Categoria: Dirigenti (Pagina 1 di 2)

- Addetto Stampa A.C. Asola
L’EFFETTO COVID SULLA PRATICA SPORTIVA IN ITALIA
Mentre non ci è dato di prevedere quale sarà l’andamento della stagione sportiva che sta iniziando, possiamo comunque renderci conto, mettendo il naso anche fuori dai nostri campionati e dai nostri allenamenti, di quale sia stato l’effetto COVID nel mondo dello sport dilettantistico.
Dalla relazione del CONI “I numeri dello Sport 2019-2020”, ancora fresca di pubblicazione – luglio 2022 – apprendiamo che nell’intervallo di tempo considerato c’è stata una flessione di tesserati sul territorio nazionale, tra atleti, dirigenti e tecnici di quasi 1.800.000 unità, equivalente a circa il 9 % del totale, percentuale più marcata negli sport di squadra, che in quelli individuali, tale da far arretrare tutto il movimento sportivo su posizioni di diversi anni fa.
Se nel nostro piccolo nell’ultimo biennio possiamo esserci resi conto delle difficoltà per talune società di allestire rose di atleti, piccoli e grandi, e abbiamo avuto notizia di società cessate, a livello nazionale il danno è plurimo.
Da una parte il danno non è monetizzabile e presenta il conto di molte centinaia di migliaia di ragazzi che perdono un importante componente della propria formazione (rispetto delle regole, rapporti con il prossimo extra famiglia ed extra scuola, divertimento, relazione impegno-risultato…) e che vengono privati di quel poco di sana e utile attività fisica praticata, non sempre sostituita con attività formative culturali.
Dall’altra, essendo assodato e accettato che ad ogni euro investito dallo Stato nello Sport, corrisponde un risparmio di 10 euro, dei quali la fetta più grossa è rappresentata dalla spesa sanitaria, è evidente che meno società sportive sono attive, meno atleti praticano attività fisica, meno investimenti vengono destinati allo sport e meno lo Stato risparmia in spesa sanitaria.
La situazione di un dirigente di una società sportiva dilettantistica, che presenta un dato di tesserati in costante aumento, come fortunatamente viviamo io e i miei colleghi dell’A.C. Asola ormai da decenni, non deve farci minimizzare il fenomeno dell’abbandono dell’attività sportiva, né deve farci apparire la curva dei tesseramenti in crescita come un diritto acquisito: essa è solo frutto della buona amministrazione della società e dell’impegno da parte dei dirigenti e dal buon lavoro dei tecnici.

- Addetto Stampa A.C. Asola
SOLO PANCHINARI
Iniziano a indossare questa divisa a partire dalla categoria Giovanissimi, quando non sono più le regole democratiche federali a schierarli in campo, ma le scelte tecniche dell’allenatore.
Di loro si parla poco e non si scrive mai, ma basterebbe un po’ di attenzione, per scoprire in questi ragazzi il più puro spirito sportivo dilettantistico, cha a volte nei titolari è viziato da egoismo e presunzione.
Impegno in allenamento, speranza di giocare almeno qualche scampolo di partita, spirito di gruppo, condivisione delle emozioni dei compagni, più di tutti al servizio della squadra e felici di poter essere utili, indispensabili: tutto questo hanno e molto di più.
Noi dirigenti li conosciamo meglio dei titolari, perché viviamo insieme a loro in panchina il clima partita, rispondiamo alle loro domande e ascoltiamo le loro considerazioni finemente tecniche: quelle considerazioni che solo chi cerca di rubare il segreto dei compagni in campo può fare, ma senza malizia, con la concentrazione di chi assiste alla partita da una posizione privilegiata, a pochi passi dall’allenatore, ascoltando i suoi commenti, anche quelli sfuggiti quasi sotto voce.
A volte un giocatore assume il ruolo di panchinaro per certi vizi dell’allenatore, che schiera in campo figli degli amici o amici dei figli, in decenni di carriera da dirigente capita di vedere anche questo, ma raramente e comunque il tempo è galantuomo.
Non è mai bello fare nomi, e quindi non li farò – né per gli allenatori, né per i ragazzi – ma certi panchinari non li dimenticherò mai: quello che ha amato il proprio numero 14, dopo che avevo iniziato a stemperare la sua delusione con un sorriso, facendogli presente che era il numero del grande Cruijff, o quello che era solito sedersi in panchina vicino a me e che si stupiva dei geroglifici che buttavo giù a mo’ di appunti, ma era prezioso per cogliere quello che il mio occhio non vedeva.
Il numero 12. Quello però vale un discorso a parte.
Sempre irremovibile nella mia convinzione di non avventurarmi mai nelle competenze degli allenatori – gradendo naturalmente la stessa cortesia da loro – tuttavia non ho mai desiderato l’alternanza programmata tra due portieri; ricordo con tristezza l’anno del portiere “da casa” e quello “da trasferta” – e mi piace che l’allenatore faccia una scelta, che non deve essere definitiva, ma gara per gara, mettendo tra i pali chi dà più garanzie al momento. Se è auspicabile avere due portieri equivalenti, che l’alternanza la seguiranno naturalmente, in base allo stato di forma fisica e mentale, ci sono situazioni nelle quali i numeri 1 e 12 si posano stabilmente ciascuno sulle spalle di un portiere.
È proprio allora che il numero 12 deve essere un ragazzo speciale.
Per mia fortuna in tanti anni ho avuto anche quello: educato, equilibrato, sempre presente e impegnato negli allenamenti, sempre pronto a entrare in partita, il miglior rifinitore nella preparazione del collega, del quale solo acciacchi, impegni familiari e squalifiche gli permettevano di giocare in partite ufficiali.
L’eroe di Gonzaga era stato soprannominato dopo l’importante partita giocata da titolare, quando aveva abbassato una saracinesca davanti alla propria porta, catturando e deviando qualsiasi pallone si fosse avvicinato, reso imbattibile e orgoglioso dalla fiducia che la società aveva riposto in lui.
La panchina è una barca che ha il proprio equipaggio.
Il dirigente, l’allenatore con il collaboratore e il massaggiatore, tutti hanno un compito che non si improvvisa, ma si affina con l’attitudine e l’esperienza: tutto funziona quando l’equipaggio è ben assortito e stima e fiducia sono reciproche, ma a fare della barca un complesso mondo sono solo i panchinari.
Non ha importanza se con controllo anglosassone o esuberanza mediterranea, ma chi non vive con i panchinari, si perde il meglio.
- Addetto Stampa A.C. Asola
QUEST’ANNO NIENTE BILANCI
Sarebbe tempo di bilanci ma, visto ciò che ci ha riservato l’anno, forse non ha senso farne e non ci sarebbero comunque sufficienti dati da prendere in considerazione.
Inutile nascondere che lo stato nel quale versiamo è quello della riduzione.
Questa è la situazione stabilizzata dei nostri ragazzi, che rischiano di disamorarsi allo sport, a poco beneficio dello studio e tanto dei miseri surrogati di rapporti sociali e di un gruppo, il tutto a distanza.
I nostri allenatori, smarriti, si chiedono se al momento opportuno avranno il necessario entusiasmo per riprendere da dove eravamo rimasti e arrivare dove le regole permetteranno.
I dirigenti sono alle prese con problemi nuovi, di difficile soluzione, a volte impossibili da affrontare in questo momento e comunque con tanti interrogativi.
I genitori dei ragazzi vedono i figli adagiarsi in casa, senza gli stimoli e gli impegni che scandivano la settimana e le giornate, senza l’indispensabile condivisione di obiettivi e percorsi, senza la possibilità di misurarsi reciprocamente, correre, cadere e rialzarsi.
Le nostre società sportive sono come in un letargo forzato; nessuno di noi era preparato a fatti simili e mai a nostra memoria le attività sono state fermate così a lungo e senza qualche certezza: dove ci si accontentava di subordinare tutto all’erba, al cuoio, ai coni e ai cinesini e – si spera sempre – alla tecnica, tutto è sospeso e non tutte le società avranno la capacità di riprendere, quasi come riaprendo la porta di una casa a lungo disabitata, nella speranza di ritrovarvi ogni cosa come era stata lasciata, solo coperta da una coltre di polvere.
L’esistenza stessa di alcune nostre società non è scontata.
Per la responsabilità che è dovuta nei confronti dei giocatori e delle loro famiglie, ma anche per rispetto verso il nome della società, le regole non si possono infrangere e per questo non possiamo non avere altro da offrire che gli allenamenti in presenza e le gare, ormai da tempo vietate; credo poi che sulle attività tecniche che viaggiano in rete si possa stendere un velo pietoso, nulla di più noioso e inutile per coinvolgere un ragazzo!
Certamente non saranno le vicende dei professionisti del nostro gioco a smuovere i ragazzi dal torpore dei telefonini “intelligenti” e quindi sta a noi offrire qualcosa di più e qualcosa di diverso.
Ad Asola ci stiamo impegnando a farlo da parecchi anni tramite il nostro sito web www.asolacalcio.it con rubriche che possano indurre l’amore per la lettura di libri di argomento sportivo, come www.asolacalcio.it/tango-samba-e-beat-pagine-scelte.html, che non devono essere necessariamente di calcio – sarebbe riduttivo – e che siano tese a educare, divulgando i principi di etica, senza trascurare gli approfondimenti e l’informazione, come in www.asolacalcio.it/volta-la-carta.html.
Il materiale pubblicato è frutto del nostro impegno interno, ma anche dei preziosi collaboratori esterni, che hanno accolto con entusiasmo le nostre proposte: il numero attuale, ma in costante crescita, di circa duecentomila visualizzazioni annue in tutta Italia, ci premia con la conferma di aver operato la giusta scelta.
Proprio in questo momento, durante il quale i campi e il pallone ci sono preclusi, sarebbe il caso di avvicinarci, dimostrando sensibilità e professionalità, a quanti hanno a cuore le sorti della società e la passione sportiva dei nostri ragazzi.
Siamo dilettanti e deve essere nella nostra natura essere capaci di costruire qualcosa di buono e di utile a costo zero: oltre alle esercitazioni e a dirigenti/diligenti, compilatori di distinte, dobbiamo offrire ben altro e gli unici strumenti necessari sono passione, buona volontà e idee; senza queste appariremmo sempre fuori ruolo nell’amministrare una società sportiva.
A giocatori, loro famiglie, dirigenti, allenatori e arbitri vadano i miei auguri personali di Buone Feste, oltre a quelli dell’A.C. Asola, nella speranza di vedere tante nuove belle offerte da parte di ciascuna società!
- Addetto Stampa A.C. Asola
CI RISIAMO
Regione Lombardia, 16 ottobre, Ordinanza 620: il verdetto che in qualche modo ognuno di noi si aspettava; seguiranno interpretazioni, e nuove restrizioni.
A indorare la pillola, c’è una scadenza, ma mi piacerebbe proprio sapere quanti di noi adesso contino di poter essere di nuovo in campo o in panchina in novembre, per un credibile prosieguo della stagione 2020/2021.
Inevitabile tornare con la mente a febbraio, quando per la prima volta nella nostra carriera, di giocatori, dirigenti, o tecnici, siamo tutti stati fermati a tempo indeterminato: allora si è trattato di un evento che ha destato la nostra incredulità, ma adesso giunge previsto e per i più ansiosi quasi come una liberazione dalla tensione dell’attesa.
Quelli che ne pagano il prezzo più alto, come l’anno scorso, sono naturalmente i nostri ragazzi, privati dell’oggetto della loro passione, dello sfogo, dell’attività sportiva che avevano scelto, del gruppo, e incerti, come tutti noi, sulla possibilità di ripresa in tempi brevi.
Il calcio giocato, tornerà ad essere il privilegio degli ambienti dove viene sminuito a proficua professione: lì il rischio del contagio è stato individuato, soppesato e per ora anche accettato.
Nel momento di questa mazzata, che comunque speriamo possa essere utile alla causa, noi dirigenti e tecnici ringraziamo di essere Dilettanti e di aver connaturata la predisposizione ad adattarci alle situazioni, senza il bisogno di sostegni esterni: questo sarà il momento dell’ulteriore discrimine, dopo quello di febbraio, tra le società che si limitano a offrire il minimo sindacale degli allenamenti e delle gare, e quelle che invece sono laboratori di idee e progetti, hanno una vetrina a 360° e continuano a proporre, anche in assenza di erba e palloni, sport, informazione, etica, cultura, liberamente accessibili a tutti i nostri ragazzi, alle loro famiglie, agli appassionati e ai curiosi.
Tutto questo naturalmente si fa bene e a costo zero, altrimenti che Dilettanti saremmo?
- Addetto Stampa A.C. Asola
QUESTIONI DI PRIORITÀ
Sembrerebbe superfluo sottolineare che, al pari di quella appena trascorsa, anche quest’annata sportiva sarà particolare, nuova, d’emergenza, ma in questo momento manifestare un’opinione non può che portare a riflettere.
La Lega Nazionale Dilettanti in data 10 agosto ha pubblicato il Protocollo Ripartenza, 36 pagine di regole, limitazioni e prescrizioni, che a tratti dettagliano in misura maniacale alcuni aspetti, e a tratti sorvolano su situazioni comuni, tipiche dell’esercizio dilettantistico di uno sport: per lo più norme di buonsenso, oramai si spera assimilate nella quotidianità degli ultimi sei mesi.
Certamente, se qualcuno di noi avesse avuto dei dubbi in merito, il Protocollo Ripartenza ci prescrive il corretto utilizzo delle nostre vasche per idromassaggio, da tenere chiuse e possibilmente vuote – questo era un punto fondamentale.
Nulla ci dice a proposito del problema molto terra terra degli atleti lavoratori, per fortuna tanti, che si troveranno, senza alcun supporto, di fronte alla scelta tra assecondare una passione e l’adottare un comportamento opportunamente prudenziale, a salvaguardia del posto di lavoro.
Nulla su servizi con modalità e prezzi agevolati per l’effettuazione di tamponi, che sarebbero utili all’intera collettività e rientrerebbero nei servizi, che forse, moralmente, a mio avviso spetterebbero alle società federate – per intenderci, quelle che, pur dilettanti, pagano alla Federazione decine di migliaia di Euro ogni anno per iscrivere le squadre ai campionati e tesserare i giocatori.
Nulla anche nei confronti dell’ipotesi di rinviare a data da destinarsi l’inizio dell’attività agonistica, magari creando più gironi per ogni campionato, mantenendo comunque inalterati i numeri che riguardano partite giocate, campi utilizzati e arbitri impegnati, ma riducendo sensibilmente la durata di ogni torneo, sì da dare più respiro alla valutazione dei rischi, che sono innegabilmente presenti, visto anche il previsto aumento dei casi di positività di questi giorni.
Invito tutti a mettere da parte posizione politica, le diverse statistiche, critiche, lodi, ricerche di colpevoli e trame di complotti, invito tutti a ricordare come siano state duramente colpite proprio le nostre zone, a ricordare la lunga funesta teoria di mezzi militari a Bergamo, a ricordare come persone care siano state strappate alle famiglie e alle amicizie: ciascuno di noi ha subito una perdita e questa è solo la semplice realtà.
Distanziamento, igiene personale, mascherina, rinuncia ai luoghi affollati: tutto già vissuto, ma tutto che rientra nella sfera dei comportamenti personali; quando si considerano quelli collettivi, il discorso cambia.
I giocatori di una rosa che si allenano, il tecnico, il suo assistente, il dirigente sono elementi che condividono una porzione della giornata con fiducia reciproca e responsabilmente devono proteggere se stessi, anche a beneficio del gruppo: questi sono doveri e diritti di ciascuno di noi.
Prudenza, fiducia e dialogo, sono gli strumenti che utilizzeremo ad Asola per riprendere, come e se lo riterremo opportuno: la prudenza del buon padre di famiglia, la fiducia nella dirigenza della società e il dialogo, sempre aperto, con chiunque abbia delle perplessità da esporre.
- Addetto Stampa A.C. Asola
IL BEL PAESE DOVE IL SÌ SUONA. A PEDATE.
(Io no spik inglish)
Rapito dalla lettura di Jorge Luis Borges e di Joseph Roth fin dagli anni ’70, di questo riconosco una certa parte di merito ai traduttori dei miei autori stranieri preferiti, ma considerando che nessun libro scritto da loro mi ha mai riservato una delusione e che nelle edizioni italiane si sono avvicendati diversi traduttori, sono convinto che massimamente dipenda dalle felici penne di due grandi della letteratura.
Non per questo mi avventurerei a leggerli in lingua originale; intendiamoci, mi piacerebbe poterlo fare, ma è un’ipotesi che rimane tra le migliaia di desideri che rimarranno inappagati: lo sforzo sarebbe enorme e preferisco continuare a leggere opere tradotte nella mia lingua.
I miei nonni erano tutti perfettamente almeno trilingui, come era diffuso nella loro epoca, nella mia città, ma io purtroppo non mi posso permettere di vivere quella che per loro era la quotidianità.
Mi capita invece spesso di sentire o leggere qualche tecnico nostrano fare innaturale abuso di vocaboli anglosassoni, per illustrare un’esercitazione o per descrivere una partita, imponendo il reciproco sforzo di chi pensa in italiano, ma infarcisce il discorso di inglese, e contemporaneamente di chi ascolta in inglese, ma pensa in italiano.
Un’abitudine perversa e fastidiosa sempre più diffusa – e il calcio è solo un esempio secondario – che non avrebbe motivo di essere, considerando la nostra ricca e armoniosa lingua, di fronte ad un’altra, al confronto povera, con una grammatica primitiva, musicale solo per i Beatles.
Insomma, non sta bene cercare di trasformare un campo da calcio in un Circolo del Bridge, non che abbia niente contro il bridge, anzi, è il più bel gioco con le carte, ma il contesto è proprio diverso e il tentativo sarebbe fuori luogo.
Fin dai tempi di Nicolò Carosio, radiocronista EIAR alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e telecronista RAI fino al mondiale messicano del 1970 – che di anglosassone aveva solo la madre, il taglio del vestito e la colta passione per i distillati – non c’è oggetto che non si possa nominare e concetto che non si possa esprimere in italiano, parlando di calcio.
Qualche anno fa, in ambito di un progetto che coinvolgeva un centinaio di allenatori locali, avevo proposto la creazione di un corso gratuito di inglese, solo per poter comunicare di calcio anche oltre i confini, proposta accantonata perché “non era il momento”; solo in seguito mi sono reso conto del mio errore, che certamente non era il tempo, ma la sostanza.
Il corso sarebbe invece dovuto essere di italiano e sarebbe risultato forse ancora più utile a chi, per indicare arbitro, avversario, proprietà, masticava goffamente vocaboli come referee, competitor e governance, tanto così, per cercare di fare presa su di un pubblico, evidentemente bollato come “semplice”, ma richiamando inevitabilmente alla memoria poco Alberto Sordi, poco Totò e tanto Paolo Villaggio anni ‘90.
Signori delle panchine, maghi dei coni, dei cinesini e del controllo orientato – non coach, ma istruttori, allenatori, educatori – siate più diretti e genuini, mostrate la vostra personalità e la vostra competenza, valorizzando i vostri argomenti nella vostra lingua, quella che ci hanno insegnato sui banchi di scuola e che tutti noi parliamo nelle nostre case; ne guadagnerete in chiarezza, immagine e credibilità.
Bisogno di un piccolo aiuto?
Lo potete trovare qui: https://aaa.italofonia.info/categorie/sport, dove è possibile consultare il Dizionario delle Alternative agli Anglicismi – Sezione Sport e riconvertire in italiano quelle stonature della conversazione.
Vi darà presto assuefazione e sarà come andare in bicicletta, non si dimentica più.
Per il resto limitiamoci a ricordare: “Where is the book? The book is on the table”.
- Addetto Stampa A.C. Asola
NON QUANDO, MA COME RIPRENDERE
Leccarsi le ferite, conservare nel cuore chi non c’è più e programmare la prossima stagione; questo è il momento di farlo.
Disintossichiamoci da quella nota stonata del “tutto andrà bene” e cerchiamo di riparare i cocci: non tutto è andato bene, ognuno di noi ha perso qualcosa o, purtroppo, qualcuno, e di questo periodo al momento conosciamo ancora solo l’inizio.
Sono stati giorni, settimane, mesi di tristezza, paura e clima surreale; ci siamo trovati a rifugiarci a credere a complotti, o incolpare il governo, l’Unione Europea o la Cina o ad affidarci ciecamente alla scienza ufficiale – che comunque lì si va sempre sul sicuro – anche se progredisce grazie ai propri errori.
Adesso, per essere meno impreparati anche alla più piccola, agognata normalizzazione, può esserci d’aiuto pensare per tempo a come riprendere in mano la matassa da sbrogliare per riconquistare il tempo, il lavoro e i rapporti perduti.
Mentre solo per il calcio professionistico si sta ancora facendo finta di poter continuare e terminare in modo credibile, ricorrendo addirittura agli algoritmi – ma quello non è sport, è solo l’azienda calcio – per tutti gli sport, e per i nostri dilettanti, si attende di sapere come e quando potremo garantire la sicurezza dovuta ai nostri ragazzi.
Non decideremo noi, lo sapremo da chi avrà titolo per stabilirlo, ma certamente sappiamo già quali saranno le difficoltà della nostra attività di dirigenti e tecnici: una parentesi di almeno sette mesi senza calcio troverà le nostre rose provate dalla caduta dell’entusiasmo e dell’attenzione che solo la condivisione nel gruppo, settimana dopo settimana, può tenere alti e il tasso tecnico delle varie categorie sarà purtroppo inferiore a quello che vedevamo solo poco tempo fa, ma riprenderemo comunque i nostri ruoli.
In quel momento saranno preziose le idee e l’inventiva dei dirigenti più giovani, quanto la concretezza e l’equilibrio di quelli più esperti e saranno avvantaggiate le società con una collaudata organizzazione alle spalle.
Credo che sarà la stagione nella quale vedremo emergere l’importanza della figura del preparatore atletico e questo rientrerà nella precedenza che bisognerà offrire alla professionalità e ad una netta divisione delle competenze e sarà il momento di ricostruire i nostri giovani. Per adesso adelante con juicio, si puedes, avanti con cautela, se puoi: è una minima e occasionale deroga che mi concedo dalla mia lingua, ma l’ha scritta un lombardo un sacco di tempo fa.
- Responsabile Settore Giovanile F.C. Sporting Desenzano
LA VISIONE DEL DIRIGENTE NELL’ F.C. SPORTING DESENZANO
Premetto che in molte società il ruolo di dirigente viene troppo sottovalutato e spesso non gli viene consentito, per mancanza di tempo o di formazione, di contribuire in maniera efficace come supporto al mister.
Sicuramente la mancanza di tempo è dovuta a situazioni personali, in quanto nei settori giovanili l’attività viene svolta nel proprio tempo libero: nonostante ciò, tengo a precisare che in molte circostanze il poco coinvolgimento dei dirigenti porta ad avere un comportamento distaccato dalla società.
Certamente in ogni persona vi è una logica predisposizione ad affrontare i vari ruoli da dirigente: queste attitudini si capiscono osservando il comportamento e l’attitudine all’ascolto ed all’adattamento: con scelte oculate, poi, vengono assegnate loro le varie mansioni da svolgere.
Era da un pò di anni che volevo cercare una figura prettamente in linea con il mio pensiero e che seguisse in tutte le dinamiche le scelte dalla società.
Un consiglio che do, per esperienza personale, è quello di individuare una figura che sia Responsabile dei Dirigenti, la quale scrupolosamente si attiene alle linee guida societarie ed essendo fianco a fianco al dirigente, lo aiuti e lo guidi verso le indicazioni dettate, correggendolo e modificandone gli atteggiamenti, affinchè sia sempre un esempio per tutti, diventando il diretto riferimento societario sul campo da calcio.
Il percorso, sicuramente non facile, deve essere bilaterale: bisogna presupporre una continua interfaccia tra società e dirigenti, tenendo presente anche che nella stragrande maggioranza dei casi ciò avviene con persone che prima di tutto sono genitori e rappresentano la figura del dirigente proprio nella squadra del figlio. Però, con la dovuta predisposizione da parte di tutte le figure chiamate in causa, con la giusta formazione e soprattutto con il tempo, si può riuscire a creare ottimi dirigenti, attenti e partecipi alla causa e che sposino in pieno la filosofia societaria.
La continua formazione, aspetto fondamentale per ogni figura, viene svolta mediante 4-5 riunioni annue: ciò avviene con la collaborazione delle figure societarie che, attraverso l’esperienza acquisita in anni, detta le linee guida ed indirizza i dirigenti in un percorso diretto verso l’obbiettivo. Altre figure di notevole importanza sono sicuramente lo Psicologo dello sport e gli allenatori.
Non meno importante è la consegna, ad inizio anno, di un vademecum all’interno del quale vengono inseriti gli obbiettivo che la società vorrebbe perseguire, sia nel comportamento che nell’operatività del ruolo: il dirigente viene definito con l’acronimo: DAM, ovvero DIRIGENTE ACCOMPAGNATORE MODERATORE.
Mi soffermo sul termine MODERATORE, in quanto il dirigente deve essere in grado di captare, ascoltare e poi consigliare sia i ragazzi sia i mister, che molte volte sono focalizzati solamente sull’aspetto tecnico e tralasciano, seppur in piccola parte, l’aspetto umano che è fonte necessaria per aiutarli in un percorso di crescita chiamato VITA.
Infine, tornando al concetto di sposare in pieno la filosofia societaria, il dirigente deve essere considerato una fonte e un aiuto di primaria importanza all’interno di una società: questo avviene però solo se è stimolato a migliorare, a crescere ed ascoltare anche aspetti che inizialmente non conosce e che possono essere messi in evidenza dagli allenatori che, in questo ambito, possiedono talvolta delle conoscenze più approfondite. Questa ulteriore dinamica va riconosciuta, spiegata e valorizzata con tutte le figure, all’interno degli incontri formativi che sopra abbiamo citato.
Tutto ciò serve per valorizzare la figura del dirigente, serve per inserirla all’interno di un complesso sistema organizzativo di una società che, ormai, deve ragionare come una grande azienda dove è presente un organigramma ben definito, con figure di riferimento aventi precisi compiti e responsabilità e dove non possono assolutamente mancare i dirigenti che, ripeto, svolgono un ruolo talvolta secondario ma di estrema importanza per le squadre ed i ragazzi.
- Presidente Sporting Club Brescia a.s.d.
ODI ET AMO: CONFLITTO TRA PRESIDENTE ED ALLENATORE
Accolgo con entusiasmo l’invito dell’AIAC di Brescia per cercare di evadere in questo greve periodo dalle angosce che ci pervadono cercando di fuggire dagli arresti domiciliari delle mura domestiche provando a riparlare di calcio.
Eviterò di entrare in argomentazioni e trattazioni tecniche ma concentrerò, immodestamente e senza alcun obiettivo didascalico, il focus del thema decidendum sul rapporto conflittuale esistente tra allenatore e presidente.
Come è noto a tutti, verificabile in tutti i settori della nostra vita quotidiana sia familiare sia lavorativa, il conflitto è parte integrante di ogni relazione. Se infatti ci pensiamo, è facile riconoscere come in ogni relazione della nostra vita ci siano stati degli scontri. Ancor più interessante, è ricordare che più le relazioni sono importanti ed intime e più è frequente l’insorgere della conflittualità. Comunemente, il conflitto viene visto in modo negativo e spiacevole. Il pensiero comune ci dice che va eliminato il prima possibile, per poter tornare a godere serenamente delle nostre relazioni. Il conflitto non come un problema da risolvere, ma come una forma di interazione da utilizzare per far crescere la relazione. Il conflitto non è risolvibile, se per risoluzione intendiamo decidere chi ha ragione e chi ha torto, chi vince e chi perde. Il conflitto è però trasformabile. Si può trasformare da scontro ad incontro di esigenze, bisogni e desideri diversi. La rabbia non è nemica di questo processo, anzi, diventa un importante strumento. Essa permette di prendere consapevolezza delle proprie esigenze e di comunicarle all’altra persona. Va però accompagnata dalla consapevolezza che il miglior alleato per trasformare lo scontro in incontro è proprio l’altra persona coinvolta nel conflitto.
Calato il tutto nel mondo calcistico può capitare, anche spesso, che un tecnico non riesca a esprimersi al meglio perché non ha trovato un presidente in grado di aiutarlo e proteggerlo nei momenti di difficoltà, come succede che un presidente non trovi nel tecnico colui che sappia far crescere al massimo la rosa che ha costruito e che possa tramutare in campo le idee sottese all’individuazione del profilo. Sono due profili che non possono mai essere antitetici, soprattutto perché hanno mansioni differenti, ma devono lavorare insieme in un processo dove gli atti e i gesti dell’uno vanno pesantemente a coinvolgere la sfera dell’altro.
Tranne poche eccezioni, che sono poi quelle vincenti nel lungo periodo, quasi tutte le società di calcio, professionistiche ed anche soprattutto dilettantistiche, hanno in comune una costante caratteristica. Le società di calcio, seppur di successo nel breve periodo, hanno avuto la guida di una persona capace: il presidente imprenditore. Ma quelle stesse capacità, nel processo di crescita della stessa società di calcio, hanno spesso portato all’insuccesso. Perché ogni aspetto di gestione è strettamente correlato alla eccessiva personalizzazione della figura del presidente-imprenditore. Attorno al presidente-imprenditore non bastano più solo degli executive funzionali. Occorre “un gruppo dirigente” la cui costituzione richiede tempo, energie e capacità. Altrimenti il solitario sognatore inascoltato Presidente non riuscirà ad arginare le difficoltà che lo trascineranno inevitabilmente all’insuccesso. Specializzazione delle professionalità e delle competenze e specificità degli ambiti e delle attribuzioni devono ormai essere, a mio modesto parere, adottate anche nelle nostre realtà calcistiche locali ormai divenute delle realtà complesse non più gestibili nei ritagli di tempo ma necessitanti di attenzioni assidue e costanti.
Tra gli esempi di disaccordo, nella sfera tecnica, un allenatore può aver bisogno per il suo centrocampo, da disporre a tre uomini, di un interno con particolari requisiti e magari la società gli compra il classico mediano dedito solo alla fase di rottura, che non ha capacità d’inserimento e che necessita di avere accanto un compagno maggiormente qualitativo. O un presidente intravede un talento che deve essere sgrezzato e migliorato, con il tecnico che non vede le stesse qualità e non migliora il giocatore o non ne limita i difetti come nei desideri del presidente. I motivi di mancato accordo tra i due possono realizzarsi anche in altre sfere non tangibili sotto il profilo puramente tecnico, come la gestione di determinate situazioni, il rapporto con la stampa o con gli altri dirigenti o con il Presidente stesso. Possono poi verificarsi “invasioni di campo” dell’uno nella sfera dell’altro e quindi confini che vengono debordati e che portano alla rottura dei rapporti tra i due.
Prima però di addentrarci ulteriormente nell’argomento, comincio a dire che un buon Presidente deve mettersi a disposizione del tecnico per rendergli la vita più facile, in quanto un mister si deve occupare solo del campo per poter dare il massimo. Il Presidente deve strutturare la società con l’unico interesse di pensare al bene della squadra e deve sollevare il mister da questioni che prescindano dal campo. Per contro, il tecnico deve evitare di andare oltre i suoi limiti ed entrare in sfere che non sono di sua stretta competenza. Fatte queste doverose premesse, è cruciale per una società che ci sia grande feeling tra le due figure a cui dovranno affidare il programma pluriennale non pensando nell’immediato ai risultati ma alla realizzazione del famoso progetto dove tutte le componenti dal Presidente al Direttore Sportivo al Direttore Tecnico ed all’Allenatore devono essere chiamati ad interpretare la propria parte in armonico equilibrio.
Capita, sbagliando, che sia scelto prima il tecnico. Dovranno chiedergli se ha piacere di lavorare con qualche direttore sportivo in particolare e viceversa. Se invece ritiene di scegliere le due figure separatamente, deve stabilire a priori i confini di entrambi, ma ci vuole competenza per conoscere le attività in cui si dipana la vita di un club di calcio e la ripartizione delle competenze, ma questa è un’altra storia. I due si devono conoscere perfettamente ed il Presidente con i suoi collaboratori deve avere consapevolezza del modulo e delle caratteristiche tecniche dei giocatori che l’allenatore su cui si è deciso di puntare predilige, affinché possa lavorare in assoluta serenità su quanto preliminarmente concordato e stabilito ad inizio stagione. Il rapporto tra i due deve essere di collaborazione e fiducia reciproca, dove possibilmente ci sia una sorta di equilibrio a livello intellettuale e di personalità allo scopo di evitare disparità che possano nuocere alla squadra. Nessuno deve togliere luce all’altro, perché ci saranno momenti nel corso della stagione dove l’uno o l’altro o entrambi contemporaneamente, dovranno prendere delle decisioni nel massimo dei poteri loro concessi.
Una cosa prima di concludere. I due però non devono andare troppo d’accordo, perché in certi contrasti, costruttivi, si fondano le basi di una solida duratura soddisfacente crescita.




