Categoria: Medicina

SILVIA LORENZI

  • Laurea in Fisioterapia
  • Laurea in Scienze Motorie dello Sport
  • Titolare SL Fisio Lab

SCOLIOSI E SPORT

La scoliosi è una deformità della colonna vertebrale che compare soprattutto nell’età infantile e puberale. Studi scientifici hanno ipotizzato che questa torsione permanente del rachide associata a deviazioni laterali possa avere un’origine di natura genetica.

Importante differenziare tra atteggiamento scoliotico e scoliosi. L’atteggiamento scoliotico è una deviazione della colonna sul piano frontale completamente riducibile in clinostatismo. La scoliosi è una deviazione permanente della colonna sullo stesso piano, non riducibile in clinostatismo, accompagnata da una rotazione dei corpi vertebrali responsabile di gibbosità.

Nel caso di atteggiamento scoliotico è importante intensificare le attività motorie e fare della buona ginnastica posturale per recuperare l’equilibrio della colonna. In caso di scoliosi, se la curva presenta un ridotto rischio di peggioramento è utile ginnastica medica, che deve essere individualizzata per ogni singolo paziente.

L’attività fisica e lo sport devono essere considerati inscindibilmente legati alla ginnastica medica. La colonna di un soggetto cha ha appreso gli “schemi motori corretti” durante le sedute di ginnastica medica, risponde alle sollecitazioni di carico e di squilibrio nel corso delle attività motorie con reazioni riflesse di tipo correttivo, anziché deformante.

Se la pratica di un’attività sportiva non prevede un carico di allenamenti quotidiano e svolto per diverse ore, non ha influenza negativa sulla scoliosi, anzi, come abbiamo detto, sarà sicuramente di grande supporto al percorso fisioterapico.
Una volta appresi gli esercizi, la ginnastica può essere eseguita in un piccolo gruppo con piani di lavoro personalizzati, oppure a domicilio, e periodicamente controllata e adattata dal tecnico specialista. La cosa da evitare, invece, è praticare attività sportive agoniste che sollecitano e sovraccaricano molto il corpo del bambino (o adolescente) con impegno fisico quotidiano.

Ma quale attività è quindi consigliata per un soggetto che soffre di scoliosi?

Personalmente consiglio al bambino o al ragazzo di praticare lo sport che più desidera fare. Ciò che davvero conta è che la scoliosi sia monitorata periodicamente da figure specializzate e che l’attività sportiva sia accompagnata da percorsi rieducativi, ciclici e specifici di cui abbiamo precedentemente parlato. Sono il volume e la qualità degli allenamenti a fare la differenza, più che il tipo di attività che si sceglie. Particolare attenzione va posta sulla sensazione di dolore e soprattutto il peggioramento della postura.

Ora vediamo insieme le attività spesso troppo consigliate o purtroppo demonizzate quando si parla di scoliosi.

Il nuoto, per esempio, è uno sport completo sotto molteplici punti di vista, ma non per la schiena: la colonna è progettata per affrontare la forza di gravità e a questo la si deve allenare. Mettendosi in acqua si toglie il peso della gravità: lavoro purtroppo inutile quando l’obiettivo è quello di allenare la schiena con stimoli propriocettivi differenziati e costanti. Con la riabilitazione, infatti, ci si propone di allenare delle qualità fisiche per fronteggiare la forza di gravità e questo si ottiene in modo poco efficace in acqua.

Per quanto riguarda l’equitazione, in effetti è un’attività che sollecita molto i muscoli della schiena e il senso di equilibrio. In questo senso è molto allenante ma anche affaticante. E’ necessario perciò non sovraccaricare la muscolatura con questi allenamenti: ecco perché a volte lo specialista ne sconsiglia la pratica agonistica.

Un tempo gli sport asimmetrici come il tennis venivano assolutamente controindicanti nei soggetti affetti da scoliosi. Oggi l’approccio è meno radicale, e le proibizioni meno terroristiche. Ad oggi, infatti, la ricerca non è riuscita a fornire evidenze che esistano sport negativi per la scoliosi, purchè praticati a livello non agonistico.

Concludendo, risulta chiaro quanto sia importante la valutazione ed il controllo dello specialista riguardo l’evolversi della situazione clinica del ragazzo, e quanto anche sia necessario che il soggetto svolga, oltre alla ginnastica medica, l’attività sportiva che desidera, per poter godere dei molteplici effetti benefici intrinseci alla pratica sportiva.

SILVIA LORENZI

  • Laurea in Fisioterapia
  • Laurea in Scienze Motorie dello Sport
  • Titolare SL Fisio Lab

DOLORE AL GINOCCHIO E SINDROME DELLA BANDELLETTA ILEO-TIBIALE

La sindrome della bandelletta ileo-tibiale si presenta con un quadro infiammatorio cronico che interessa l’ultimo tratto della fascia lata (bandelletta o tratto ileotibiale) dove può verificarsi un attrito meccanico che genera uno stato infiammatorio doloroso, il quale si acutizza nei movimenti di flessoestensione del ginocchio.

È molto diffusa tra i calciatori (ma anche tra podisti e i ciclisti) e può insorgere per un sovraccarico o per allenamenti su terreni duri e irregolari.

I sintomi inizialmente comprendono dolore durante la corsa, il quale, si attenua leggermente al termine del gesto atletico. Questa sintomatologia poi continua a presentarsi con costanza progredendo verso un dolore sempre più costante ed acuto, anche durante il cammino. Tipicamente possiamo notare:

• Dolore al ginocchio e all’anca lateralmente
• Gonfiore sull’anca (zona trocantere) e ginocchio lateralmente
• Rigidità muscolare nella zona laterale della coscia

Come comportarsi dunque quando un nostro atleta presenta una diagnosi di questo tipo?

Il primo obiettivo prevede la risoluzione dell’infiammazione attraverso l’utilizzo di terapie isiche come tecar terapia abbinata alla crioterapia, antinfiammatori locali (e nei casi più acuti anche l’assunzione di FANS), massaggio decontratturante e stretching, al fine di ridurre la tensione della parte laterale della coscia e della gamba.

Superata la fase acuta, il trattamento prevede il rinforzo selettivo del vasto mediale, adduttori ed intrarotatori al fine di riequilibrare il carico, ed il rinforzo dei muscoli stabilizzatori del bacino e del soleo per migliorare i carichi durante la corsa. Anche in questo caso, una valutazione propriocettivo con un relativo programma di rieducazione aiuta la risoluzione del problema, soprattutto se ci riferiamo ad obiettivi a lungo termine.

Terminata la fase sub acuta, nel momento di rientro in campo può comparire nuovamente il dolore. Ho accennato infatti al carattere cronico di tale condizione. Si rende quindi necessario implementare il lavoro con la crioterapia, soprattutto a fine allenamento, e continuare ad effettuare rinforzo sinergico contestualmente alla ripresa sportiva.

La sindrome della bandelletta è una condizione che tende alle recidive nel lungo termine. Ecco perché la prevenzione è fondamentale: una corretta valutazione di eventuali squilibri muscolari relativamente agli arti inferiori, una valutazione della struttura del piede (soprattutto l’appoggio durante la corsa) e delle lunghezze muscolari risulta fondamentale al fine di evitare tale condizione.

SILVIA LORENZI

  • Laurea in Fisioterapia
  • Laurea in Scienze Motorie dello Sport
  • Titolare SL Fisio Lab

DISTORSIONE ALLA CAVIGLIA: PREVENZIONE E TRATTAMENTO

Se c’è un infortunio tanto comune quanto temuto dagli sportivi, per le sue recidive e per i lunghi tempi di riabilitazione, quello è la distorsione alla caviglia.

Oggi parleremo di quali siano gli esercizi specifici per ridurre i tempi di recupero e prevenire questi eventi traumatici.

E’ stato dimostrato che il 73% delle distorsioni di caviglia si verifichino in articolazioni precedentemente interessate a questo tipo di trauma: gli individui con pregressa distorsione hanno una maggiore incidenza di recidive e/o instabilità cronica.

Ecco perché è necessario programmare un adeguato piano kinesioterapico mediante esercizi propriocettivi e di stabilizzazione muscolare. Ovviamente il trattamento deve iniziare quando l’articolazione non è più dolente.

Come comportarci allora quando un nostro atleta subisce questo tipo di infortunio?

Il primo obiettivo della terapia della fase acuta (prime 24-48 h) resta comunque il controllo del versamento articolare ottenibile attraverso l’applicazione del protocollo PRICE (Protection, Rest, Ice, Compression con bendaggio elasto-compressivo, Elevation), ovvero sfruttando l’azione antinfiammatoria della crioterapia e antiedemigena della elevazione e compressione dell’articolazione lesa. Consiglio sempre l’applicazione del classico ossido di zinco per aiutare il bendaggio nella sua azione antiedemigena.

Arriviamo poi a curare la distorsione alla caviglia con la propriocezione: la modalità in cui si esegue la ginnastica propriocettiva dipende dalla gravità del trauma e dal tempo intercorso tra l’infortunio e l’inizio della terapia.

Il mio consiglio è sempre quello di seguire le regole del buonsenso, procedendo gradualmente con esercizi via via più impegnativi.

Ma perché concentrarsi su questo tipo di terapia a discapito di altre? La fisiologia ci insegna che i recettori propriocettivi sono recettori nervosi estremamente specializzati presenti in numero elevato nelle strutture articolari, soprattutto su legamenti e capsula.

Il loro compito è quello di inviare continuamente informazioni sullo stato di stiramento dei tessuti per permettere al nostro sistema nervoso di reagire in modo adeguato ed estremamente rapido con contrazioni della muscolatura idonee a stabilizzare l’articolazione e quindi conservare i rapporti articolari stessi, anche in situazioni dinamiche particolarmente stressanti per la caviglia. Questi recettori forniscono anche informazioni al cervelletto, insieme ai recettori visivi, vestibolari e uditivi, necessarie per il mantenimento dell’equilibrio nello spazio.

Inizialmente, tendo quindi a proporre una rieducazione propriocettiva in scarico, per abituare il paziente a percepire le diverse caratteristiche del movimento indotto e renderlo nuovamente cosciente, dopo il trauma, delle sue possibilità di reazione motoria.

Successivamente, una volta recuperata un’equa e consapevole distribuzione del carico, propongo esercizi in carico via via maggiore sempre più dinamici, che prevedono il mantenimento dell’equilibrio in situazioni di instabilità crescente. Trovo molto interessante anche privare il paziente dell’aiuto dato dalla percezione visiva, a cui siamo costantemente legati ogni giorno nelle ADL, proponendo esercizi ad occhi chiusi, o alternando occhi aperti e chiusi, sequenze legate alla percezione di uno stimolo sonoro e/o luminoso e sequenze ad occhi aperti ma al buio.

Per concludere, vorrei ricordarvi di proporre questo tipo di esercitazioni non solo per recuperare un trauma, ma a scopo puramente preventivo vista l’alta incidenza di questo tipo di infortunio in campo. Troppo spesso infatti ci avviciniamo a queste metodologie di allenamento quando ormai il trauma si è verificato.

SILVIA LORENZI

  • Laurea in Fisioterapia
  • Laurea in Scienze Motorie dello Sport
  • Titolare SL Fisio Lab

L’IMPORTANZA DELLA CRIOTERAPIA NELLA PERFORMANCE SPORTIVA

Mi sono approcciata la prima volta al binomio crioterapia-atleta diversi anni fa, quando collaboravo all’interno della Clinica Mobile del dott. Costa, nel MotoGP.

Si trattava di una terapia innovativa, che i piloti seguivano con successo sia dopo un infortunio che come coadiuvate dello scarico muscolare manuale giornaliero.
Oggi esistono tecniche sempre più evolute che troviamo esclusivamente in centri specializzate: le criocamere ormai spopolano sulle pagine social degli atleti più famosi (Cristiano Ronaldo e Usain Bolt sono tra gli addicted).

Nell’articolo di oggi parleremo dei benefici della criocamera nella pratica atletica.

Innanzitutto… cosa è la criocamera? Si tratta di un’esposizione del corpo a temperature molto basse che vanno dai -90° ai -130°, per una durata di massimo 5 minuti, in funzione delle caratteristiche fisiche e degli obiettivi. È obbligatorio per tutti coprire le estremità del corpo, quindi gli arti superiori e inferiori, con guanti e calze, e anche le orecchie con una fascia, oltre a indossare una mascherina per proteggere le vie aeree dall’aria fredda che, essendo molto secca, può dar fastidio. 

Durante la seduta di criocamera si viene avvolti unicamente da aria fredda e questo la differenzia da altre tecnologie analoghe presenti sul mercato, come la criosauna che prevede invece un contatto diretto con i vapori di azoto e quindi, non consente di comprendere collo e testa nel trattamento. 

La criocamera, includendo queste parti del corpo in totale sicurezza, consente invece una stimolazione diretta dell’ipotalamo e quindi del sistema nervoso centrale, che potenzia l’efficacia del trattamento stesso e genera maggiori benefici su tutto l’organismo, sia dal punto di vista fisico che psicologico, con un miglioramento dell’umore. A fine seduta, alcuni avvertono perfino una piacevole sensazione di grande energia.

Ma cosa dice la letteratura a tal proposito?

Uno studio del 2015 ha riscontrato un miglior recupero acuto con criocamera in seguito ad un esercizio intermittente ad alta intensità. Kruger, in seguito a crioterapia corpo intero tra due test a rampa, ha riscontrato una maggior ossigenazione muscolare, con livelli più bassi di VO2 rispetto alla condizione placebo.

Questa ossigenazione deriva  dall’effetto blood shiftindotto dal freddo. Anche uno studio del 2014 che vede somministrare criocamera a dei giocatori di rugby d’elite ha riscontrato una migliore ossigenazione muscolare.

Gli effetti della criocamera nel recupero dello sportivo, sia esso amatoriale o professionista sono chiari ed eclatanti:

  • Effetto antinfiammatorio: attraverso il rallentamento del metabolismo cellulare si riduce la produzione e la liberazione dei mediatori chimici dell’infiammazione (istamina, bradichinina, serotonina).
  • Effetto antiedemigeno: limita lo stravaso ematico tissutale dovuto ad un trauma.
  • Effetto analgesico: l’inibizione delle terminazioni nervose, rallentando la conduzione nervosa degli stimoli, riduce i processi dolorosi locali.
  • Effetto miorilassante: utilizzando sedute prolungate di crioterapia la muscolatura si rilassa prevenendo la possibilità di dolorosi crampi.
  • Effetto sull’apparato muscoalre: aiuta la guarigione delle lesioni muscolari, sindromi dolorose da affaticamento, sindromi miofasciali.
  • Effetto sul sistema tendineo: aiuta la guarigione di tendinopatie acute o da sovraccarico.
  • Effetto sulle articolazioni: aiuta le lesioni capsulo-legamentose e della cartilagine articolare.

Ecco perché ormai da anni utilizzo questa tecnica con gli atleti che seguo sia per il recupero degli infortuni che per il miglioramento della performance durante la stagione.

A Desenzano del Garda, presso il Centro Medico Fenicks di Nicola Ferrari (calciatore attaccante del Crema, ex Lumezzane, Salò, Verona) con cui collaboro, è diponibile una criocamera di ultima generazione che vi consiglio di provare per gli innumerevoli benefici di cui oggi abbiamo parlato… una terapia da brivido, in tutti i sensi!!

SIMONE TARANA

  • Chinesiologo
  • Massoterapista
  • Studente di Osteopatia

L’OSTEOPATIA ASSOCIATA ALLO SPORT

Che cos’è l’Osteopatia

L’Osteopatia è un sistema consolidato di assistenza alla salute che si basa sul contatto manuale per la valutazione, l’anamnesi ed il trattamento della persona; per sua natura essa definisce le relazioni esistenti tra l’equilibrio funzionale dell’insieme delle strutture del corpo e la salute generale del soggetto.

Si tratta di una terapia manuale, complementare alla medicina classica, incentrata sulla salute della persona piuttosto che sulla malattia; si avvale di un approccio causale e non sintomatico (spesso infatti la causa del dolore trova la sua locazione lontano dalla zona dolorosa), ricercando le alterazioni funzionali o disfunzioni del corpo che portano al manifestarsi di segni e sintomi che possono poi sfociare in dolori di vario genere.

L’Osteopatia, o Medicina Osteopatica, è nata alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti d’America e si è diffusa nei primi anni del Novecento in Europa, in particolare in Francia e Inghilterra, dove è da tempo una medicina affermata.

Quali sportivi possono beneficiarne?

Il trattamento osteopatico viene praticato su atleti di discipline molto diverse fra loro, sia amatori che professionisti, spesso anche attraverso il supporto di alcune Federazioni.

L’osteopatia, avendo come obiettivo il ripristino del buono stato di salute, viene utilizzata non solo da calciatori, ma anche da nuotatori, pallavolisti, golfisti, ecc.

Sempre più spesso sentiamo dire che squadre professionistiche blasonate delle varie discipline (senza citarne i nomi) hanno nel proprio staff un Osteopata o ne hanno uno che collabora esternamente al bisogno, visionando gli atleti.

L’importanza del rapporto con l’osteopata, per lo sportivo, è quindi ciclico e fondamentale, perché ogni sport mette sotto stress il fisico provocando nel corso del tempo piccole o grandi modificazioni che, nella dinamica, alterano il sistema provocando problemi di varia natura, i quali possono essere sia asintomatici sia sfociare in dolori riferiti.

Obbiettivi del trattamento sportivo

Esistono molti studi scientifici e molte ricerche che confermano come una regolare e volontaria attività del sistema muscolo-scheletrico, in forma di esercizio dinamico, sia di grande aiuto alla salute per ognuno di noi, anche a livello psico-fisico.

L’esercizio fisico, inteso non solo come sport a livello agonistico ma anche come attività fisica amatoriale o ludica, ha un ruolo importante nell’approccio osteopatico e sulla salute e benessere dello sportivo.

In particolare grazie ai suoi effetti positivi, l’attività fisica è in grado di rafforzare il sistema muscolo-scheletrico, cardiovascolare e respiratorio, mantenendo un alto livello di salute, nonché segue uno dei più importanti principi osteopatici: “Il corpo è capace di autoguarigione”

Tuttavia è opportuno considerare che un’attività fisica esagerata, aumenta il rischio di infortunio e induce a sollecitazioni eccessive, arrivando a quello che si definisce “over training” o “sovrallenamento” (uno squilibrio tra allenamento e capacità di recupero). Occorre pensare che l’atleta, durante l’allenamento, replica ciclicamente lo stesso movimento ed un’esecuzione errata può creare uno squilibrio fisico diventando col tempo disfunzione, che si può tramutare in possibile deterioramento dell’apparato muscolo-scheletrico con rischio di dolore o ancor peggio possibilità di infortunio.

In generale lo sportivo si rivolge alle cure osteopatiche per richiede solitamente:

  • come prevenire incidenti, lesioni muscolari ed articolari;
  • come migliorare le prestazioni fisiche;
  • come preparare al meglio le gare;
  • come diminuire i tempi di recupero post-infortuni;

L’osteopata in quest’ottica si propone quindi l’obiettivo e la priorità di mantenere e ricercare il pieno benessere psicofisico dell’atleta professionista e non, per metterlo nelle condizioni migliori di affrontare la performance.  

Modalità d’intervento Osteopatico

Il trattamento manipolativo osteopatico aiuta a ripristinare, attraverso le diverse tecniche praticate, la massima mobilità dell’apparato muscolo-scheletrico, riducendo il dolore muscolare.

L’osteopatia può di fatto affrontare sia le cause traumatologiche riequilibrando il sistema per un recupero migliore e più veloce, sia lavorando in prevenzione per rendere il più possibile funzionale il sistema; un soggetto funzionalmente sano sarà dunque meno soggetto ad infortuni e più prestante. 

I punti chiave su cui l’osteopata si basa nell’affrontare il problema sono:

  • anamnesi e valutazione;
  • ricerca della disfunzione;
  • trattamento tramite tecniche osteopatiche;
  • rivalutazione.

L’osteopatia perciò valuta il soggetto nel suo complesso, individuando cause, sintomi di disfunzioni e disturbi che possono essere la causa di infortuni o impedimenti, nel migliorare le proprie funzionalità, intervenendo su di essi in modo da ristabilire armonia ed equilibrio.

Esso si avvale di una valutazione generale delle condizioni fisiche prendendo in esame l’apparato scheletrico e muscolare, l’aspetto neurologico e cardio-vascolare.

SILVIA LORENZI

  • Laurea in Fisioterapia
  • Laurea in Scienze Motorie dello Sport
  • Titolare SL Fisio Lab

LCA E RIENTRO IN CAMPO

La rottura del LCA è uno degli infortuni più limitanti nella carriera di un calciatore. Quattro soggetti su cinque ritornano alla pratica sportiva dopo l’intervento, ma solo il 65% torna al livello atletico precedente ed è ancora inferiore la percentuale di coloro che riescono a sostenere competizioni dello stesso livello precedente la lesione, ossia 55% (Arden et al, 2014). Oltre a questo, l’elevato rischio di recidiva: numerosi coloro che dopo la rottura del LCA si sono infortunati nuovamente allo stesso ginocchio (citandone l’ultimo, Pavoletti).

Quindi, come comportarsi quando un nostro atleta inizia questo percorso, per assicurargli il miglior recupero sia dal punto di vista strettamente fisiologico che per quanto concerne un rientro sicuro in campo? Quando si parla di tempi di recupero e di ritorno all’attività sportiva, in effetti, si tocca un tema molto caldo tra staff sanitario (medico, fisioterapista, preparatore atletico), allenatore (e società sportiva) e paziente.

Parliamo innanzitutto di tempi di recupero. In Italia si parla di 6 mesi per il ritorno in campo postoperatorio. In letteratura, Barber et al. stimano un tempo di recupero tra i 3 ed i 15 mesi. Trovo interessante però anche lo studio di Nagelli et al, che ci dimostra che un ginocchio operato torna ad essere in condizione dopo 2 anni, sia dal punto di vista biologico che biomeccanico.

Nella mia esperienza, i tempi riabilitativi sono sempre molto soggettivi. Molte sono le variabili che influenzano questa stima, per esempio se pensiamo alla tecnica chirurgica utilizzata, ed oltre questo, al fatto che altre strutture sono spesso coinvolte (spesso menischi).

Da qui inizio il percorso terapeutico, essenzialmente in un team multidisciplinare: poco conta il mio apporto se rimane fine a se stesso. Fondamentale è la prima analisi con il chirurgo ortopedico che ha seguito l’intervento: delucidazioni sull’intervento stesso e valutazioni ortopediche programmate sono essenziali per la programmazione del percorso terapeutico.

Percorso che ha come obiettivo il recupero totale dell’articolarità, del tono-trofismo muscolare, della propriocettività, del corretto schema motorio della corsa e della flessibilità muscolare generale unita ad una buona condizione dell’apparato cardiocircolatorio, della struttura muscolare del tronco e anche degli arti superiori. Ecco un altro motivo per cui il fisioterapista non può lavorare in autonomia, ma necessita di figure come il preparatore atletico (che seguirà poi il ragazzo via via verso il ritorno completo in campo) e di un personal trainer nelle fasi di recupero muscolare.

Quello che però nella mia pratica risulta essere sempre più chiaro per garantire un ritorno in campo più sicuro, è che la decisione finale si dovrebbe basare anche sui risultati di determinati criteri di performance, piuttosto che basarsi solo su un determinato periodo di tempo o su una serie di test clinici standard.

Alcuni importanti studi per esempio, propongono test di forza su QF, test di balzi su una gamba (single leg hop test, triple hop test, triple crossover hop test) e test di agilità. Gli studi in merito di Grindem et al (2016) e Witrouw et al (2016) dimostrano in effetti come dopo almeno 9 mesi dall’intervento chirurgico e dopo aver passato una batteria di test di performance si riduca l’incidenza di re-infortunio di circa 4 volte.

Risulta quindi necessaria una valutazione ad hoc di ogni singolo atleta, eseguita da un team che studi il caso soggettivo, valutando passo passo la progressione del recupero e studiando insieme i criteri di performance da proporre alla fine del percorso intrapreso.

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