora con l’obbligo di due tocchi, non può giocare di prima, quindi sarà concentrato a fare il primo controllo orientato verso la giocata da fare. Qui abbiamo a disposizione tante varianti, dai tocchi alle dimensioni del campo al numero di passaggi da effettuare, ecc. …
È un’attivazione completa dove alla tecnica si aggiunge la componente di tattica sia individuale che di squadra.
Discorso che si può tranquillamente portare ai giovani del settore giovanili, dove la parte analitica deve avere, a mio modesto parere, una parte importante durante la stagione, la palla deve essere al centro della seduta sempre in maniera continuativa in modo che venga toccata il maggior numero di volte possibile per giocatore.
Cerchiamo sempre di proporre comunque esercitazioni dove la parte del divertimento sia sempre presente e obiettivi precisi.
Spero di trovarvi presto in campo.
Buon calcio a tutti!
IL RECUPERO
Questo momento storico che ci vede protagonisti insoliti di un evento che si può definire “UN FENOMENO SURREALE “con cadute disastrose sulla salute in primis e sulla quotidianità in futuro al punto di dover cambiare presumibilmente il nostro stile di vita.
Anche il calcio, fenomeno culturale di risonanza mediatica altissima, non solo nel nostro paese, ha dovuto prendere le misure a questo terribile evento.
Che piaccia o no anche il calciatore è un atleta di alto livello che come tale deve essere considerato alla stregua di una macchina di formula uno per la quale non si possono avere le attenzioni riservate ad una utilitaria.
Dopo i giusti e reiterati inviti resi poi per certi versi obbligatori di astenersi da attività debitamente segnalate è toccato anche ai clubs calcistici di sospendere le attività di riferimento obbligando di conseguenza anche i calciatori ad effettuare un periodo di inattività che dovrà essere gestito con attenzione seppur nella precarietà.
Allenarsi senza poter usufruire dei mezzi di allenamento specifici per lo sport praticato, è sicuramente un deterrente perché vengono a mancare, di conseguenza, quegli stimoli che sollecitano “I FATTORI D’ESECUZIONE” vale a dire: la Coordinazione Specifica, cioè le componenti TECNICO-TATTICHE-FISICHE che sono inscindibili per loro natura e integrate.
Questa pausa non può essere paragonata ai periodi di transizione del fine campionato o della pausa invernale perché in questo caso i calciatori sviluppano un dettagliato lavoro programmato da seguire nei luoghi più adeguati con mezzi di allenamento consoni al piano specifico di lavoro.
Per questo si possono verificare situazione paradossali dove il calciatore deve trovare il modo di allenarsi in una situazione di precarietà assoluta magari in un appartamento seppur ampio e comodo dove realizzare le indicazioni dello staff.
Nel contesto delle situazioni ambientali in cui avviene il “DEALLENAMENTO FORZATO” mancano gli strumenti idonei per conciliare al meglio il FERMO e l’estrema necessità di mantenere vivi i fattori d’esecuzione sopra citati.
Chi ha la possibilità di usufruire di un giardino privato avrà il vantaggio di sviluppare al meglio i programmi dello staff con un indice di correlazione più adeguato alla gara.
Per chi è costretto in un appartamento sarà assolutamente indispensabile fornirsi di un TREADMILL dove poter sviluppare i tipi di corsa che il preparatore avrà sicuramente predisposto nonché lavori di forza con piccoli attrezzi facilmente reperibili e la fantasia nello sfruttare con efficacia le infrastrutture dell’appartamento (scale, step, ecc…).
Per chi è del mestiere potrebbe essere considerato comunque “UN TAPERING” forzato però perché è parzialmente programmabile e non sotto controllo del preparatore che per questo perde l’effetto dei suoi obiettivi principali quali appunto “L’ELIMINAZIONE DELLA FATICA ACCUMULATA NEL PERIODO DI ALLENAMENTO INTENSIVO” ciò nonostante, anche se nella precarietà, si potrebbe seguire, per quanto, possibile le indicazioni del TAPERING dove sarebbe opportuno a mio parere usare alte intensità in un momento favorevole, perché manca lo stress della competizione, per sostenere i complessi sistemi di erogazione metabolici enzimatici ed ormonali.
Mi spiacerebbe certo leggere interviste del tipo “Lo sforzo massimo che ho fatto in un periodo di transizione è stato quello di alzare una lattina di birra”.
Mentre altro è sentirsi dire che “Mi sono allenato a casa salendo le scale a velocità diverse con i cestini delle bottiglie piene d’acqua con carichi variabili”.
AMEN
IL PERCHE’ DEL CALCIO A 5 GIOVANILE
Ancora oggi, nel nostro Paese, sentiamo spesso parlare del calcio a 5 (o, per meglio dire, futsal) come del fratello “minore” del calcio a 11. In realtà si tratta effettivamente di due sport diversi, ognuno con la propria identità che, inizialmente, hanno alcuni aspetti in comune, poi imboccano strade diverse.
L’aspetto che riveste importanza fondamentale è che il calcio a 5 può essere strettamente funzionale, propedeutico, a livello giovanile, al calcio a 11; questo perché permette al bambino un migliore dominio della palla (non dimentichiamoci in ciò l’importanza del pallone a rimbalzo controllato), si lavora su distanze minime che condizionano favorevolmente l’esecuzione del gesto tecnico e soprattutto perché obbliga il giovane calciatore a pensare e decidere velocemente, migliorando così la sua capacità di adattamento al gioco. In tal modo quando il piccolo atleta passa al calcio le dimensioni del campo si fanno maggiori e per lui sarà molto più semplice trovare soluzioni adatte, poiché, conseguentemente alle dimensioni del campo, aumenta anche il tempo di analisi della situazione, scelta ed esecuzione del giocatore.
“Per troppo tempo, per programmare l’attività calcistica dei giovani, gli allenatori hanno avuto come riferimento il modello di prestazione degli atleti adulti e fino a poco tempo fa, in alcune regioni, i calciatori in erba venivano catapultati direttamente nel calcio 11 VS 11. Di conseguenza, i giocatori più piccoli, dai Primi Calci agli Esordienti, si son trovati, per molti anni, a disputare partite in condizioni difficili o comunque non adatte alle caratteristiche fisiche, mentali, emozionali e relazionali tipiche di questa fascia d’età” (Bonaccorso S. “Allenatori e Insegnanti” 2002).
In Brasile, la patria del futsal (ovvero “futbol sala”), e in tutti i Paesi Latini, i più grandi campioni che hanno fatto le fortune delle migliori squadre europee e delle rispettive Nazionali hanno mosso i primi passi nel futsal per poi affermarsi nel calcio a 11. Così parla un fuoriclasse quale Messi della sua esperienza nel calcio a 5 “Quando ero giovane, in Argentina, giocavo a futsal per strada e con i Newell’s Old Boys. Era un vero e proprio divertimento che mi ha aiutato moltissimo.” Gli fa eco Cristiano Ronaldo: “Il campo piccolo in cui giocavo mi ha aiutato nelle mie abilità con i piedi, la natura del gioco mi ha reso molto libero quando giocavo. Se non fosse stato per il futsal io non sarei il giocatore che sono oggi.”
In Brasile tutte le società di calcio professionistiche alternano, nei propri settori giovanili, l’attività di calcio a 5 e quella di calcio a 11: tutto ciò avviene, fino all’età di quindici anni, con lo scopo di migliorare la conoscenza tecnica e tattica dei propri atleti.
Nella tabella seguente possiamo vedere il programma di allenamento settimanale del Settore Giovanile del Cruzeiro, nota squadra brasiliana.

La filosofia brasiliana considera il calcio a 5 maggiormente motivante rispetto al calcio a 11, poiché all’interno di una squadra composta solamente da cinque elementi, il singolo incide maggiormente, si assume una quantità maggiore di responsabilità e si sente, di conseguenza, più importante; il giocatore, inoltre, ripetendo con maggior frequenza i gesti tecnici è più soggetto al miglioramento.
È quindi indubbio che una partita di calcio a 5 permetta ai componenti le due squadre di essere più partecipi al gioco, avendo la possibilità di toccare più volte la palla, di attaccare e difendere con maggior continuità poiché vi sono più capovolgimenti di fronte, di effettuare un maggior numero di passaggi e di realizzare un numero elevato di dribbling; la stessa cosa accadrà per il portiere che sarà spesso impegnato.
Nel calcio a 11 attuale, infine, assume sempre più importanza il pensare e agire rapidamente, cosa questa che lo avvicina in maniera evidente al calcio a 5; infatti, un requisito fondamentale che deve possedere un giocatore di calcio a 5 è la capacità di esprimere un gesto tecnico in velocità. Il giocatore si trova dunque nelle condizioni di partecipare attivamente alle tre fasi di gioco tipiche del calcio: fase di possesso palla, con frequentissime situazioni di uno contro uno in diverse posizioni del campo, fase di non possesso palla, con molteplici opportunità di sperimentare ed acquisire i fondamentali tecnici difensivi e fase di transizione, che deve essere “eseguita” nel minor tempo possibile. Questo permette al giocatore in età evolutiva di implementare le proprie capacità coordinative, orientamento spazio-temporale per esempio, abilità tecniche in tutte le diverse espressioni, abilità tattiche individuali.
Le dinamiche di gioco del calcio a 5 fanno in modo che i giocatori partecipino con uguale intensità sia alla fase di possesso che a quella di non possesso, occupando diverse posizioni in campo. Di conseguenza viene sollecitata in modo spontaneo una formazione tecnico-tattica ampia, che servirà da base per il futuro e che consentirà di non avviare quei processi di specializzazione del ruolo che nelle prime fasce d’età potrebbero rivelarsi non positivi.
Illustri tecnici sostengono che la struttura di base per insegnare il gioco del calcio, nella fase di possesso, sia il 5vs5 (4vs4 di movimento più portieri) poiché il possessore di palla, attraverso il movimento corretto dei compagni, ha la possibilità di avere gli appoggi giusti per sviluppare il gioco (a sostegno, in ampiezza, in profondità).
In conclusione mi sento quindi di affermare che, per il giovane calciatore, l’affiancare allenamenti di futsal ad allenamenti tradizionali di calcio non può che avere piacevoli risvolti positivi.
SAPER GUARDARE PER SAPER VEDERE
Il giocatore “intelligente” deve essere preparato ed allenato fin dalle categorie giovanili ad osservare e leggere la situazione per poter scegliere ed eseguire in modo veloce ed efficace.
PERCEZIONE E ATTENZIONE in riferimento ai processi cognitivi.
PERCEZIONE E ATTENZIONE nelle strategie di visione in rapporto al livello prestativo dei giocatori.
Il “COSA” GUARDARE nella formazione del giocatore intelligente.
Ricadute applicative per l’Attività di Base.
Seguono alcune proposte pratiche su situazioni di gioco semplici.







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